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Come nasce un libro: parola a Luisa Vassallo

Immaginate un afoso pomeriggio d'estate .

Immaginate le grida festose ma anche un po' caotiche di bambini che giocano, e il vociare di allegri turisti che ridono e passeggiano .

Immaginate un professore, seduto a correggere certificati scolastici vagamente oppresso dalla stanchezza e dalla costante preoccupazione delle tasse da pagare, davanti a un foglio bianco e che su questo stesso foglio egli si metta a scrivere una frase apparentemente senza senso: "In un buco nella terra viveva uno hobbit".

Questo professore si chiamava Tolkien e del perché di quelle parole disse: "Non sapevo e ancora non so il perché io l'abbia scritta", ma quella frase diede l'inizio a una grande storia, al più grande romanzo di genere fantastico del XX secolo: Il Signore degli Anelli

E ora immaginate un afoso pomeriggio d'estate .

Immaginate che vogliate invitare degli amici a casa, magari a guardare un bel film (perché no: La compagnia dell'anello) e magari a cenare insieme (e perché no: magari come i personaggi del film, alla hobbit) .

Immaginate di prendere in mano il libro da cui è tratto quel film e di rileggerlo, per la prima volta con un occhio diverso, alla ricerca di quei particolari che vi sono appena comparsi davanti durante la lettura ma che vi sono sfuggiti perché la tensione delle vicende vi faceva guardar lontano verso il finale .

Immaginate che, con grande sorpresa, una dopo l'altra si affaccino alla vostra vista elenchi di cibi e di bevande . : più di 60 alimenti citati, più di 300 pagine nelle quali viene descritto qualcuno che mangia, che banchetta, che cucina .

Immaginate che la cena alla hobbit "salti" perché siete troppo presi dalla lettura e non vi siete accorti che il tempo sta passando e che la cena è rimandata .

Immaginate che le citazioni diventino ricette e che le ricette diventino pane, dolci, torte, lembas, abbacchio, birra, marmellata, creme, brioches, zuppa di funghi .

Immaginate che un vecchio alto con mantello e cappello grigio, barba, pipa e folte sopracciglia bussi alla porta di casa vostra e vi chieda . no, ora state immaginando troppo!

Tutto quello che avete concepito con la fantasia è accaduto a me e a Cinzia, due golose hobbit della Liguria di ponente, che si sono trovate immerse e coinvolte in una bella avventura gastronomico-tolkieniena sfociata nel libro "A tavola con gli hobbit" edito recentemente da Ancora (MI).

Giorno dopo giorno, alternando i momenti di pura ricerca testuale a quelli di carattere più strettamente culinario, ci siamo immerse sempre più nella realtà della Terra di Mezzo che Tolkien ha descritto con abbondanza di particolari, con gusto (è proprio il caso di dirlo) e con passione, dandoci la possibilità di assaporare ancora di più quel mondo che già ci aveva incantate e meravigliate.

Ora, se volete, vi serviamo in tavola alcune considerazioni e scoperte che abbiamo raccolto durante il nostro lavoro.

Partiamo dunque dall' antipasto.

Diciamo subito che ne Il Signore degli Anelli come ne Lo Hobbit cercheremo invano questioni metafisiche o allegorie: la cosa che emerge di più è la dimensione quotidiana e realistica delle vicende. Dice Tolkien in una sua lettera: "In realtà io sono uno hobbit (in tutto tranne che nella statura). Amo i giardini, gli alberi e le fattorie non meccanizzate; fumo la pipa e apprezzo il buon cibo semplice (non surgelato), ma detesto la cucina francese; mi piacciono, e oso persino indossarli anche in questi giorni cupi, i panciotti ornati. Vado matto per i funghi (raccolti nei campi)."1 Come direbbe con altre parole la grande Flannery O'Connor, "la conoscenza umana ha inizio attraverso i sensi, e lo scrittore di narrativa inizia laddove inizia la percezione umana. (.) La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d'impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa".2 Il nostro professore non solo si è impolverato ma non si è negato il piacere, in un certo senso, di ungersi le mani: "ho combattuto con un passaggio particolarmente difficile dell' Anello . - scrive in una lettera a suo figlio - Un punto in cui ho bisogno di sapere a che ora la luna si alza ogni notte quando sta diventando piena e come si cucina un coniglio!"3

In breve, Tolkien non è mai stato preoccupato di scrivere un che di edificante; era invece persuaso che anche la più fantastica delle avventure dovesse essere credibile, vera a suo modo; non è per un capriccio che ha ricreato la storia, le lingue con tanto di regole, eccezioni e grafie; sappiamo tutti che chi lo legge si sente avvolto dalla storia come dalla realtà, e questo era precisamente quanto l'autore si proponeva.

