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Racconto collettivo di Eldalië
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Mornon

foglia di Laurelin foglia di Telperion
Silmaril Silmaril Silmaril
anello del potere anello del potere anello del potere anello del potere
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Racconto collettivo di Eldalië
Ecco la prima parte, a breve la continuazione

Anvelicëyon
- Grimoire, così il mio nome si scrive, ma puoi chiamarmi semplicemente Grimuà.
Come ben si sa, molte volte le avventure cominciano in modo del tutto inaspettato ed imprevedibile, ma questo era decisamente un inizio insolito. Milo guradava Grimuà come si potrebbe guardare il sole sorgere a mezzanotte. Grimuà ricambiava lo sguardo inclinando la testa da un lato con fare interrogativo. – Posso entrare?- chiese a Milo -o rimaniamo tutta la notte a rimirarci? Personalmente non sei il mio tipo ed inoltre ho molte cose da sistemare questa sera. Sono un gatto impegnato io, sai?- e con agile balzo scese dal davanzale nella stanza di Milo che, ancora sbigottito, non osava proferir parola.
Grimuà si guardava intorno incuriosito ed in cerca di un comodo giaciglio. Milo ne seguiva tutti i movimenti.pensando: “E’ vero?” ,“sto sognando?” . – Non stai sognando, io sono vero come te – lo interruppe Grimuà - e, soprattutto, non leggo nel pensiero anche se mi piacerebbe. Le tue domande troveranno presto risposta, sempre che ti vada di sederti e scambiare due chiacchere con un gatto venuto dall’ Ovest.- con un nuovo balzo fu sul letto. – Carina la tua stanza, vedo che le creature fatate ti interessano parecchio – disse Grimuà accennando alle numerose pitture di draghi, troll e folletti appesi alle pareti. – Li disegno io – disse Milo, che però non riusciva a sentirsi ancora a proprio agio con il micio parlante. –Uh, sei molto bravo.per avere solo tredici anni - gli fa Grimuà compiaciuto -Disegni dal vero? Non mi pare di aver visto tane di drago o ritrovi di troll venendo qui.
Milo avrebbe dovuto dire che certe cose non esistono, e l’avrebbe fatto se il suo interlocutore non fosse stato un gatto che parla. – Sono cose che sogno – disse infine – mi piacciono molto e…
- Capisco, capisco – lo interrompe nuovamente Grimuà – ed io sono qui anche per questo. – Anche?- domanda Milo sempre più meravigliato e soprattutto incuriosito. – Certo – gli risponde Grimuà – i tuoi sogni non sono un caso, come non è un caso la mia visita. Devi sapere innanzitutto che non sei impazzito e che io sono un gatto elfico. So che dove sei nato e cresciuto il mondo fatato è considerato solo una favola, ma non è così. – Vuoi dire che fate, trolls, elfi e draghi esistono sul serio? – domanda Milo sempre piu incuriosito e a proprio agio con Grimuà. – Ma certo. Da dove pensi che arrivino i tuoi sogni? Ti stiamo chiamando da tempo, ma visto che tu non ti sei mosso…hanno mandato me- e detto ciò, si leccò una zampa e se la passò dietro l’orecchio. Poi rimase immobile a fissare Milo. Rimasero così alcuni istanti finchè Grimuà si rizzò sulle zampe e si stiracchiò – Vieni così tu? – disse rivolto a Milo. – Venire dove?- chiese Milo sbigottito dal tono serio del gatto. – All’Ovest è ovvio…dagli Elfi. Ti devono parlare – Sebbene Milo fosse affascinato dalla situazione, mille pensieri sgomitavano nella sua mente “ e ai miei cosa dico? E la scuola? E i miei amici? . Ma come ormai stava diventando abitudine, Grimuà interruppe il flusso dei suoi pensieri – La strada che percorreremo ti insegnerà molte cose, di amici ne hai già uno nuovo:me. Per quanto riguarda i tuoi genitori non si accorgeranno di niente. Quando torneremo sistemerò tutto io…non ti preoccupare.
Sarà per il tono molto convincente di Grimuà, o l’emozione di cominciare un’avventura, sta di fatto che Milo non se lo fece ripetere due volte: si vestì in quattro e quattrotto scese in dispensa a prendere qualcosa per il viaggio e lo infilò nella sua sacca di pelle che si mise sulle spalle.
In meno di dieci minuti era pronto per partire.
Quando tornò in camera, Grimuà se ne stava sul davanzale dal quale era entrato poco prima. Guardava la Luna che gli bagnava di luce il pelo e lo rendeva scintillante come la neve fresca all’alba. Si voltò verso Milo e, con quello che poteva sembrare un sorriso disse – Si parte!- e balzò giù dal davanzale seguito dal sempre più entusiasta Milo. –A proposito – disse Grimuà – prima ho mentito – so leggere nel pensiero…ma ogni tanto vorrei che non fosse così-


Possiamo diventare adulti fuori. Dobbiamo rimanere bambini dentro.

