Homo Fiabens

Cap. 2: Homo Fiabens

 
Ovvero: perché l’ uomo racconta fiabe? Perché ride!

oglio iniziare questo articolo citando questa tavola tratta da “Calvin and Hobbes LA VITA CHE STRESS” di Bill Watterson (Ed. it. Comix, trad. di Nicoletta Pardi).

I vignetta, Calvin: Non è strano che l’ evoluzione ci abbia fornito di senso dell’ umorismo?

II vignetta, Calvin: Se ci pensi è strano che abbiamo una risposta fisiologica all’ assurdo. Ridiamo per la demenzialità. Ci piace. Pensiamo che sia buffa.

III vignetta, Calvin: Non pensi che sia bizzarro che apprezziamo l’ assurdità? Perché ci siamo evoluti in tal senso? Che beneficio ne abbiamo?

IV vignetta, Hobbes: Suppongo che se non ridessimo alle cose che non hanno senso, non potremmo reagire a gran parte della vita.

VI vignetta, Calvin: Non so se sia divertente o assolutamente terrorizzante.

Ma sospendiamo per un poco il terribile dubbio di Calvin e partiamo dall’ inizio, e cioè da: “chi è l’ uomo?”

La risposta alla domanda: “chi è l’ uomo?” deve necessariamente provenire da una qualche peculiarità dell’ essere umano, non presente in altri animali, e, soprattutto, che accomuni tutti gli esseri umani.

La definizione che abbiamo imparato a scuola nelle ore di biologia, “homo sapiens”, forse non è la migliore. Tantissimi animali sanno. La marmotta sa dove è nascosta la sua tana, come si snodano i suoi cunicoli sotterranei, quali sono i suoi cuccioli, dove trovare il cibo… ecc.

Certamente l’ uomo sa anche tantissime altre cose. Ad esempio sa cosa è una supernova.

Ma anche questo, a ben vedere, non è un punto di merito per la definizione “sapiens” dell’ uomo: in effetti, dubito che più del 2% della popolazione mondiale sappia che cos’ è una supernova!

Dunque stiamo cercando una caratteristica che accomuni tutti gli uomini, e che differenzi gli uomini dagli animali:

Esistono popoli che non si fanno il bagno. Esistono popoli che consentono la poligamia e la poliandria. Esistono popoli che vanno in giro nudi. Esistono popoli che sanno contare solo fino a due.

Ma non esistono popoli che non hanno una religione, o che non ridono, o che non raccontano fiabe.

Come non esistono popoli che non parlano.

Forse adesso ci siamo, una delle due proposizioni (religione-ridere-fiabe / parlare) potrebbe essere la caratteristica cercata, o tutte e due.

Parto dal considerare l’ homo loquens (l’ uomo che parla): gli animali parlano? Sì, a versi, con un vocabolario limitatissimo, ma riescono a comunicare con i propri simili un certo numero di loro sensazioni, conoscenze ecc… e se volessimo non considerare come linguaggio il linguaggio di versi degli animali come scimmie o cani, dovremmo comunque considerare che alcuni etologi ormai sostengono che le orche, ad esempio, hanno un linguaggio tale e quale al nostro, formato da circa trenta suoni simili o alle lettere, o alle sillabe, con tanto di lingue e dialetti.

Il che potrebbe far pensare che l’uomo, non essendo l’ unico essere parlante, non può esser definito come l’ essere che parla. Ma in base a queste considerazioni mi pongo un’ ulteriore domanda: se per caso dovessimo scoprire che le balene effettivamente chiacchierano, non vorremmo forse coprire quel che si dicono? E chiedere loro cosa pensano? E instaurare un dialogo alla pari? Insomma, se scoprissimo che le balene parlano come noi, non le considereremmo, non più animali, ma bensì esseri simili, pari a noi?

Ebbene: questo potrebbe anche succedere, visto che molti ricercatori oggi sono impegnati in ricerche sul linguaggio delle balene, e ci farebbe riconsiderare pesantemente il significato di uomo, ma potrebbe anche rivelarsi una delusione amara. Poniamo che le orche si parlino, sì… ma con le loro parole non raccontino nulla di poetico, di divertente… non descrivano le meraviglie del mare, né parlino dei loro dei.

È questo quello che infatti un uomo si aspetta da un proprio simile: che non usi il linguaggio solo per i discorsi terra terra di tutti i giorni, ma che usi la propria voce per esprimere sensazioni, sentimenti e cose grandi e belle, o terribili. E che magari lo faccia con la poesia.

