Cantica Incompiuta sulle Gesta di Ecthelion

1.
Ristava armato di spada lucente
Ecthelion delle Fonti signore,
chiuso nella sua armatura splendente,
se n’osservava con grande dolore
dalla porta d’acciaio resistente
il tragico del tramonto rossore
tinger di bella tinta fascinosa
la secretissima rocca petrosa.

2.
Appressossi in quel mentre con leggero
passo Eärendil di Tuor rampollo;
gioioso era l’animo suo sincero,
e visto Ecthelion triste guatollo.
Ritornò lo sguardo il principe altero,
tenero sul capino carezzollo,
con mesto sorriso disse parole,
alla picciola elfica regal prole.

3.
“Ahi, picciol figlio di real casato,
sangue d’uomo ed elfo, quanta sventura
gli occhi tuoi vedranno quando tramontato
sarà Anor! Ahimè, il disastro è venturo,
figlio del Messaggero fortunato!
Or temo, figlioletto, pel futuro
della rocca, di te giovine vita,
sì che non fia sì picciola svanita.”

4.
“O glorioso principe della Fonte,
amico dalla voce musicale,
gran difensore del canoro monte,
perché t’affliggi per codeste sale,
qual è il pericol di cui tu racconte,
quale ci minaccia tremendo male,
tal che’l nobile cor tuo s’è turbato,
amico elfo d’argento coronato?”

5.
“Ahi Gondobar, mia petrosa cittade,
alma roccia degli eroi grande albergo,
al cielo solleva le dure spade,
i guerrieri rivesti dell’usbergo!
Ahi lasso, mia roccia, la cui beltade
mi cattura; già tradita da tergo
a te s’appressa ruina infinita,
venuta da oscura rocca romita.

6.
Ahi Lothengriol, della piana il bel fiore,
tu che dei Noldor nutristi la Bianca
Signora, per virtute la migliore,
quanta sventura quando quella stanca
delle mura partì, quanto dolore
Mandos ti concesse da quando manca
Aredhel del nostro sire sorella,
quell’amatissima nostra regina bella.

7.
Loth, o Loth, fiorellino mio caro,
diletta cittade, perché accogliesti
quel frutto d’Aredhel ed Eol amaro,
amor nato quando non eran desti
li sentori d’Aredhel? Quei speraro
ch’Amor durasse; ma tu riprendesti
la diletta nostra bianca reina,
preparando così la tua ruina.

8.
Ondolindë, cara rocca di canto,
il canto ti si spense in sempiterno
quando l’Elda oscuro il bianco tuo vanto
spense co’dardo la vita in eterno,
vedesti con farmaco strale spento
il corpo sì bianco come l’inverno
di quella che tu massimamente amavi;
al dì fatale così t’appressavi.

9.
Gondothlimbar, abitanti di pietra,
compari, amati miei concittadini,
a questo tramonto il cor mio s’impetra;
le donne salvate, i nostri bambini,
ché mai più nessuna suonerà cetra
poi che gli schemi dell’Arpa meschini
verran sotto la luce delle stelle;
è giunto il dì fatale, fonti mie belle.

10.
Gar Thurion, Gar Thurion, non più nascosta
È ormai la sicura concava valle;
il nemico già agli Echoriath s’appresta,
pronto ad invadere il secreto calle,
a distruggere sanza alcuna sosta
la reggia, ‘e case, le nobili stalle;
vieni avanti, nemico maladetto,
vieni, consumiamo il destino abietto!

11.
Gondolin, Gondolin, Gondolin bella,
O Gondolin cadi et io vo a morire!
Non v’è futuro per te, cara stella,
dopo ch’oggi sarai andata a perire!
O Gondolin, Gondolin cadi nella
lunga notte in cui tu devi sparire;
immacolato mio monte puro,
non esiste più per noi alcun futuro!”

12.
Terminato quel suo lungo discorso,
cadde una lagrima calda dal volto,
che tanto l’avea rimirato il corso
dell’amate fonti che l’era volto
degli occhi il color. Girò quello il torso
verso il picciol principino che molto
dalli glauchi occhi lagrime spandeva,
ché pel padre, sé e l’amico temeva.