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Scritto il 24-05-2003 12:19
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Mornon

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Falby
Fu così che Milo abbandonò la sua casa, i suoi genitori, i suoi amici per intraprendere questa misteriosa avventura. Non si voltô indietro a guardare la casa che si allontanava sempre più, i suoi occhi erano incollati a quel misterioso gattino bianco che gli faceva strada. Nemmeno Grimuà si voltò per assicurarsi che Milo lo seguisse, avanzava con passo elegante ma deciso.
Camminavano per le strade deserte e silenziose della città. Il lungo vialone asfaltato che stavano percorrendo era la solita e grigia via che Milo percorreva tutti i giorni in bicicletta per andare a scuola o …ma, quella notte, vi assicuro che quella stessa strada aveva acquistato un niovo colore sotto la pallida luce della luna. Milo non riusciva quasi a crederci, i suoi sogni si erano avverati!
Grimuà saltò improvvisamente su un muretto per avere una vista più ampia sulla strada da percorrere. Restò in mobile per qualche istante, mentre Milo lo rimirava accorgendosi di quanto straordinario fosse il suo nuovo amico.
- La strada è ancora lunga, e il cielo è sereno. Arriveremo al bosco all’alba.- miagolò Grimuà tornando ai piedi di Milo. Questo aveva assunto un sorriso che si poteva definire uno scoppio di gioia. Il bosco…il bosco degli elfi…l’avrebbe visto tra poche ore…Milo non stava più nella pelle!
Il cammino fu privo di avvenimenti degni di essere citati. Infatti l’immagine che si ha del viaggio fu sempre la stessa: Grimuà in testa, facendo strada al ragazzo che lo seguiva con passo lesto. Non ci furono interruzioni nel cammino. Continuarono a percorrere le strade della grande città in cui viveva Milo senza fermarsi un solo istante per prendere fiato. Passarono il confine che segnava l’inizio della città in cui Milo andava a scuola. Infatti i suoi genitori non avevano voluto che loro figlio frequentasse la scuola pubblica della città, così lo avevano iscritto ad una scuola privata nella città prossima alla loro. A Milo non piaceva quella scuola! Si era opposto con tutte le sue forze per cercar di non metterci piede, ma suo padre gli spiegò che tutti i suoi colleghi di ricerca mandavano i loro figli in quella scuola, così trovava giusto che ci andasse anche lui. Sua madre Marta, non stette a perdere tante parole e lo iscrisse alla scuola. Così si trovò tra compagni arroganti e mastri severi, senza poter decidere. Fortunatamente era iscritto alla squadra di calcio della sua città, dove aveva degli amici sinceri. Con questi, nei fine stettimana si poteva sfogare e scaricare tutta la tensione che l’ambiente scolastico gli provocava. Un’ulteriore valvola era la sua fantasia, con la quale poteva fantasticare e fuggire.
Milo sussultò. Grimuà si era fermato in un parco giochi e gli disse:
-Siamo arrivati!-
Non potete immaginare lo sgomento del ragazzo nel vedere il parco giochi dove quando era più piccolo aveva giocato.
- Ma Grimuà, il bosco…gli elfi….-
- Ci arriveremo tra breve, non preoccuparti !- lo rassicurò il gatto.
Milo tornò più sereno, anche se non aveva capito che cosa volesse dire il Grimuà con “Siamo arrivati”. Ecco che il gatto lesse nel pensiero del ragazzo e gli rispose.
- Per poter accedere al mondo della fantasia dal mondo degli uomini, e viceversa dovevamo trovare un passaggio che non desse all’occhio e potesse passare inosservato. Inoltre avevamo bisogno un forte influsso di menti che fantasticano per poter assicurare il contatto. Dunque quale posto migliore di un parco giochi dove decine e decine di bambini tengono costantemente un contatto con il mondo della fantasia? Infatti, mentre giocano e fantasticano, a loro insaputa istaurano dei contatti con il mondo della fantasia! Questo posto è pieno di amore per il mio mondo, lo sento nell’aria. Ora hai capito?-
Milo lo guardava con un’aria che a chiamarla stupita sarebbe davvero poco. Pensava a tutte le volte che aveva giocato in quel parco giochi ignorando che il suo mondo fantastico era a un passo da lui. Grimuà si era diretto verso lo scivolo. Sia rrampicò agilmente su per la scaletta di ferro.
- Allora vieni o no?- gli domandò sorridendo il gatto.
-Arrivo!- gli rispose Milo mentre si arrampicava anche lui sullo scivolo. Il metallo era freddo a causa della fresca ara notturna. Milo si sedette sul bordo dello scivolo, era nel punto più alto di tutto il parco e godeva di una buona vista su tutti gli altri giochi silenziosi nella pallida luce della luna. Grimuà di accovacciò fra le sue gambe e miagolò delle parole incomprensibili per Milo. Alla fine dello scivolo, sotto di loro si delineò il contorno di un grande portone che si intravedeva a mala pena. Era fatto di luce lunare.
- Bene! Ora scivola dolcemente. Non avere paura il trasporto non ti farà alcun male. Sarò io che aprirò le porte alla fine dello scivolo, pronunciando una formula di accesso.-
Così Milo trasse un profondo respiro e incominciò a scivolare dolcemente tenendo stretto a se il gattino che gli aveva cambiato la vita.