Servito questo introduttivo antipasto direi di passare alla prima portata .

Stando attenti, si nota subito che nella Terra di Mezzo nessuno si fa il problema della linea e si mette a dieta: si mangia di gusto a qualunque ora e in qualunque circostanza.

Durante la realizzazione del ricettario è stato divertentissimo rivedere i vari personaggi, prima o dopo lo scontro con spettri e orchetti, alle prese con l'appetito.

A parte la proverbiale fame degli hobbit, ci siamo accorte che anche gli altri personaggi non sono da meno. Pensate a Gandalf, un vecchio mago, autorevole Maia giunto da Valinor, creatura angelica che guida la compagnia, con quale tratto poco evanescente ci viene descritto: "Finalmente Gandalf spinse via piatto e boccale - aveva mangiato due enormi filoni di pane (con una montagna di burro, miele e mascarpone) e bevuto almeno un litro di idromele - e tirò fuori la pipa."

Ma anche il misterioso Tom Bombadil, questo strano spirito della terra che raccoglie gigli e canta saltellando nel bosco, sembrerebbe totalmente disincarnato se partiamo dal fatto che è l'unico personaggio che non è affatto tentato dall'anello; ebbene, appena si avvicina alla tavola freme di gioia: "E' apparecchiata la tavola? Vedo crema gialla e miele, e pane bianco e burro; vedo riuniti assieme latte, formaggio, verdi erbe e bacche mature. Sarà sufficiente per noi? E' pronto il nostro pranzo?'"

I nani ci hanno sorpreso un po' meno ma l'elenco di cose che chiedono a Bilbo all'inizio de Lo Hobbit è veramente da capogiro e vale la pena farci caso: birra chiara, birra scura, pan di spagna, torte, un goccio di vino rosso, marmellata di lamponi e torta di mele, pizza e formaggio, dolci, qualche uovo, pollo freddo e i sottaceti.

Gli hobbit , si sa, mangerebbero in continuazione e ci accompagnano allegramente durante tutto il racconto con i loro slanci mangerecci. Ecco cosa mangiano, ad esempio, durante una festa di compleanno: "Quando il padrone di casa ebbe ricevuto tutti gli ospiti, si diede il via alle danze, alla musica, ai giochi, alle canzoni e, naturalmente, ci si precipitò a mangiare e bere. Tre erano i pasti ufficiali: colazione, merenda e pranzo (o cena). La colazione e la merenda erano caratterizzate dal fatto che gli invitati sedevano a tavola e mangiavano insieme. Durante il resto del tempo, si vedeva invece solo una quantità di gente che mangiava e beveva senza interruzione e ciò dalle undici alle sei e mezzo, ora in cui incominciò lo spettacolo pirotecnico."

Bene, se per ora avete gradito, passerei alla seconda portata .

Il secondo spesso è meno appariscente del primo, può essere meno "trionfante" di un bel piatto di pastasciutta, ma ci dà le sostanze che ci fortificano e costruiscono la persona; le nostre proteine letterarie saranno allora le ragioni che tentiamo di trattenere riguardo all'importanza del cibo per il nostro autore e per noi.

La questione del mangiare è sottilmente legata a quella della compagnia che è poi uno dei temi centrali di tutto il romanzo: il profondo legame di affetto tra Frodo e Sam, l'amicizia con Merry e Pipino, la Compagnia dell'Anello vera e propria, rappresentano il punto risolutivo di tutta la vicenda. A ben vedere, come indica la parola stessa, una com-pagnia umana è un che formato attorno a ciò che ci nutre: compagnia, cum panis = con-il-pane.

