TELCHAR DI NOGROD Il calore nella fucina era insostenibile, le fiamme della fornace avvampavano ed avvolgevano il durissimo metallo; lentamente lo resero malleabile, una poltiglia simile a lava, incandescente come il Fuoco Imperituro che Eru aveva posto come vita nel mondo. Il pesante martello tracciò un ampio arco nell'aria, e con forza si abbatté sulla massa informe creatasi in seguito allo scioglimento del blocco di mithril che il Nano aveva lasciato fra le fiamme. Un colpo dopo l'altro, il martello, tanto pesante che un uomo non sarebbe riuscito a sollevarlo se non con il grande sforzo delle due braccia, modellò il preziosissimo argento, che lui stesso aveva estratto dal profondo della montagna; il sudore scendeva copioso sui suoi muscoli infaticabili, risaltandone ancor di più l'incredibile massa. Un colpo dopo l'altro, stava per prendere forma uno dei più grandi capolavori che un nano avesse mai creato; pian piano, la perfetta arte dell'artigiano modellò una lama lunga all’incirca un piede e mezzo, leggera come se fosse di legno cavo, ricurva ed affilata come un rasoio. L'elsa, forgiata a parte, era regale, in oro e mithril, intarsiata di splendide gemme estratte dal profondo della terra; il nano non esitò ad unire le due parti, e rinforzare la chiusura saldandola ad arte con anelli d'oro. Colpì con cura il metallo ancora due volte, per assicurarsi che la forma fosse quella desiderata, poi immerse la lama nella polla d'acqua. Vapore bollente lo investì in viso, ma il fabbro, abituato a quelle temperature, non strizzò nemmeno gli occhi; osservò il suo capolavoro mentre usciva dall'acqua, una lama perfetta nel bilanciamento e nell'aspetto. Senza indugiare oltre, il Nano si sedette alla mola e, con rapidi colpi di pedale, prese ad affilare la sua creazione; per quasi un'ora armeggiò sul filo della lama, ché il mithril era difficile da arrotare più di quanto già non lo fosse per sua natura; ma al termine del suo lavoro, la spada era tanto tagliente da poter incidere l'acciaio con una sola, rapida passata. Il Nano avvolse la lama, per lui una spada corta, ma che per un Noldo sarebbe stato un buon pugnale, in un panno di tela grezza, e spenta in fretta e furia l'imponente fucina portò seco la spada. Percorse nel buio, avvampando ancora di calore, molti corridoi che, tortuosi, si inerpicavano per la montagna, finché giunse ad un vicolo cieco. Prese dalla tasca un piccolo cerino, gli diede fuoco, ed alla flebile luce l'ithilden di cui era intarsiata la parete prese a risplendere. Seguendo le rune con la mano, e pronunciando a bassa voce una nenia magica tramandata dalla sua famiglia di generazione in generazione, fin dal Padre dei Nani stesso, che l'aveva consegnata al suo Mastro Armaiolo allorchè le aule di Tumunzahar erano state scavate nella pietra dall'arte dei Nani. Alle parole del fabbro, una porta segreta si spalancò con gran fragore, ma egli non se ne curò: nella notte il sonno dei Nani è pesante come il letargo di un Troll, e nemmeno il più grande frastuono può svegliarli; e quel vicolo era, per di più, in una zona molto remota, oltre la più antica delle fucine, lontana da qualsiasi abitazione. All'interno, il Nano prese una torcia dal muro, e la accese sfregandola semplicemente contro la parete di roccia. La luce rossastra del fuoco illuminò una serie di vetusti scaffali fatti di legno umido ed imbarcato, scaffali vecchi quanto Tumunzahar stessa. Vi erano all'interno tutta una serie di artefatti ed attrezzi appartenuti ai re ed ai Mastri Armaioli di Tumunzahar, nell'antichità, ma per generazioni quel luogo era stato reputato sacro ed inviolabile. Eppure, quel Nano aveva i suoi motivi per farlo. “Ricorda Telchar, una volta ogni tre