Homo Fiabens

Cap. 3: C'era una volta... ma c'era davvero?

 
Mithos e Logos. Lo schema delle due realtà.
 

el capitolo precedente ho sostenuto che la fiaba, come il racconto umoristico, nasca dal desiderio e dalla necessità del sentimento. La maggior parte della critica sulla fiaba però sostiene che racconti come miti e leggende, e anche le antiche religioni pagane nascano dalla scarsa conoscenza dell’ uomo primitivo riguardo la natura. Ovvero: l’ uomo antico, vedendo il fulmine, e non sapendoselo spiegare, inventa Zeus che lo scaglia.

Oppure alcuni sostengono che i miti nascano dalla storia, in particolare per spiegare, o meglio giustificare, i cambiamenti della società. Si veda ad esempio l’ introduzione di Robert Graves al suo “I miti Greci” edito in Italia da Longanesi (i).

Personalmente non credo a queste interpretazioni. L’ interpretazione storico-sociologica non è stata mai avvalorata dall’ archeologia o dalla storia (ovvero non sono mai stati dimostrati come fatti storici i fatti presunti alla base della mitologia). All’ interpretazione “naturalistica”, oltre a me, non vi credono né Otto né Tolkien. Nel saggio “Sulle fiabe” di quest’ ultimo si può leggere questo esempio: “Prendiamo quello che sembra un chiaro esempio di mito olimpico della natura [che noi abbiamo chiamato “un mito naturalistico” N.d.R.]: il dio norreno Thórr. Il suo nome è tuono, di cui Thórr è la forma norrena; né è difficile interpretare il martello, Miöllnir, come il fulmine. Pure Thórr ha, fin dai documenti più antichi in nostro possesso, un carattere o una personalità ben definita, irreperibile nel tuono o nel fulmine, ancorché alcuni particolari possano venir riferiti a questi fenomeni naturali: per esempio la sua barba rossa, il suo vocione e il temperamento collerico, la sua forza cieca e distruttrice. Ciononostante, sarebbe privo di senso chiedersi: che cosa venne prima, le allegorie della natura relative a tuoni personalizzati che riecheggiano tra i monti, fendendo rocce e alberi, oppure aneddoti relativi ad un agricoltore irascibile, non molto intelligente, dalla barba rossa, di forza fuori dal comune, un individuo in tutto, tranne che per la statura, molto simile agli agricoltori del nord, i boendr da cui Thórr era soprattutto amato? […] È più ragionevole supporre che l’ agricoltore sia saltato fuori nel momento stesso in cui Tuono ebbe una voce e un volto; che ci fosse un lontano brontolio di tuono tra le colline ogniqualvolta un narratore udiva un agricoltore preda dell’ira” (ii)

Indubbiamente le fiabe trattano di elementi e situazioni particolari, eccezionali, non quotidiane, ma questo non significa che la fiaba voglia spiegare, in termini logici e con esseri eccezionali, elementi della vita. Se fosse solo questo non si spiegherebbe in Thórr la coesistenza del fulmine e del contadino dal pelo rosso. A ben guardare poi si nota che la fiaba non coinvolge nel soprannaturale solo fenomeni eccezionali. Ad esempio in Giappone gli scintoisti legano in matrimonio delle rocce. Cioè compiono un azione rituale (fiabesca, per come intendiamo qui la fiaba) su dei soggetti del tutto ordinari, che però loro ritengono animati. L’ anima non è quindi attribuita solo a cose eccezionali come il fulmine o il sole, ma anche a delle comunissime rocce.

Inoltre, dopo aver visto migliaia di fulmini nella mia vita vorrei proprio sapere perché dovrei considerare il fulmine una cosa degna di tanta attenzione, tanta da dovermi inventare un dio per soddisfare la mia curiosità.

In effetti io penso, che più che una questione di curiosità dell’ uomo verso l’ ambiente che lo circonda, la nascita della fiaba è una questione di meraviglia, di quella meraviglia di cui abbiamo già parlato nel precedente capitolo.

Tutti sanno che il fulmine esiste ed è una cosa ordinaria nei temporali. Eppure esso suscita nell’ animo di chi lo osserva, sia esso un primitivo o un meteorologo, una sensazione di forza, potere e grandezza.