Ogni civiltà, ogni popolo, nasce dall'associarsi attorno a qualcosa che unisce i membri, un qualcosa che conviene a chi si aggrega. Nel caso del popolo cristiano, ad esempio, potremmo notare che Gesù, compagnia di Dio all'uomo, nasce a Betlemme ( Bethlem =città del pane) in una mangiatoia, compie il primo miracolo presso il banchetto delle nozze di Cana, si fa cibo nell'ultima cena ...

La tensione al destino e la ricerca della felicità che sottilmente percorre tutto il corpo del racconto, trova una risposta nella compagnia, nei legami che si sono creati tra i personaggi, nella disponibilità che ognuno di loro ha dato a frazionare il pane con l'altro, a dividere quindi la sostanza della vita e la vita stessa. "Sta a te decidere, ma ti sarò sempre accando per aiutarti" dice Gandalf a Frodo rimandendo fedele a questa promessa fino ad accettare il sacrificio e la morte per il bene della Compagnia nelle caverne di Moria; "Coraggio, signor Frodo! - grida invece il fedelissimo cuoco della compagnia, Samvise Gamgee, sulle pendici del Monte Fato quando l'epilogo si avvicina e il padrone è allo stremo delle forze - Non posso portare io l'anello ma posso trasportare voi ed esso insieme. Alzatevi! Suvvia, signor Frodo caro! Sam vi porterà in groppa. Ditegli dove deve andare e lui vi andrà!".

Gollum, invece, che aveva rifiutato con sdegno l'idea di mangiare dello stufato di coniglio, che divora appartato animali vivi, creature di ogni genere, ed è quindi fuori dal gruppo dei com-pagni, non desidera una vita sensata e preferisce il non senso dell'Anello.

Sappiamo che il tema del romanzo è il destino dell'uomo davanti alla morte, anche la sete di potere non è che una conseguenza. L'Anello trattenendo il tempo non dà una vera vita eterna ma una vita senza incontro col destino e rende come simili agli zombi, dei morti viventi. Il cibo pur capace solo di alimentare una vita che scorre, consumato in compagnia conduce invece ad una vita piena che punta alla sua meta, accetta di dipendere dal creato e dagli amici coi quali si nutre dei suoi frutti.

Siamo giunti dunque alla frutta ...

Fin qui non abbiamo parlato che di cose, di sensi e di piacere: si potrebbe pensare che, nonostante la fede personale dell'autore, l'opera sia ignara delle profondità dello spirito; ma si tratterebbe di un pregiudizio insensato; non ama la materia con lo stupore e la tenerezza che occorrono per accostarvisi con rispetto, chi trascura il mistero che essa testimonia. Nessuno infatti è attaccato alla concretezza della materia come chi ne intuisce un ineffabile senso e ne aborrisce indignato lo stupro che ha luogo in Mordor o ad Isengard, come in tanto falso progresso. Insomma, Tolkien è un vero gaudente materialista .ma sui generis , infatti ama la materia perché intuisce che la realtà è permeata da un ineffabile senso. "Qual è il senso della vita?" si chiede. "In uno strano angolo dell'universo si sono sviluppate delle cose che hanno una mente che si pone certe domande e cerca di rispondervi. (.) In quanto creature viventi siamo all'interno dell'Universo e parte di esso, le nostre idee di Dio e i modi in cui le esprimiamo saranno in gran parte derivate dalla contemplazione del mondo che ci circonda."4

Sarebbe incomprensibile l'ipotesi da alcuni avanzata che a un certo livello la personalità di Tolkien fosse pagana o non credente. Chi lo ha conosciuto di persona si è trovato invece provocato a fare i conti in modo stringente con l'ipotesi della fede. E' il caso del suo grande amico, anch'egli intellettuale e scrittore, quel Lewis autore fra l'altro delle splendide Lettere di Berlicche, di un ciclo di racconti fantastici, di fortunati romanzi di fantascienza ma anche di studi critici sulla letteratura medievale. Ebbene egli deve all'amicizia con Tolkien la propria conversione al cristianesimo. "Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica - disse Tolkien in una sua lettera - all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perchè non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la 'religione', oppure culti i pratiche, nel mio mondo immaginario. Perchè l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo."5

Chiudo con il dolce ...