C’è chi, come W.F. Otto sostiene che il linguaggio umano non sia nato per comunicare cose pratiche con fini utilitaristici, tipo: “dammi da mangiare!”, o “passami la clava!” o “è scappato di là!”. Egli scrive: “La cosa più incomprensibile è però il misconoscimento del ben noto dato di fatto per cui i linguaggi, proprio all’ inizio, per quanto possa apparire miracolistico, sono massimamente ricchi di forme, e complicati; essi non si sviluppano dunque nel senso della molteplicità e della capacità espressiva, ma al contrario, con l’ uso si impoveriscono e si inaridiscono sempre di più. Non possono dunque essere stati creati per scopi esterni a loro stessi. Non rientrano fra le operazioni dell’ intelletto e della volontà, nell’ utilizzabilità in senso ampio: sono invece simili alle creazioni artistiche, che sono completamente autonome, vengono all’ esistenza con un entusiasmo inaudito, danno frutti ricorrendo all’ ispirazione ed alla rivelazione e non cominciano dal più piccolo, ma dal più grande” (W. F. Otto, Il mito, ed. Il Melangolo, traduzione di Giampiero Moretti, pag. 107). Il linguaggio sarebbe dunque scaturito da una certa forma artistica, o da uno svilupparsi di forme artistiche: forse ritmo, musica, narrazione, mito, fiaba.

Allo stato attuale delle ricerche non è certo facile dire se Otto ha ragione. Bisognerebbe assistere alla nascita di una lingua tra uomini che non sanno nemmeno cosa sia una lingua (la cosa, invero, è stata fatta: si confronti l’ articolo “Inventato un nuovo linguaggio dei segni” apparso nella pagina scientifica del Corriere della Sera del 17-9-2004, ma la ricerca ha indagato il mero nascere della lingua, non le modalità della nascita). Probabilmente non si arriverà mai ad una teoria definitiva, ovvero non si saprà mai se il linguaggio nasce dall’ utilità o dall’ arte.

L'unica cosa che sicuramente possiamo constatare è che la musica, forma di espressione poco pratica e molto artistica, è sicuramente una forma di espressione più semplice della parola e per questo potremmo supporre che il linguaggio musicale sia nato prima del linguaggio verbale, ma si tratta anche qui di un'ipotesi che credo impossibile da verificare.

Facendo ora un passo indietro, certo è questo: l’ arte caratterizza il linguaggio umano, forse più dell’ utilitarietà (i), e senza arte il linguaggio (e con lui l’ uomo) sarebbe ben poca cosa, come le orche che non parlano delle bellezze del mare di cui si diceva prima.

Su come sia possibile che l’arte caratterizzi il linguaggio penso che Pirandello e JRR Tolkien abbiano idee simili a loro insaputa.

Il grande scrittore e drammaturgo siciliano ha basato tutta la sua opera sull’ umorismo, tecnica che, sappiamo dal suo saggio “L’ umorismo”, si basa sul quel “sentimento del contrario”, innato in ogni uomo, che può produrre tanto riso quanto compassione.

“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti,tutti unti non sisa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’ abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a quest’ espressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente si inganna che , parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’ amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre quel primo avvertimento, o piuttosto più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra comico ed umoristico. […] Questo stato d’ animo, ogni qual volta mi trovo di fronte ad una rappresentazione veramente umoristica, è di perplessità: io mi sento come tenuto tra due: vorrei ridere, rido, ma il riso mi è turbato e ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa.” (L. Pirandello L’ umorismo, cap. II, Angelo Signorelli Editore, pag 169 e 176)

Ridiamo quando avvertiamo che siamo posti davanti a qualcosa che non va, che dovrebbe essere differente. E questa è una cosa esclusivamente umana, per quanto ne sappiamo fino ad ora, gli animali non ridono. Ma non solo, vi è un successivo gradino: il sentimento, l’ emozione, il fare proprio questo contrario ed interiorizzarlo, esserne coinvolti, emozionati. Si ha quindi un ragionamento interiorizzato, l’ anima viene toccata dal ragionmento.