13.
“Picciolo mio amico, va’ alla dimora
della piedargentata nobil madre,
fuggite subito, fuggite ora,
lontano da queste mura leggiadre,
fuggite, fuggite e fuggite ancora!
Per mano prendi il nobile tuo padre,
del mio cuore caro amico diletto,
e fuggite dal secco fluvial letto.

14.
Donna tu hai da incontrare beata et bella,
d’immortale et divina stirpe assieme,
et anche d’omo mortale. Di stella
quella è bellissimo spruzzo, la speme
di tante virtuose genti l’è quella
bella fra le belle, che virtù preme
ad anco maggior radiante virtute;
et di tanto belle mai n’ho veggiute.

15.
Trecce quali mai una donna ha portato,
un gioiello splendente pende al petto,
prole di quell’uomo resuscitato;
splendida d’animo e pure d’aspetto,
dall’animo gentile immacolato;
Amor come ancella la tiene stretto,
Amore da lei si spande splendente,
Amor ti prenderà sicuramente.”

16.
Non più disse parole il capitano,
ma con un’affettuosa spinta fece
muovere il principe con forte mano;
sparì il fanciullo nella strada, invece
rimase Ecthelion a guardar lontano;
figura apparve nera come pece,
da ardenti rosse fiamme coronato;
e l’elfo prese’l corno damascato.

17.
“Io so chi sei, maladetto demòne,
tu che Fëanor e Fingon necare
osasti, possa fatale sperone
la vita tua tremenda terminare;
il lo giuro, di Gondolin il campione:
tu Ondolindë non vedrai crollare!
Detto questo suonò il corno squillante,
per allertar la città scintillante.

18.
Scese dalla porta di gran carriera,
sempre il corno con gran fiato squillando,
all’appressarsi della notte nera
pei secreti calli andava cercando
gl’amici cari sparsi nella sera,
in cor secretamente paventando
pel destino della sua alma cittade,
or che’l nemico tremendo l’invade.

19.
Giunse ratto da laterale strada
il bel Glorfindel dai gialli capelli,
ch’ancora non avea cinto la spada
attorno alli suoi fianchi agili e snelli,
venne verso il prence della contrada
fontana all’ultimo canto d’augelli,
e parole dissero trafelate,
mentre l’orde marciavano dannate.

20.
“Amico dalla voce musicale,
perché il corno tuo suone intagliato,
qual nemico dalla brama ferale
marcia contro il monte nostro adorato?
Qual nemico l’occhio tuo celestiale
vide, qual tamburo l’affusolato
tuo orecchio sgomento ebbe ad udire,
qual nemico desidera morire?”

21.
“Ahi lasso, Glorfindel, mio biondo amico,
laude meriti per il tuo ardimento;
ma temo ch’oggi fia invano, te ‘l dico:
lo percepisco, me lo dice il vento,
quello che fronteggiamo oggi nemico
prenderà con la forza il sopravvento.
Il veggio, il sento, Gondolin cade!
di vivere speranze abbiamo rade.

22.
Ho visto il loro terribile duce,
abbigliato di fiamme et ombra oscura;
due ali lo schermano da onne luce,
lunga frusta e spada fiammante dura
l’arme con cui la guerra conduce,
di lione n’ha la sembianza impura;
il veggio, per demoniache morremo
mani, con la città nostra cadremo.”

23.
“Lasso, caro amico, or tu non dispera,
ma in capo indossa il tuo diamante,
fa’ che scintilli nella lunga sera,
in guerra duci la casa importante;
anche senza speranza l’orda nera
combatterò con l’arma scintillante;
la nostra sorte fia egual sino in fondo:
vivremo, o insieme lasceremo il mondo.”

24.
Sorrise Ecthelion, e sull’aurea spalla
la man pose, lo spallaccio gli strinse,
assestò l’usbergo famoso dalla
dorata livrea, le piastre spinse
della lucente corazza sine fallo,
li biondi cavei dell’elmo gli cinse,
basiollo sull’immacolata fronte
il principe della nobile Fonte.