Non è così scontato che ogni buon banchetto si chiuda con il dolce e che un buon racconto termini con il lieto fine: tutto questo risponde a un esigienza del cuore (o del palato!) ben precisa. Ci spiega Tolkien (che per questo ha coniato il termine "eucatastrofe", cioè "buona - catastrofe"): "La caratteristica della buona fiaba, del tipo elevato ovvero completo, è che, per quanto terribili siano gli avvenimenti, per quanto fantastiche o spaventose le avventure, essa è in grado di provocare nel bambino o nell'adulto che l'ascolta, nel momento in cui si verifica il "capovolgimento", un'interruzione del respiro, un sobbalzo del cuore, di portarlo vicino al pianto o addirittura di indurlo effettivamente a piangere: sensazioni altrettanto acute di quelle date da ogni altra forma di arte letteraria e che hanno una qualità peculiare."6

Non è quindi un caso l'improbabile finale del romanzo e neppure il fatto che nelle ultime pagine Tolkien torni a descrivere con passione banchetti e golosità di ogni genere.

Il dolce è un inevitabile finale che l'uomo attende e spera nonostante tanta letteratura, così detta veristica, abbia riempito pagine e pagine di racconti senza speranza, di finali drammatici e truculenti che arrivano a togliere ossigeno al cuore e orizzonte agli occhi. La verità del verismo non è dunque completa e totale. Dal suo crudo fermarsi al limite si alza spontaneo l'enelito a superarlo. Nulla di male a scrivere così, ma è inquietante la latitanza o perfino la censura e il disprezzo per chi invece conclude col lieto fine.

Nelle ultime pagine del romanzo, Tolkien sottolinea il clima di festa, di pace e di dolcezza ritrovata, appunto, raccontando di come i frutti della terra, particolarmente abbondanti, riempissero di gioia i cuori e gli stomaci degli hobbit: "il 1420 fu in tutto un anno meraviglioso (...) Vi fu un tale traboccare di ogni genere di prodotti che i giovani Hobbit nuotavano quasi nelle fragole con panna, per poi sedersi sui prati all'ombra dei susini mangiando a non finire."

Ma al di la di ogni spensieratezza condivisa con gli amici, ciò che veramente riempie il cuore di pace come "rapidi sorsi di dolce idromele" è l'intimità della casa, quel luogo che ci attende alla fine di ogni nostro viaggio dove ancora una volta la tavola è imbandita: "Egli vide una luce gialla e del fuoco acceso: il pasto serale era pronto, e lo stavano aspettando. Rosa lo accolse e lo fece accomodare, e gli mise in braccio la piccola Elanor sulle ginocchia. Egli trasse un profondo respiro. 'Sono tornato', disse."

Il Ricettario

Considerato che le ricette citate da Tolkien sono, per la maggior parte, note e semplici realizzazioni tipiche della cucina popolare e contadina, non è stato difficile recuperare le indicazioni precise per delle ottime realizzazioni. Così, ad esempio la ricetta del pane che abbiamo inserito (si fa uso della parola "pane" almeno 1 volta nel "Il Silmarillion", 10 volte ne "Lo Hobbit", e più di 20 volte ne "Il Signore degli anelli") con tanto di spiegazione della realizzazione, per i più coraggiosi, del lievito madre, è quella stessa ricetta che più volte si è realizzata in casa per fare il pane da cuocere nel vecchio forno a legna dei nonni. La crema gialla (di cui fa largo uso Tom Bombadil) è il pezzo forte di Cinzia, la torta di mele chiesta da Bifur a Bilbo, è una specilità delle nostre mamme...

Continuando ad esaminare l'elenco delle vivande citate da Tolkien, l'orizzonte del nostro panorama culinario si è aperto quando ci siamo imbattute in ricette tipicamente inglesi o quando ci siamo scontrate con i problemi di traduzione del romanzo dall'inglese all'italiano. Forse è cosa già nota ma molti passaggi, nel corso della traduzione, sono stati italianizzati e "stravolti". Nella nostra copia de "Lo hobbit", edito in Italia nel 1985, si sente infatti Bofur chiedere della pizza. Perplesse e stupite abbiamo così verificato il testo originale rendendoci conto che in realtà ciò che il nano chiede è del "mince pie" una specie di tortino che esiste in versione salata (a base di formaggi) o dolce (a base di frutta secca e mele), tipico delle feste natalizie e offerto dai bambini a Babbo Natale di passaggio nelle loro case.