Una fonte d’ acqua è un luogo ritrovabile quasi ovunque nel mondo. Eppure la vista della fonte genera quasi sempre una sensazione di bellezza e pace, vita e fertilità.

Non è dunque il fenomeno in sé che genera il mito, lo straordinario non sta nella scarica elettrica del fulmine o nell’ affiorare di una falda, ma nell’ emozione che va a coinvolgere l’ anima umana.

Ora, cosa è quel fattore che perturba l’ anima umana e la porta all’ emozione?

Secondo James Hillman, i luoghi hanno un’ anima (iii). Noi potremo estendere il concetto al fulmine, ed ad una serie di cose che specificherò meglio più avanti, come ad esempio i tesori e le reliquie.

Ora, temo che, molte persone, sentendo parlare di anima, decidano di tralasciare questo saggio. In effetti un saggio come questo dovrebbe mantenersi al di sopra del credo delle persone, e trattare l’ argomento senza introdurre “verità spirituali”. Ma purtroppo un saggio sulle fiabe non ne può fare a meno. Perché di questo deve parlare: del rapporto su cui la fiaba si basa, e cioè del rapporto tra l’ uomo, la natura e lo spirito.

Per meglio intendersi, prima di introdurre lo schema delle due realtà, e dei due linguaggi (mithos e logos) che le descrivono, vorrei riportare un paragrafo di un articolo di Umberto Eco, in cui lo scrittore narra dei suoi viaggi alla ricerca dei tesori e delle reliquie custodite nelle cattedrali e nei monasteri: “[…] una volta, in un monastero del monte Athos, parlando col monaco bibliotecario ho scoperto che era stato studente di Roland Barthes a Parigi e aveva fatto il Sessantotto – e quindi sapendolo uomo di cultura, gli ho chiesto se lui credeva all’ autenticità delle reliquie che baciava devotamente ogni mattina all’ alba, durante un’ interminabile e superba funzione religiosa. Lui mi ha sorriso con dolcezza, una certa maliziosa complicità, e mi ha detto che il problema non stava nell’ autenticità ma nella fede, e che lui baciando le reliquie ne avvertiva il mistico profumo.”.

Quando in questo saggio parlerò d’ anima (iv), ne parlerò come una verità assoluta: ciò non significa che stia cercando di proporvela come verità assoluta, o che io ci creda. Semplicemente sto parlando di una cosa che all’ interno delle fiabe è una verità. E non importa se il lettore vi crede o meno, ciò che importa è descrivere ciò in cui crede chi racconta fiabe.

Delle reliquie di Eco non importa la loro effettiva autenticità, ma l’ emozione, la fede che generano nel cuore del credente. Così come parlare delle scariche elettriche in atmosfera non mi interessa. Mi interessa molto capire invece la figura di Zeus, o di Thórr, e la mente, le emozioni, la fede di chi in loro credeva.

Sallustio, parlando dei miti disse una volta: “Ciò non è mai accaduto, è però sempre”.

Se riuscissimo a comprendere l’ intuizione che sta sotto questa frase avremmo fatto un passo da giganti nella comprensione di cos’è la fiaba e di quello che è l’ homo fiabens.

Ulrike Kindl apre la sua raccolta “Le Dolomiti nella leggenda” con una frase ad effetto: “Le fiabe, si sa, sono vere” (v). Anche Italo Calvino, nella sua raccolta “Fiabe Italiane” esprime la stessa convinzione: “[…] io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi ad un uomo e a una donna […]” (vi).

Questa interpretazione sicuramente coglie un aspetto veritiero: nella fiaba sono contenute tutte le norme sociali, le convinzioni popolari in merito alla morale, al fato e al corso del mondo. Nel loro continuo riproporre topoi sempre uguali sicuramente esprimono una volontà popolare di mettere ordine nelle cose del mondo. Ma secondo me vale la pena di spingersi un po’ oltre, perché nel discorso di Calvino manca un elemento fondamentale: la magia, che è sempre presente nella fiaba.