25.
“E sia, illustre amico mio;
teco correrò con gioia alla morte,
spada alla mano pagheranno il fio
quei mostri, sol per mano d’un più forte
avremo segnato il destino rio;
cantando aprirò di Mandos le porte,
e tu mi sarai anche allor sempre accanto,
sostenendo co’ tua voce il mio canto.

26.
Ma ti dico –iniziò con voce grave-
ché un dio me l’ispira benignamente,
a questa terra che tu tanto amave
tu vorrai tornare rapidamente;
esule, fra genti malvagie et prave
molta però salverai umana gente
fugando più volte un nero stregone,
pria in pugna e poi dianzi al patrio gonfalone.

27.
In mezzo a l’era che fia la seconda
da che Varda sovrana accese in cielo
la prima stella che brilla gioconda
su Valinorë coperta da un velo,
in quell’ora riederai alla sponda
cui giungesti per Elcarasso anelo
allor che seguimmo il Noldo riottoso
e le brame del suo core focoso.

28.
Impedimento e amore però terranno
l’argentea fonte alla paterna casa,
che lasciai tempo fa con grande affanno;
spero di giungervi splendente Vasa,
nel giorno primo o nel mezzo dell’anno
e udire il padre mio –Ecco, rincasa
il figliuol nostro- dire –che sia festa,
e narreci egli delle sue gesta!-

29.
Ah che gioia, ah che lieta gaiezza,
il tornare alla casa tanto amata;
per quanta sie del mondo la tristezza,
per quanto sie la vita disperata,
per quanti gli errori di giovinezza,
sempre è santuario la casa lasciata,
sempre diletto pacifico albergo
ove riposino l’arme e l’usbergo.

30.
Amico, prence del dorato Fiore,
ora tu veggi qual è il mio fato:
tenmi lungi dal tuo destino Amore
per la madre, per il padre onorato,
per musiche et danze et patrio dolzore,
desio di trovar sposa et ser amato;
ma il giuro, il giuro, ci ritroveremo,
ancora alla battaglia assieme andremo.”

31.
Fece per pronunziar altra favella
ma annodossi la strozza, non più mosse
la lingua, ma lagrima calda nella
sera la calcata via percosse,
rigando la guancia candida e bella,
lagrima pura di polve sporcosse
spargendosi su quell’amato suolo
profanaturo da malvagio stuolo.

32.
“Non dir più parole, amico sincero,
ché il cor mio intende ciò che vuoi ben dire.
Vedo ben che’l tuo tormento l’è vero,
ma rassicura il cor a questo udire:
non importa distanza, no davvero,
mille leghe può l’un da l’altro gire,
mari monti et colline attraversare,
su cavallo a piedi o per nave viaggiare;

33.
ma sappi ch’un amico non si cura
di distanze, angosce o difficultate;
neppure se l’argentea Ithil s’oscura,
non fra mill’ere mia fedelitate
verrà meno in te; sie tua alma sicura,
et viva in etterna felicitate
finché riuniti alla fine saremo,
amici com’in pugna in cui morremo.

34.
In questo praestà l’amicizia infatti
a propinquitate et a parentela:
ad esta puoi tollere Amor difatti,
eppure ‘l sangue il non amore cela;
non puote esser tolto a’ prima ne’ fatti,
quia solo Amor amicizia disvela,
et s’Amor si tolle amicizia cessa,
sendo Amor base d’amicizia stessa.

35.
Sguaina il brando, cingi ‘l diamante puro,
spiana la picca, spiega ‘l gonfalone,
soffia il flauto e ’l corno dal son sicuro,
per il re nostro amato e ‘l suo salone,
vesti l’usbergo del mithril più duro,
fa’ svettare l’adamantino sperone
allor ch’in pugna guidi la tua gente
contra l’orde del rege impenitente!”

36.
Annuì Ecthelion lagrime versando
et cinse co’ braccia l’amiche spalle,
la sua fronte sull’omero poggiando,
nel mezzo di quel solitario calle;
sollevò poi la testa sospirando:
“Per il re, per la torre, per la valle”;
staccatosi dall’amico diletto
corse ’l principe per un viale stretto.