generazioni, quando la pietra entra nel suo terzo ciclo, un Mastro Armaiolo riceve da Mahal che forgiò i monti una visione che dura quattro giorni e quattro notti: una visione di splendore e di gloria, una visione di un'arma unica ed irripetibile, picco della carriera dell'armaiolo, dopo il quale il suo estro si estingue, e nulla ha più lui da trarre dalla sua Arte. Ma non devi temere tale visione, ché essa è il sogno, la benedizione che ogni fabbro desidera, quell'illuminazione che lo renderà immortale, grazie alla sua arte immensa; dopo di esso, non avrà più bisogno di nulla. Né io né mio padre venimmo mai benedetti dalla Visione; se essa si ripresentasse in te, come vogliono i saggi, allora tu dovrai seguirla; non rompere la tradizione, o tutto ciò che tu hai fatto si perderà, e della tua gloria ed arte non rimarrà che un flebile e spiacevole ricordo.” Con queste parole nella mente, Telchar rimembrò l'intero processo: aperta la porta nascosta, doveva all'interno trovare la scatola preparata apposta dal suo trisavolo, l'ultimo ad aver ricevuto la Visione, e portarla seco. In uno scaffale polveroso, a metà della piccola stanza, ecco che Telchar vide la scatola, in legno intarsiato di mithril, con rune arcane su tutto il coperchio, di fattura semplice ma splendida. Estasiato dalla magica brillantezza di quelle rune, Telchar deglutì sonoramente; le tozze gambe e mani gli tremavano dall'emozione, eppure tentò di mantenere la calma. Discostò la scatola di pochi pollici, quelli necessari per creare uno spazio dietro ad essa, poi con mano tremante accostò il dito alla prima runa; vedendo che nulla accadeva, Telchar proseguì rassicurato nel suo operato, e toccò altre rune in sequenza; pian piano, esse si accendevano di ancor maggiore brillantezza, finché, quando alla cieca Telchar premette una runa sul retro della scatola, il coperchio si dischiuse. "A Mahal Padre dei Nani innalzo questa preghiera; a Mahal che mi permette questo prodigio": questo era il senso delle rune che, in ordine, Telchar aveva premuto sulla scatola; questa la preghiera che Mahal stesso gli aveva suggerito nella Visione, durata le quattro notti precedenti. Con un sospiro di sollievo, Telchar prese il contenuto della piccola scatola: uno scalpello di finissimo argento, semplice a vederlo, ma evidentemente di grande precisione, un piccolo sacchetto contenente della polvere d'argento ed oro, un martello dalla testa grande appena quanto lo scalpello, leggerissimo e maneggevole, ed una serie di pergamene iscritte di rune e disegni, di progetti, figure e didascalie. Telchar, alla luce della torcia, scorse rapidamente i fogli; ma già sapeva, ché la Visione gliel'aveva rivelato, quale fosse il contenuto. Il Nano si diresse rapidamente fuori dalla stanza, e la massiccia porta si richiuse, nascondendo il tesoro dei Mastri Armaioli; Telchar, invece, rapidamente si diresse verso l'esterno, uscì da un passaggio laterale dalla fortezza di Tumunzahar, ed a passi rapidi e corti si mosse in un bosco di alti pini. Il Nano si sentiva a disagio lì all'aperto, di notte, sotto la luce delle stelle, in un bosco; era quello luogo da Elfi e da Orchi, ma non da Nani; preferiva largamente il calore della sua fucina. Eppure, quella era una cosa che andava fatta; vi era nella foresta, antica quanto il mondo, una piccola radura, in mezzo al quale era un’incudine di pietra, scoperta nell'antichità dal primo Mastro Armaiolo, e da allora usata solo ed esclusivamente per compiere le Visioni. Telchar, come tutti i Nani, ne aveva sentito parlare, ma mai l'aveva vista; eppure, andava ormai a passi decisi e sicuri, certo della sua direzione: Mahal era stato chiaro, nel sogno. Quasi inebriato dall'eccitazione che quella