La professoressa Kindl in effetti si spinge un poco oltre, e, dopo aver affermato che è risaputo che le fiabe sono vere, specifica: “non raccontano certo fatti veri, ma forniscono verità, cioè strutture e modelli per l’ ordine di tutte le cose, per dare un nome al destino e una faccia alla sorte, per dare spazio alla speranza e un senso alla sofferenza, […] per porre un inizio e comporre una fine. […] la questione non si pone in termini di documentazione dotta e scientifica, bensì di immagine” (vii)

È convinzione universale che il mondo segua determinate leggi, non solo nell’ ambito della fisica, ma anche ad esempio nelle dinamiche umane. Rompere gli occhiali fa arrabbiare. Rischiare un incidente in auto mette addosso brividi e terrore: la morte è temuta. Ci sono anche leggi che possono farci prevedere il futuro: “Se il tal governo proseguirà nella sua politica di… cadrà.”; “Stai prendendo una brutta strada: finirai in galera, o all’ ospedale!”

Ovvietà, sicuramente! Ma ne possiamo trarre una conclusione: non esistono solo leggi fisiche. Alcune leggi ci permettono addirittura di prevedere il futuro, ovvero la realtà che avrà il futuro. Perché il futuro, come il passato, non è realtà. Non esistono! Il passato è esistito, il futuro forse esisterà. Eppure non è possibile dire che la presa della Bastiglia non è verità solo perché non è realtà. Verità e realtà sono due entità profondamente differenti, dove la prima è molto più ampia della seconda, e la comprende come sua piccola parte. La verità comprende, oltre alle verità storiche, tutte quelle realtà, quelle leggi, che regolano lo svolgersi delle cose e che talvolta ci permettono di capire come andranno probabilmente le cose in un futuro prossimo.

La verità inoltre comprende i sentimenti, come il terrore e la meraviglia, le idee (l’ idea di giustizia, l’ idea di bellezza, l’ idea del cavallo), e, a quanto dicono le fiabe, i draghi, la magia, l’anima. Le ninfe abitano i laghi e le grotte indipendentemente dal fatto che la cosa sia saputa. Anzi, tendono a celarsi, a vivere lì senza essere viste (viii).

Ma riflettendo su cosa siano i draghi, perveniamo a questa conclusione: i draghi sono idee, e le idee non possono che essere. Altro non possiamo dire delle idee! esse sono indipendentemente da qualsiasi contingenza. Nella verità esistono i draghi, i draghi sono essere puro.

In opposizione a ciò che esiste indipendentemente da qualsiasi contingenza possiamo individuare, per certi versi, ciò che è reale. Tutto ciò che può essere fotografato, tutto ciò che può essere toccato può essere riconosciuto come reale solo nell’ istante in cui viene conosciuto: cioè dipende dalle contingenze.

Filosoficamente il reale è un “fenomeno”, o un “essente”, qualcosa limitato e contingente all’ istante. Questo reale viene, quindi, lasciato alle leggi empiriche, alle leggi fisiche e matematiche. “Di un corpo possono essere conosciute, con una certa approssimazione posizione e velocità. Nulla più.” (ix)

Possiamo così cominciare a tracciare lo schema delle due realtà: la realtà del fenomeno e la verità delle idee.

La realtà del fenomeno, la realtà degli essenti, può anche essere chiamata natura (x), ovvero tutte le leggi naturali, chimiche e fisiche. Tutto ciò che deriva da queste leggi è natura, compresa la natura dell’ uomo. A questo proposito deve essere notato che non vi è una natura dell’uomo distinta, contrapposta alla natura delle cose. Vi è un’unica natura. E l’uomo ne è parte come tutte le tante cose che fanno parte della “natura delle cose” (xi). Se l’ uomo riuscisse a parlare di sé in modo veritiero, e cioè se comprendesse appieno la propria natura, non si troverebbe a parlare di “natura dell’uomo” contrapposta a “natura delle cose”, ma parlerebbe di natura tout-cour.

La natura (attraverso la natura dell’ uomo, se è necessario tirarla in ballo per far capire il concetto) determina in parte le idee. Alcune idee si basano sulla realtà: l’ idea del cavallo si basa su una summa delle caratteristiche di tutti i cavalli.

I problemi incominciano con l’ idea di bellezza. E si complicano terribilmente con l’ idea di giustizia. Ma per ora supponiamo pure che anche queste idee si basino su delle cose belle e delle cose giuste reali, verificheremo più tardi l’ipotesi.