37.
Per viale stretto giunse a piazza vasta,
di marmi rifulgenti lastricata;
augelli allietavan la real casta
nidiando appo la Torre immacolata;
dols’egli a pensar l’orda che devasta
con l’azza e’l ferro la piazza adorata,
le dolci et candide fontane chiare,
lorde con sozzure immonde et amare.

38.
Furia et ira avvampanogli nel petto;
ma placasi’l cor quando dalla porta
esce radiante il suo rege diletto;
un manto scarlatto alle spalle porta,
dorata la spada et il corsaletto,
bianche le vesti sue e della sua scorta;
d’una testa più alto dell’elfi suoi,
come toro spiccava infra’ buoi.

39.
Avvicinossi il rege al comandante,
la man puose sulla spalla tornita;
guatollo nell’occhio blu penetrante
pien di tristezza et fiducia infinita;
aperte e’labbia uscì voce squillante
sfoggiando la sua favella forbita:
“Narra’l periglio ch’a suonar ti spinse
il corno di cui tuo padre di cinse”.

40.
Rispuosegli con voce concitata
il custode de’metallica soglia:
“Sire, s’appressa d’orchi immensa armata,
e con loro draghi, del mondo doglia;
l’orda d’un diabol potente è guidata,
che le mura breccia se sol n’ha voglia;
Sire, a Gondolin s’appressa sventura,
la fine degl’elfi, il sento, è ventura!”

41.
“Grande l’è dunque il periglio presente,
s’il teme delli miei duci’l più forte.
-disse grave il rege di quella gente-
Ma come’l nemico scoprì le porte
segrete, per malefizio potente,
o traitor, di losco guadagno scorte
l’opportunità vendette la rocca,
rivelando’l segreto di sua bocca?

42.
Morgoth infatti non cognosce’l loco
cui giunsi quando con Finrod il saggio
cercavo un luogo sicuro dal fuoco
delle forze d’Utumno; l’era maggio,
e Finrod trovate avea da poco
l’ampie caverne nascoste dal raggio
d’Anor; ma nemmeno a lui il loco dissi,
né mai a straniero alcuno finché vissi.

43.
Duo soli, a Gondolin venuti, d’essa
fuori liberi furono mandati;
forse ch’ora l’alma cittade è messa
in periglio per loro, umani amati?
O tradimento da’ cittade stessa
uscio, turpe delitto ch’armati
reca a’ nostre ascose porte serrate,
per desio di vederle devastate?

44.
All’arme prence, sanz’altre parole,
guida l’armata alla cruda battaglia;
non t’abbatta il cor demoniaca prole,
contra’l sole morente l’elmo staglia
et la spada ch’aspro mietere suole
terror infra l’inimica marmaglia
sguaina, riflettendo e’ stelle notturne;
va’! In noi Gondolin vive diuturne!”

45.
Ciò detto abbracciò il re il prence sublime,
a lui da’ laccio d’amistade avvinto
et rispetto per re da molte rime
celebrato, ch’a pugna l’avea spinto,
a coprir la strada da quel che Mîme
avea ucciso coperta; re mai vinto,
ad ei’l prence era avvinto da rispetto,
che di difenderlo orgoglio avea’n petto.

46.
Eppur pria che sciolto fusse l’abbraccio
commuovesi Ecthelion pel suo destino;
gli esuli vide dormire all’addiaccio,
li vide fuggir nel Beleriand fino
allo stremo; vide quelli nel laccio
degli orchi soffrire per l’odio ferino
di Morgoth, pel ferro la frusta e’l foco,
costretti a lavorar, schiavi; per poco

47.
superiori a’ morti, vivon distrutti,
scavando ne’ miniere giorno e notte,
traendone metallo pei costrutti
et le macchine che furono rotte
ne’ di Gondolin la notte, ove tutti
si sciolsero i sogno de l’elfi; rotte
già l’armate del Nascosto Monarca,
ogni speme rimane appesa a una barca.

