Homo Fiabens

Cap. 1: Il termine fiaba

IL PRIMO PASSO: COSA SI INTENDE CON IL TERMINE “FIABA” IN QUESTO SAGGIO

ovvero: il termine “fiaba” non viene qui usato per indicare ciò che l’ uomo comune conosce come fiaba,

ma molto di più…

i fiabe se ne raccontano moltissime.

Di tutti i tipi. In ogni luogo. In ogni tempo. Le legge da un libro illustrato la madre al figliolo, le narravano i nostri vecchi attorno al fuoco, le narrano gli anziani attorno a fuochi accesi nella savana. Le raccolse Omero nell’ Iliade e nell’ Odissea. Le reinventarono Tolkien, Calvino e Apuleio.

Forse affermare che tali grandi scrittori scrissero fiabe sembrerà riduttivo o pretenzioso, ma il problema che sto ponendo non è determinare se, dato un racconto, questo è una fiaba o meno, dato che non sappiamo ancora cosa sia una fiaba: non ne abbiamo ancora categorie e definizioni. Il problema è definire le categorie e le peculiarità di questo termine per poi, in un secondo tempo, andare ad applicare la “definizione” di fiaba ai racconti che ci si presentano.

Dunque cosa si intende, in questo saggio, col termine "fiaba"?

Dico subito che in questa trattazione il termine “fiaba” verrà dilatato a molte cose che non sono mai state chiamate fiaba. Trovo un allargamento tale legittimo pensando a quest’ esempio: poniamo che esista un paese dove non sia ancora stato coniato il termine “animale domestico”. Ebbene, come potrebbe un etologo dilettante intitolare un proprio testo su cani, gatti, oche, mucche, vacche, maiali ecc.? Potrebbe inventare un nome per questo genere di animali, e con questo intitolare il testo. “Gaburri” potrebbe scegliere ad esempio, e poi spiegare nell’ introduzione al proprio lavoro quali animali sono questi gaburri. Ma dubito che qualcuno rivolga il proprio interesse verso qualcosa intitolato con un nome inventato di fresco. Probabilmente, a quest’ etologo converrà intitolare il proprio libro “Cani” e poi spiegare nell’ introduzione che non vuole parlare solo di cani, ma anche dei possenti tori, dei nobili cavalli, delle pacifiche oche, delle stupide galline, e così via.

Io mi trovo nella stessa situazione. Non posso inventare un nome per ciò che sto descrivendo, la cosa è antieconomica!

Ho quindi scelto il termine fiaba, e userò questo termine, a mia discrezione, in modo espanso e dilatato ad altri componimenti “artistici”, letterari e non. Naturalmente la mia discrezione non sarà arbitraria, ma motivata e ragionata.

Ma i problemi connessi all’ uso del termine “fiaba” non terminano qui: poche sono le persone che conoscono il termine “fiaba” per quello che è sempre stato, anzi, il termine “fiaba” è sempre stato usato con significati diversi e contrastanti, tantevvero che non è possibile darne una definizione assoluta (i): molti danno un significato a questa parola collegandola alla fiaba grimmiana, che pur essendo sempre una fiaba, è anche quel genere letterario, o quel genere di fiaba, nato in epoca molto recente, per mano dei fratelli Grimm, dalla reinvenzione, letterarizzazione e romanticizzazione dei racconti popolari che i due fratelli dividevano, a mio parere erroneamente, in due categorie: fiabe e leggende. Tornerò presto a soffermarmi su questa distinzione.

Perdipiù quasi nessuno al giorno d' oggi legge queste fiabe direttamente dai libri dei Grimm, ma le conosce indirettamente da riscritture per bambini, o da cartoni animati e film, e in ciò la Disney ha avuto un ruolo importante.

Ovviamente anche i film "Biancaneve" e "Cenerentola" sono delle fiabe (delle belle fiabe), ma non sono le uniche, e non devono rappresentare da sole il genere "fiaba", come del resto non le sole fiabe grimmiane, che sono solo uno dei tanti esempi di fiaba.

La realtà è che l’ unico modo per parlare di fiabe è conoscere varie fiabe di vario tipo, in modo da coprire tutto ciò che è fiaba. Nel parlarne andranno fatti dei confronti: ad esempio si confrontino il film Cenerentola, la corrispondente fiaba Grimmiana e una delle tante varianti regionali della stessa fiaba che ha ispirato i Grimm, ad esempio quella Fassana (Maria de Tsnader) riportata dal De Rossi o quella milanese (la Scindiroeura) riportata dall' Imbriani, o si confrontino le fiabe-novelle (ii) delle "Mille e Una Notte" con le fiabe europee (iii).

Per questo si presentano in questo saggio alcune fiabe esemplari, con commento.

Solo dopo una tale documentazione si potrà riconoscere cosa è la fiaba e quali sono i suoi caratteri principali, e ci si renderà conto così che una stessa storia può essere raccontata in modi differenti rimanendo pur sempre la stessa storia e rimanendo sempre una fiaba. Ci si renderà conto inoltre di come storie radicalmente  differenti e scritte in stili diversi e con diversa origine (popolare, tradizionale, d' autore) siano sempre fiabe e infine ci si renderà conto anche di quanto inadeguata sia il termine "fiaba".