prospettiva gli creava, egli era quasi ignaro della fatica e del freddo di quella nottata d'autunno; eppure, percepì che qualcosa non andava bene. Si fermò, lasciò per terra la spada ed il contenuto della scatola, ed impugnò l'ascia. Non aveva con sé scudo né armatura, ma di questo non si curò; la Visione era tutto ciò che occupava la sua mente, e gli conferiva un’innaturale sicurezza. Né un drago né un Troll delle aride montagne l’avrebbero impaurito; perché a lui Mahal aveva donato il Dono, la Visione Suprema. Lui stava per entrare nel novero dei più grandi fabbri che il Beleriand avesse mai visto. L’ululato dei lupi notturni, in quei giorni del mondo, era uno spettacolo tanto terrificante che anche il più grande dei guerrieri elfi avrebbe vacillato al sentirlo. Ma quello che udì Telchar non era l’ululato di un normale lupo. Alla luce della luna piena, in quei giorni, non di rado alcuni esseri selvaggi si trasformavano, per effetto dei sortilegi di Sauron, in bestie terrificanti dai poteri fuori dall’immaginabile, e dalla forma che non è né di un lupo né di un uomo. Quello che Telchar udì era l’ululato di due lupi mannari. Senza curarsene, Telchar rimase attento. Scrutò nell’oscurità, ed i suoi occhi avvezzi al buio delle gallerie notarono un movimento. Vide due sagome allontanarsi, e descrivere ciascuna un semicerchio, in modo da aggirare il nano, e colpirlo da due lati. Ma Telchar, senza esitazione, spinto dalle parole di Mahal, si lanciò verso il più vicino dei due. Le sue tozze ma potenti gambe lo lanciarono con una rapidità quasi innaturale verso il primo nemico; balzò in lungo, brandendo l’ascia, e con un urlo ferino, dimenticando tutta la cauta e guardinga abilità guerresca dei nani a cui era stato allenato sin dai suoi primi anni di vita, roteò la sua arma intarsiata di antichissime rune. La spinta del suo salto fu tale che il colpo vibrato avrebbe abbattuto un giovane albero con un solo fendente; e la rapidità aveva sorpreso l’astuta creatura della notte. La lama ricurva dell’ascia di Telchar fendette l’aria, i rami di un albero, ed infine la carne e l’osso del lupo mannaro, che troppo tardi aveva alzato una zampa nel tentativo di difendersi: l’arto, reciso, cadde sul sottobosco, ed avvizzì rapidamente. Ululando di dolore, la creatura chiamò in aiuto il compagno di caccia; ma Telchar, implacabile, menò un potente fendente di rovescio, sperando di sortire lo stesso effetto di prima. Ma non solo Sauron aveva dotato queste creature di forza innaturale, bensì anche di un’astuzia che solo un cacciatore può possedere; ed il secondo fendente, nonostante il dolore, non colse la bestia impreparata, che balzò indietro. Telchar si sbilanciò, quasi cadendo in avanti, ed il mannaro alzò l’arto rimasto per colpire il nano in difficoltà; Telchar però, sfruttando il proprio apparente svantaggio, si slanciò verso l’alto, e riprendendo l’equilibrio colpì con forza lo stomaco della bestia col proprio capo; il mannaro si accasciò, e Telchar lo finì con un deciso fendente. Ma si era attardato troppo: rapido e silenzioso come la freccia di un elfo, il secondo mannaro gli fu addosso non appena la sua lama aveva bevuto la vita dell’altra bestia. Telchar perdette la presa sulla sua arma, che rimase conficcata nel collo del primo nemico, e lui ed il mannaro rotolarono, avvinghiati in una mortale presa. Il mannaro piantava le sue zanne ed artigli nella pelle coriacea del nano, che a sua volta stringeva il nemico in una morsa d’acciaio con le sue braccia di fabbro. La potenza dei muscoli dell’armaiolo era tale che nemmeno una creatura innaturale come il mannaro poteva sperare di vincerla; ed i suoi artigli parevano non avere alcun effetto. I due rotolarono finchè