48.
Commuovesi, e come il guardo ebbe volto
E mossi i passi verso la dimora,
calda una lacrima rigagli il volto
diafano et puro; come l’aurora
arrossa il cielo ad oriente rivolto,
così la lagrima di roggio irrora
l’occhio et la guancia dell’elfo immortale,
forte prence da’ voce musicale.

49.
Corse, corse e corse ancor per le strade
et il suo argenteo usbergo tintinnava;
giunse nelle fontanee contrade,
ove il suo seguito si radunava:
lance scudi usberghi e lucenti spade
lucean mentre l’armata s’approntava
alla tragica difesa imminente
or che le luci del dì erano spente.

50.
Alta era la luna, carca di luce,
come fuor d’una lanterna chiarore
argenteo ne traspirava, al duce
del diurno carro sottratto; torpore
si stende sulla terra allor che duce,
pacata e dolce, natura al sopore
ch’è d’uopo che’essa notturno rispetti,
che sol il rompon predatori gretti;

51.
predator venia alla rocca nascosta,
predator sanza mai scrupolo alcuno;
neppur sotto la luna avea riposta
l’azza ma avanzava, mille com’uno;
ad esto scempio non altra risposta
v’era che quella dell’arme. Ciascuno
il core alla fine avea ormai votato,
a morir contro’l nemico giurato.

52.
Ancor de’ fiato al corno dal suon chiaro,
accanto a sé i suoi vassalli chiamando;
giunsero a lui, della difesa il faro,
lance spade et alabarde agitando
usciti già dal notturno riparo;
giunse l’alfiere, il vessillo portando,
giunser i musici co’ flauti loro,
vati e auleti coronati d’alloro;

53.
giunser i fanti, con spada et lo scudo,
giunser picchieri da’ lance tremende,
giunser veterani dal petto nudo
brandendo lame gemelle stupende;
giunsero militi dall’aspetto crudo
pronti a combattere le schiere orrende
armati d’alabarde e imponenti azze,
e resistenti di mithril corazze.

54.
Come li ebbe tutti ivi radunati,
parlò forte’l prence per esortarli:
“Se pur morrete, fiate laudati
in eterno dagl’elfi, fidati iarli,
com’eroi, martiri sacrificati
pugnando contro gl’orchi per fermarli;
caricate pel re, la torre et la valle,
capo alto d’orgoglio et ritte le spalle!”

55.
Ivan correndo alla pugna cruenta
vibrando l’arme contra l’invasore;
parve Ithil pel fumo si fusse spenta
allor che de’ mura cangiò il colore.
Non più Ecthelion il nemico paventa,
il prence dalla voce di cantore;
spianata la picca si getta in mischia,
allor che l’auleta il suo inno fischia.

56.
Mena il prence con fatal precisione
un fendente con la picca affilata,
riman saldo de’ difesa il bastione
mentre sciama la turba indemoniata
attorno a lui; fra lor s’interpone
alla guisa di roccia levigata,
da’ flutti del pelago turbolento
cui ognor resiste, natural portento;

57.
ed allor che barca, picciola o magna,
è sballottata dall’aspra procella,
essa ride dell’onda che la bagna
e che minaccia d’affondare quella;
il muggito del vento è solo lagna,
aspra tempesta, leve brezzarella;
tal stava Ecthelion de’ fonti signore,
sicuro bastione pieno d’ardore.

58.
“Alla carica, militi fedeli!
-grida, nel bel mezzo della battaglia-
sguainate le spade, gittate i teli
-grida, e fra gli orchi nobile si staglia
falciando l’orchi come frali steli,
protetto dall’elmo e la dura maglia-
nella piazza l’araldo Tuor aspetta,
sposo della principessa diletta.”

59.
Con l’impeto di ruinosa slavina,
l’armata inimica il prence travolge,
penetrando come in piede una spina
infra la marmaglia de’ ferree bolge,
dietro i suoi a cuneo apportan ru?na,
finché l’inimico in fuga si volge;
giungono correndo infine alla piazza,
da cui Tuor vigoroso l’oste spazza.

60.
“Amico, d’elfica dama lo sposo,
prole di quei ch’a Gondolin entraro
-poi ch’ebbe posto la lama a riposo
fe’ Ecthelion all’umano al rege caro-
a te m’affido contro il duce iroso;
l’ultima speme in questo giorno amaro
è d’eliminare quel demone empio
ch’or fa della mia gente orrido scempio.