Al di fuori dei problemi di traduzione, un'altra cosa interessante è stato scoprire che la ricetta "pesci e patate" di cui Sam parla a Gollum durante la discussione sulla cottura dei conigli e sul cibo in generale, è anche una tipica ricetta in uso presso i ragazzi universitari inglesi: di facile realizzazione, economica e buona, che Tolkien probabilmente doveva conoscere bene.

L'entusiasmo, poi, si è fatto strada: come abbiamo accennato anche nella nota introduttiva, non sempre le ricette che abbiamo elencato sono descritte nel testo ma, in questi casi, pur non sapendo se Sam abbia mai cucinato la zuppa di funghi e patate, non ci sembrava di fare una cosa tanto sbagliata inserire una ricetta del genere anche perchè sappiamo che gli hobbit fanno uso di brodo, cucinano le patate e amano i funghi.

Insomma, alla fine di questo lavoro ci sentiamo un po' due hobbit anche noi, con tutti i limiti e i difetti degli hobbit che, ci auguriamo, saranno perdonati. Tolkien stesso, in un certo senso, ci ha condotte a diventare così. Leggendo "il Signore degli anelli" è facile cadere quasi fisicamente nella Terra di Mezzo e ritrovarsi a proprio agio negli ambienti descritti. E, a sentire anche altri appassionati lettori, tutto questo non è sinomimo di fuga dalla realtà. Tolkien stesso, davanti all'accusa di alcuni critici di aver creato mondi immaginari adatti solo a fuggire dalla realtà, rispose invitando a non confondere: "l'evasione del prigioniero dalla fuga del disertore" , sottolineando come le fiabe, oltre ad essere rivolte a tutti (adulti e bambini) avevano funzione di Ristoro dicendo che esse attingono dalla realtà inventando un Mondo Secondario e che nella realtà confluiscono, dando a chi le legge: "la possibilità di attingere a realtà perenni e permanenti e non transitorie come le cose fugaci e fuggevoli della vita moderna". "Le fiabe parlano di cose permanenti, non di lampadine elettriche, ma di fulmini" disse Tolkien.

La Fantasia , per Tolkien, è l'arte di un sub-creatore, di colui che, riconoscendosi creato e figlio, desidera imitare il Padre e continuare in qualche modo, con la sua opera, l'impeto e l'entusiasmo della creazione originaria. "L'uomo non è un bugiardo: potrà forse storpiare i suoi pensieri sotto forma di menzogne, ma egli proviene da Dio, ed è da Lui che egli trae i suoi ideali ultimi ... Creando un mito, praticando la "mitopoiesi" e popolando il mondo di elfi, draghi e spiriti maligni, il narratore realizza di fatto il progetto di Dio e riflette un minuscolo frammento della vera luce."

Sub-creatrici del mondo crato dal sub-creatore di Oxford, incoraggiate in un certo senso da egli stesso, abbiamo così anche noi affrontato la difficile impresa di inventare, sub-creare appunto, le ricette della Terra di Mezzo, copresa quella dei lembas e l'elisir degli ent.

Per noi è stato un lavoro molto bello e divertente e ci auguriamo che, come è già accaduto, possa diventare un simpatico strumento capace di far incontrare le persone, far nascere nuove amicizie e consolidarne di antiche . insomma, buon appetito a tutti!

 

1 J.R.R. Tolkien La realtà in trasparenza , Rusconi, Milano 1990, p. 326

2 Flannery O' Connor, Nel territorio del Diavolo , Edizioni minimum fax, Roma, 2003, p.44

3J.R.R. Tolkien La realtà in trasparenza , Rusconi, Milano 1990, p. 86

4 J.R.R. Tolkien La realtà in trasparenza , Rusconi, Milano 1990, p. 448

5J.R.R. Tolkien La realtà in trasparenza , Rusconi, Milano 1990, p. 195

6J.R.R. Tolkien Albero e Foglia, Rusconi, Milano 1984, p. 86

 


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