In effetti, dopo la lunga analisi che occupa quasi per intero la prima parte di questo saggio e che permette l’individuazione delle basilari caratteristiche comuni a tutte le fiabe, si perverrà necessariamente, al termine della trattazione, a riconoscere quelle stesse peculiarità (vero oggetto della nostra attenzione)in una serie ampia e formalmente variegata di racconti che vanno dalle saghe medioevali alla trilogia degli antenati di Calvino, dai racconti popolari al fantasy, dai poemi omerici ai film Disney, senza trascurare le "Mille e una Notte", l' "Orlando Furioso", "Pinocchio" e soprattutto senza trascurare la Creazione, somma fiaba di ogni cultura.Ecco perchého preferito fin d’ ora trascurare il termine “fiaba” originale per reinventare un termine “fiaba” allargato.

Messi in questo modo davanti ad un risultato che così tanto si discosta dal sentire comune, prima di conoscerne le motivazioni, può sembrare che il passo sia più lungo della gamba; non solo, ad alcuni, chiamare fiaba la Creazione (o l' Orlando Furioso, o l' Odissea, ecc.) parrà pure blasfemo. In effetti qui non si tratta di far rientrare la Creazione (o l' Orlando Furioso, o l' Odissea) nel genere fiaba, ma di trovare un nome che richiami le peculiarità sopra accennate e sia applicabile a tutto ciò che ho elencato. Nella scelta del termine, andando ad operare per esclusione, ho dovuto escludere “epica” ed “epopea” perché quello che sto considerando non necessariamente è eroico; ho dovuto escludere “mito”, per le stesse ragioni e perché questa parola può essere collegata anche all' Harley Davidson, alla TV, al Self Made Man, tutti miti che stridono con quello di cui voglio parlare, anche se in una qualche maniera vi potrebbero purtroppo rientrare; ho dovuto escludere i termini che hanno a che fare con la magia perché in entrambe le accezioni di questa parola (iv) sarebbero stati riduttivi, mentre usare termini legati alla religione sarebbe stato fuorviante. Non mi è stato nemmeno possibile utilizzando il termine “letteratura popolare” che sì, comprende tutto quello che chiamerò fiaba, ma comprende anche i racconti dei contadini furbi, le filastrocche e le barzellette. Inoltre in questo saggio si vanno ad analizzare anche fiabe d’ autore, che hanno la loro origine nella fiaba popolare, ma di certo non possono essere definite “letteratura popolare”.

Restavano due termini: "fiaba" e "leggenda" (v), ho escluso il termine "leggenda" perché quest' ultima è sempre percepita come una cosa che “si presume vera, in realtà è una storia priva di fondamento", ed è mio obiettivo confutare energicamente una tale concezione. Ho quindi preferito "fiaba", conscio della difficoltà di dover lavare questo termine del significato grimmiano e di doverlo ampliare tanto quanto si è detto. Dunque la fiaba non si identifica con un determinato genere letterario, ma qualsiasi opera (appartenente a qualsiasi generiche abbia quelle peculiarità che, non potendo essere definite con un nome preciso (dal momento che non lo abbiamo ancora inventato!), ci faranno dire che quell’ opera è una fiaba. Ad esempio Siddharta di H. Hesse è definibile come un romanzo di iniziazione, ma contiene alcune peculiarità tipiche della fiaba, per cui, senza dimenticare che è un romanzo, si dirà: “è (anche) una fiaba”.

Note:

(i) quindi, anche se non ho ancora spiegato quali siano le peculiarità della fiaba allargata, da qua in avanti userò il termine fiaba, salvo diversa, esplicita e circostanziata indicazione, nella sua accezione allargata, non nell’ accezione ristretta originale.

(ii) se da una parte i racconti delle "Mille e Una Notte" sono indubbiamente fiabe per la presenza del magico, per l’ atemporalità, e per altri aspetti, non si può negare che esse siano molto simili alle novelle in quanto la loro attenzione non è incentrata sul magico e sul "fiabesco" ma sul comportamento umano. Questo deriva dal fatto che esse sono rielaborazioni di un autore colto di fiabe tradizionali e popolari il cui intento era soprattutto quello di dare una rappresentazione umana.

(iii) anche qui si è individuata una medesima tipologia di fiaba, quella dell' uomo che capiva il linguaggio degli animali, riportato nelle Mille e una Notte e dal De Rossi in Fassa

(iv) Magia in senso stretto sarebbe forse da intendere quella corrente dello zoroastrismo i cui sacerdoti erano detti magi, tre dei quali fecero atto di venerazione al Signore Gesù Cristo. E' ovvio che quest' accezione è oggi perlopiù dimenticata, visto che fin dall' antichità la parola magia entrò in varie lingue (magheia ad esempio in greco) andando a designare ogni opera teurgica (=opera di contatto con il divino, mediante invocazione, o altre pratiche), divinatoria, "paranormale", ecc..

(v) qualcuno potrebbe pensare tra questi possibili termini avrebbe potuto essere incluso pure il termine “favola”: nulla di più sbagliato, infatti tutti i termini che ho nominato sono termini che solitamente designano comunque testi che possiedono le peculiarità accennate: la favola, invece è un racconto metaforico, dove sotto le figure degli amimali si nascondono vizi e virtù degli uomini. Ebbene, non penso che le fiabe (perlomeno le vere fiabe) contengano delle metafore o delle allegorie, di conseguenza un racconto allegorico, o metaforico come la favola, non è una fiaba.

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