61
Ei è quel ch’abbatté l’orrido ragno
ch’al Morgoth stesso incuteva timore,
ei l’è quello che fé di sangue un bagno
del Noldo di cui seguimmo l’ardore,
ei l’è quello che rapì come un agno
indifeso il tuo zio, che con valore
cadde nel mentre, valoroso duca,
mi riparava fuggente la nuca.

62.
Gothmog è il nome del demon ch’è figlio
del Vala dal Novero decaduto;
vien con fuoco, frusta, lama ed artiglio,
mostro da tutte le genti temuto,
invitto inimico dal fer cipiglio;
mai un di sua stirpe è in pugna caduto,
eppur oggi, il so, alcuni periranno,
et non più il Beleriand flagelleranno.

63.
A te m’appello, Tuor, al tuo coraggio,
vinciamo assieme l’inimico mostro;
contr’ei agiterò il bilanciato faggio,
e tu la spada pel monarca nostro
contro colui ch’estinse il vital raggio
di Fingon, tradito dal popol vostro,
da Uldor ed Ulfast, deboli umani,
che’l trionfo strapparonci dalle mani.

64.
Or tu ven meco, valoroso amico,
a riscattar l’onor de la tua gente;
ven ad onorare il vincolo antico
stretto con voi dal re saggio e potente,
Felagund ch’all’ombra d’un caprifico
cantò di come si furono spente
l’alberi poscia e le lucerne pria,
e d’Elcarasso l’avventura ria.”

65.
“Veggio ben il periglio d’esta impresa,
e d’esso non fuggo, non sono un codardo;
la piazza ch’ho liberato è difesa
da Rog ed Egalmoth dal lungo dardo;
verrò affinché non fia Gondolin presa
contro il demone dal volto di pardo,
verrà l’Ala, accompagnando la Fonte
in difesa del disvelato monte.”

66.
Spianate di nuovo le famose armi
apprestaronsi i due all’avventura
ch’ispiraron molti aulici carmi,
che ne fece per la gente futura
eroi raffigurati in tele e marmi,
frutto dell’ammirazione più pura
di quanti conobbero la caduta
della rocca, e la parte d’essi avuta.

67.
Molti d’orchi capitani spacciaro,
l’un colla picca, l’altro colla spada,
vibrando colpi potenti avanzaro
liberandosi a fatica la strada.
Infine ad una piazza arrivaro,
ove la turba divenne più rada;
e fu lì che videro quel portento
ch’empì i lor forti cuori di spavento.

68.
Torreggiava devastando ogni cosa
un drago, al padre Glaurung somigliante:
scaglie ricoprivan la chitinosa
pelle della serpe giganteggiante,
e fiamme emetteva da’ bocca odiosa.
Provò a lanciare una magia ammaliante
Attraverso i suoi occhi, pozzi oscuri,
ver quelli d’Ecthelion, azzurri e puri.

69.
Eppur resistette all’incantamento
il puro Ecthelion, e avanti lanciossi;
lo seguì Tuor, veloce come il vento,
tenendosi lontan dagli orali ossi,
menò un fendente verso l’atro mento
et fuori da’ gittata lesto portossi,
allor che l’elfo affondava la lancia
in quella parte infra’l torso e la pancia;

70.
voltossi violento il drago ruggendo,
mirando un colpo al braccio dello scudo;
impattò l’arnese, sferzò tremendo
la corazza, raggiunse il braccio ignudo,
la pelle immacolata trafiggendo;
non poté resister l’assalto crudo
l’elfo e sbatté violento contra’l muro,
e prese a disperar Tuor del futuro.

71.
Lanciasi avanti la spada levando,
vibra un fendente diretto alla gola;
il drago ritrae il collo dal brando
quand’ecco! punta con una man sola
Ecthelion la lancia, pur sanguinando,
al petto, e’l trafigge; sangue gli cola
giù dall’asta alla mano et il veleno
vuole strapparlo dal guscio terreno.


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