non giunsero ad un grosso albero; e Telchar, per volere del Fato o per sua stessa abilità, riuscì a portare il mannaro con la schiena contro il tronco: così il mostro perse parte della sua presa, sicché Telchar poté prendere una posizione di vantaggio. Riuscì ad atterrarlo e ad afferrarlo per il collo, che cinse con il braccio tozzo e muscoloso; ma prima che potesse romperlo con un movimento deciso, il mannaro gli artigliò l’avambraccio, conficcando le unghie nel profondo della sua carne; Telchar però era oltre il mero livello del dolore fisico. Continuò a fare forza, nonostante gli artigli terribili del taloni della bestia gli divorassero le carni; contraendo oltremodo i muscoli vinse la resistenza dell’innaturale nemico, e con uno schiocco l’osso del collo del mannaro cedette, e con esso la sua vita. Telchar, impassibile, estrasse gli artigli dal proprio braccio, e tornò a prendere l’ascia, che legò alla cintura, la preziosa spada ed i suoi attrezzi; e poi, come se nulla fosse accaduto, incurante delle numerose ferite che gli martoriavano il corpo, tornò a camminare verso l’ignota radura che la Visione gli aveva rivelato. Quando infine giunse a vederla, l’incudine di pietra, il sacro luogo dove erano nate le armi più grandi che il Mondo avesse mai visto, Telchar rabbrividì. L’aria stessa era intrisa di sortilegi ed incantesimi: rune protettive circondavano il luogo e l’altare-incudine; ma Telchar non temeva quegli incantesimi, da cui Mahal lo proteggeva. Avanzò, tremando per la meraviglia che quel luogo, semplice e misterioso al tempo stesso, gli ispirava; avanzò verso il solido blocco di pietra, superando le letali rune, e posò la spada sulla pietra. Era ironico che la sua più grande creazione vedesse la luce sotto le stelle, e non di fronte al bagliore di una fucina nanica, ché simile sarebbe stato il suo destino: di finire nelle mani di un elfo o di un uomo, e mai di un nano. Accanto ad essa posò gli attrezzi: le pergamene, lo scalpello, il martello e la polvere di mithril ed oro. Trasse un profondo respiro, ed afferrò lo scalpello prima, ed il martello poi. Magicamente, la pietra si modellò, portando la lama nella posizione ottimale affinché Telchar la incidesse. Con colpi rapidi e precisi segnò la superficie perfetta dell’argentea lama, inscrivendola di piccolissime rune magiche, tanto arcaiche che pochi anche fra gli studiosi di nani ed elfi le avrebbero saputo leggere. Eppure Telchar, aiutandosi appena con le pergamene che aveva di fronte, incise tali segni come se fossero la sua lingua di ogni giorno. Segni arcani comparirono come per magia sulla spada, prima minutissime rune naniche, tanto piccole che solo ad un esame attento chiunque non fosse un fabbro le avrebbe scoperte; e nessuno, tranne un nano, avrebbe potuto indovinarne il senso. Terminato quel minuzioso lavoro, senza posa Telchar prese ad incidere, con una leggerezza degna degli intagli di Fëanor, fluenti rune elfiche, in una lingua che lui non sapeva leggere; ma quelle parole le conosceva a memoria, erano impresse nella sua mente. E le avrebbe dimenticate quando il sole sarebbe sorto. Le rune presero forma, seguendo la curva della lama, intrecciandosi alle minuscole forme dei segni nanici, incorporandole nelle proprie forme sinuose, e creando nuovi significati sui vecchi. Arte elfica e nanica si fusero, in un connubio perfetto e sublime. Come i segni furono pronti, Telchar portò la mano al sacchetto con la polvere d’argento ed oro. Ebbe un sussulto di esitazione, di timore reverenziale. Per un attimo fu il Telchar razionale, non l’invasato di Mahal, che prese il sopravvento, e tremò per il prodigio che stava per compiere; ma con un sussulto brividi freddi percorsero il