La verità delle idee, l’ essere, comprende tutto quello che è, indipendentemente dalle contingenze. Comprende l’ idea di bellezza e l’ idea di terrore. E l’ uomo, nel pensare a queste due idee le ha chiamate ninfa e drago. E vi ha aggiunto caratteristiche non strettamente connesse alla pura idea, come possono essere le trame delle storie riferite a questi esseri mitici. Ma vista la ricorrenza di queste caratteristiche, si dovrà riconoscere che esse non sono sì strettamente connesse all’ idea, ma vi sono sicuramente associate intimamente dall’ universalità degli esseri umani.

Capiamo allora che la realtà delle cose può essere spiegata logicamente, mentre la verità no.

Per spiegare la verità servono delle fiabe. O perlomeno l’ uomo trova che le fiabe siano il mezzo migliore per raccontare l’ essere. Come si potrebbe altrimenti spiegare il nesso, lampante e chiaro, agli occhi dei Fassani, tra la luna, il colore delle montagne ed i salvans (xii)?

Quale mezzo migliore della fiaba dello sposalizio tra un uomo ed una fata può rappresentare il rapimento dell’ anima, che certi paesaggi naturali operano ogni giorno sui loro spettatori? La fiaba avviene ogni giorno.

Qualcosa che però viene collocato in un tempo in cui non ha senso parlare di passato, presente e futuro, in un luogo in cui non ha senso parlare di qui e lì, non può essere esplicitato con un linguaggio logico. Perché come abbiamo detto, il linguaggio logico si occupa della realtà essente, non della verità che è essere. Inoltre tutta la logica si basa sui concetti di passato, presente, futuro, qui e lì. È quindi necessario un linguaggio mitico per dare voce all’ essere(xiii).

I greci, i coniatori delle parole mithos (μυ̃θος) e logos (λόγος), dovevano aver intuito questi concetti. Secondo Otto: “Mυ̃θος significa la “parola”. Sarebbe bello sapere l’ etimologia di questo termine,ma è completamente oscura. Anche λόγος significa la “parola”.

“E’ chiaro che non si tratta di un inutile accumulo di sinonimi. […] Non v’ è dubbio che ciascuno di questi termini intende la “parola” in un’ accezione particolare, diversa da quella degli altri. […] Al lettore attento di Omero non può sfuggire che questo poeta usa le parole μυ̃θος e λόγος in senso del tutto diverso […]. La provenienza etimologica di λόγος ci è fortunatamente nota. […] Il concetto originario è quello della scelta […] del prestare attenzione, quindi, del ponderare, dell’ aver riguardo […] – e ben comprendiamo dunque perché questa “parola” sarebbe in seguito servita ad indicare ciò che è razionale, sensato, consequenziale […]. Tutt’ altra cosa il μυ̃θος! Con esso non si intende qualcosa di ponderato, calcolato, sensato. Il significato di questo termine è assolutamente oggettivo: il reale, l’ effettivo (in parola, naturalmente!). Mυ̃θος è la “storia” nel senso dell’ accaduto o di ciò che sta accadendo, conformemente all’ essere. La “parola” che dà notizia del reale, oppure che stabilisce qualcosa, che deve appunto divenir vero attraverso tale espressione: dunque la parola che dà notizie oggettive, autoritativa. Omero ne ha esempi evidentissimi. Si tratta in primo luogo della “parola” di un accadimento realmente avvenuto in passato. […] originariamente (mithos) indicava esattamente[…], ciò che è effettivamente vero; e aggiungo subito: qualcosa sì di raccontato un tempo, ma per la sua stessa essenza senza tempo, eterno! […] un’ autorivelazione dell’ essere nel senso degno e antico che non distingue fra parola e essere” (xiv).

Secondo Otto infatti, come abbiamo già detto, il linguaggio nasce come linguaggio mitico, diretta discendenza dell’ essere, e quindi ciò che è mito è.

In effetti sotto questo aspetto si può paragonare il mito all’ opera d’ arte. L’ opera d’ arte è. L’ opera d’ arte esprime concetti innegabili (ed assolutamente veri nell’ ottica dell’ espressione dell’ artista).

Il mito fa la stessa cosa nell’ ottica di un popolo, o dell’ umanità intera, se si considera questa come un unico popolo.