Grazie a questa famosissima dissertazione di Pirandello riusciamo a capire bene il significato delle parole che seguono, sempre nel saggio, al capitolo III: “[…] nella concezione di un’ opera d’ arte, la riflessione è quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira” (L. Pirandello L’ umorismo, cap. III, Angelo Signorelli Editore, pag 177) e quelle del II capitolo “l’ opera d’ arte è creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elemento hanno corrispondenza tra loro e con l’ idea madre che le coordina. […] la coscienza non rischiara tutto lo spirito; segnatamente per l’ artista essa non è un lume distinto dal pensiero, […] La coscienza insomma non è una potenza creatrice, ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira; si può dire anzi ch’ esso sia il pensiero che vede sé stesso, assistendo a quello che esso fa spontaneamente. […] la riflessione […] è, quasi, per l’ artista una forma del sentimento.” (L. Pirandello L’ umorismo, cap. II, Angelo Signorelli Editore, pag 168).

Insomma: se la ragione riesce a produrre arte è grazie solo al fatto che riesce a produrre un sentimento del contrario, o, seil termine è preferito, un’ emozione del contrario. Un ragionamento, quindi, che coinvolga anche l’ anima, e non solo la ratio dell’ uomo.

Io trovo che questi discorsi siano mirabilmente trasponibili alla materia di questo saggio: non ha forse detto Tolkien “Se davvero gli uomini non sapessero distinguere tra le rane e i nostri simili, non sarebbero nate favole (ii) su principi cangiati in rospi” (J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, ed. Bompiani, trad. it. di F. Saba Sardi, saggio “Sulle fiabe”, pag 76) Avviene nelle fiabe un processo simile a ciò che avviene nel racconto umoristico: dapprima si avverte che le cose vanno al contrario di come dovrebbero andare (un principe che è un ranocchio? impossibile!) e poi il contrario viene interiorizzato e fatto sentimento: nuovamente sentimento del contrario, in questo caso però non si parla più di umorismo, ma di meraviglia.

Attenzione! Se il racconto del meraviglioso si fermasse all’ avvertimento del contrario si avrebbe solamente incredulità, come si avrebbe solo comicità (o sempre solo incredulità) in un racconto umoristico. La fiaba, come il racconto umoristico pirandelliano, va oltre: intervengono le coscienze (le anime) dell’ autore e dell’ uditore perché il contrario generi sentimento. A mio parere la differenza tra racconto umoristico e fiaba è minima, sta nella mera terminologia, dacché il processo mentale è lo stesso.

Ed ecco quindi i due gradini che l’ uomo, e solo l’ uomo a quanto se ne sa, percorre: l’ avvertimento del contrario, e il sentimento del contrario.

I sentimenti sono anche animali, certo, ma il sentimento del contrario è solo umano perché basato su una fonte che solo l’ uomo possiede: l’ avvertimento del contrario. O, perlomeno, è solo umana la capacità di tramutare l’ avvertimento in sentimento.

È il desiderio che ci spinge a compiere le azioni che facciamo, e cosa più del sentimento è desiderabile? Dal desiderio del sentimento nasce la necessità, sia per l’ autore che per il fruitore, dell’ opera d’ arte come produttrice di sentimento.

Dunque potremo così concludere: l’ uomo desidera il sentimento; pecularietà dell’ uomo è rispondere a questa necessità in vari modi, tra cui la creazione del sentimento del contrario tramite il racconto umoristico o la fiaba. Bene ha fatto chi ha detto che l’ uomo è “homo ridens” bene farà (a parte il latino maccheronico) chi lo chiamerà “homo fiabens”

Dunque è il sentimento del contrario, l’ arte, a caratterizzare l’ uomo, e di conseguenza l’ aspetto umano del linguaggio.

Dunque, parafrasando Pirandello: “Questo stato d’ animo, ogni qual volta mi trovo di fronte ad una rappresentazione veramente fiabesca, è di perplessità: io mi sento come tenuto tra due: vorrei essere scettico, faccio lo scettico, ma lo scetticismo mi è turbato e ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa.”: infine io sono coinvolto, credo, ed è questa la meraviglia.

Note:

(i) si pensi ad esempio al termine “siderurgo” e alle parole da esso derivate: il termine fa diretto riferimento alle stelle (sider), e conferma quanto in antichità i fabbri fossero considerati portatori di un’ arte (quella di lavorare il ferro) misteriosa e vicina al divino. Non considerare questo riferimento assolutamente poetico mi sembra molto difficile.

(ii) L'originale inglese Fairy tales sarebbe stato meglio tradotto col termine fiaba.

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