marmoreo corpo del fabbro, ed egli tornò invasato dell’arte del Padre dei Nani. Prese con le dita tozze piccole manciate della polvere d’oro e mithril, e la sparse sulle splendide rune. I raggi della luna colpirono la preziosa polvere in sospensione nell’aria; migliaia di riflessi di ogni varietà d’oro ed argento baluginarono nell’aria per un istante, prima che i raggi lunari stessi li guidassero sulle prime rune; e parve che la luce stessa della luna fosse rimasta intrappolata in quelle splendide lettere. Telchar ripeté il processo, ed ogni volta il baluginio della polvere assumeva sfumature e lucentezza diverse. Se solo avesse avuto il pieno possesso delle proprie facoltà razionali, Telchar sarebbe rimasto sopraffatto dall’incanto; ma lo zelo sovrannaturale del Mastro Armaiolo non lasciava più spazio né alla ragione né ai sentimenti. Solo alla creazione. Ed infine, dopo un tempo che pareva allo stesso tempo nullo ed infinito, Telchar sollevò il coltello, ora intriso di splendide e lucenti rune magiche. Alzò con tutte e due le mani la sua arma verso un punto lontano, una piccolissima apertura nel bosco, che a malapena un normale osservatore avrebbe notato. Ma Telchar sapeva che era lì, che c’era sempre stata. Alzò il coltello, ed iniziò ad intonare, con la sua voce roca e gutturale, una preghiera nella sua lingua, la lingua dei nani. Per ore andò avanti a recitare, a recitare, ed ancora a recitare, prima nella sua lingua, poi in tutte le lingue degli elfi e degli orchi e delle altre creature che Eru ed i suoi Ainur avevano posto sul suolo di Arda. Instancabile, pronunciando parole che non aveva mai creduto di conoscere, e che mai si sarebbe ricordato in futuro, Telchar elevò la sua preghiera al Sommo Fabbro, a Mahal, che dalle sue aule di pietra, oltre il Mare, lo stava ascoltando. Giunse l’aurora, rischiarando l’orizzonte, ed il canto di Telchar si fece concitato, quasi disperato, mentre saliva di tono e di pathos, ora parlando in una lingua che nessun mortale conosceva appieno. In quel momento, nel suo cuore si infuse la consapevolezza del destino della sua arma, di quell’arma che era più che un semplice pezzo di mithril lavorato; era l’estensione fisica della sua anima. Impugnata da un possessore indegno, avrebbe poi trovato il suo utilizzo fra le mani di un virtuoso; ed avrebbe compiuto un’impresa degna di essere ricordata per sempre, in eterno, seppur facendo ciò si sarebbe spezzata, sacrificandosi per sempre. Mentre scopriva questo, Telchar sorrise. La sua anima sarebbe vissuta per sempre, pur se la sua forma fisica sarebbe stata piegata dal tempo. Mentre l’aurora lasciava posto all’alba, il canto di Telchar raggiunse il suo apice di potenza. L’arma catturava tutta la luce che giungeva da oltre l’orizzonte, attraverso quel pertugio nella foresta. Poi, da oltre un monte lontano, fece la sua comparsa il sole. Come il primo raggio di Anor raggiunse l’arma, Telchar gridò, suggellando il rituale, il nome dell’arma. “Angrist!” urlò, ed il suono della sua voce, che trascendeva quella del semplice fabbro, risuonò fra le montagne di Tumunzahar, quelle che qualche elfo aveva chiamato semplicemente Montagne Azzurre. Qualsiasi fosse il loro colore, esso fu oscurato dalla semplice potenza di quel grido, e tutta la realtà circostante sembrò fermarsi, intrappolata in quel semplice coltello ricurvo. Tacque, ed attese che il sole fosse in procinto di emergere fra le montagne gemelle che ogni mattina vedevano l’ascesa di Anor; e come anche l’ultimo punto della sfera solare fu visibile, nel pertugio della foresta, ancora una volta il grido risuonò, un grido al termine del quale Telchar crollò a terra, febbricitante, rimanendo disteso per molte ore. “Angrist!” |