Oppure potremmo dire che, considerando non un popolo in particolare, né il popolo umano, ma l’ Uomo, e ciò che abbiamo detto prima riguardo la sua natura, il mito esprime la verità. Quella verità, che nascendo dalla natura dell’ uomo, che è parte indistinta della natura, è verità assoluta, priva di legami contingenti.

Il segreto della fiaba forse sta tutto qui. Nel fatto, che, come Tolkien sosteneva, l’ uomo conosce l’ erba verde ma può distinguere tra erba e verde. E in virtù di questa distinzione può immaginare erba viola e facce verdi. Ma benché queste cose non esistano esse sono vere. E descrivono la verità: esiste il verde, esiste l’ erba. E una faccia verde, benché non si sia mai vista, esprime un concetto di disagio, rabbia e inquietudine pari all’ “Urlo” di Munch. La faccia verde è vera quanto irreale.

Quando la fiaba parla di anima, o considera il mondo animato da esseri mitici, o sposa le rocce, sta quindi dimostrando quanto sia vera. Sta facendo notare che non tutto è spiegabile con il logos. Il mondo va oltre la fisicità, oltre la realtà. La verità è l’ anima. La verità è quella raccontata dalla fiaba.

Note:

(i) Ad esempio in questa introduzione, nell’ illustrare il mito del minotauro, Graves suggerisce l’ esistenza di un luogotenente del re Minosse di nome Toro di particolare crudeltà. Anche supponendo e vera questa notizia, la teoria “storica” non ci spiega in modo plausibile perché le popolazioni greche abbiano ritenuto di tramandare la storia tramutando il luogotenente Toro in Minotauro, né spiega da dove nasca la fantasia che può tramutare un uomo di nome toro in un minotauro. E infine, non spiega coma mai sia possibile immaginare un essere mezzo toro e mezzo uomo.

(ii) J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, ed. Bompiani, trad. it. di F. Saba Sardi, saggio “Sulle fiabe”, pag 38

(iii) James Hillman è l’ attuale maggiore esponente della scuola filosofico-psicananlitica Junghiana. Per l’affermazione, centrale nella filosofia di Hillman, cfr. ad esempio James Hillman, Carlo Truppi, L’ anima dei luoghi, Rizzoli.

(iv) o di Dio, o degli dei, o delle fate, degli sbilfs, delle agane, ecc…

(v) Italo Calvino, Fiabe italiane, Oscar Mondatori, pag. XIV

(vi) Ulrike Kindl, Le Dolomiti nella Leggenda, FK, pag. 27

(vii) Italo Calvino, op. cit., pag. XIV

(viii) Si vedano, ad esempio le fiabe sulle agane friulane, o anguane trentine. Dire che queste bellissime donne vivono negli anfratti più nascosti, dove mai nessuno ha messo piede, è come dire che il bello è sempre bello, anche se nessuno è lì a fruirlo. Una fonte meravigliosa nella sua estetica è sempre meravigliosa, e questo è uno dei principali insegnamenti delle fiabe: ciò che abbiamo chiamato verità (l’ universo) esiste indipendentemente dall’ Io, non è un’ illusione soggettiva.

(ix) Principio di indeterminazione. Si veda ad esempio l’ ottimo James Greene, “L’ universo elegante”, Einaudi.

(x) Si intende ovviamente natura nel suo senso scientifico-empirco. In quest’ accezione del termine, ad esempio, non avrebbe senso parlare della natura di Dio.

(xi) Infatti la natura dell’ uomo discende dalla natura dell’ ambiente circostante, vuoi per ragioni etologiche, vuoi per ragioni evoluzionistiche, vuoi per ragioni culturali.

(xii) Si veda, nel presente saggio, all’ interno della sezione ladina, la fiaba “I monti pallidi”, e la relativa nota.

(xiii) La formula “C’era una volta” non serve a collocare la fiaba in un passato che non ha più riferimenti col presente, un’ età dell’ oro perduta per sempre. La formula serve semplicemente ad avvertire l’ ascoltatore o il lettore che il tempo e lo spazio a cui si fa riferimento non sono descritti con il linguaggio di tutti i giorni, ma con il linguaggio mitico, linguaggio che annulla la scala del tempo e rende privi di significato i termini passato, presente e futuro.

(xiv) W. F. Otto, Il Mito, il melangolo, trad. Giampiero Moretti, pag. 30

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