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Scritto il 24-05-2003 13:01
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Fíriel Tindómerel

foglia di Laurelin foglia di Telperion
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Firiel
Milo, accoccolato morbidamente nel dormiveglia, stava ancora gustando lo splendido sogno di quella notte: Grimuà, vedere gli elfi; e stiracchiandosi controvoglia, al pensiero della giornata scolastica che lo aspettava aprì infine gli occhi. La sua stanza, i suoi disegni, i suoi giocattoli: niente! Si trovava seduto in una stanza immensa, di cui non vedeva che l’orizzonte, di un bianco cangiante e luminoso, per un attimo ebbe paura “Gri- Grimuà!” singhiozzò. Un lembo bianco si apri nella luce davanti a lui, ed un uomo basso, molto slanciato e dai lunghi capelli bianchi gli fu presto di fronte: “Ciao Milo” esordì “spero il viaggio sia stato di tuo gradimento”. Milo riconobbe i tratti del muso dolce di Grimuà, nell’espressione acuta di quell’uomo. “Questo é il mio aspetto, nel mondo della fantasia, ma non é certo l’unico... andiamo!” disse Grimoire, leggendogli nuovamente nel pensiero, e prendendolo per mano. Milo era ancora sconvolto, ma la sua guida gli dava fiducia, gli sembrava di camminare in un mondo fatto di nuvole, ed anche se la sensazione era bella si sentiva ancora spaesato. Grimoire, al suo fianco, procedeva con passo sicuro, spesso deviando, a volte procedendo dritto per lunghi tratti, sembrava conoscesse bene la strada, di cui Milo non riusciva a discernere i tratti. Il viaggio procedeva, e Milo spesso si trovava a guardare delle pareti, credeva fossero tali, dove vedeva in lontananza dei riflessi, come delle finestre; una volta gli era parso di vedere un dinosauro correre verso una montagna infuocata, e poco dopo, in un’altra finestra dei conigli tutti intenti a confabulare sulla costruzione di un grande orto. Fu l’ultima finestra a cui non potè che esternare il suo stupore: “Grimuà! Dischi volanti! Gli alieni!” “é solo un’altro mondo, Milo, la fantasia ne ha molti” disse, ed aprendo una porta i cui confini non erano delineati. “Siamo arrivati”. Milo non potè trattenere una lacrima, varcando la soglia, lo spettacolo era troppo per essere immaginato o descritto, o anche solo visto in una volta sola: si trovava all’interno di un edificio, un palazzo sontuosissimo. Il grande salone era adornato da colonne intarsiate, dalle volte stupende. Ogni colonna sosteneva dei bacili d’argento, nei quali guizzavano fiammelle multicolore che illuminavano il locale. Il pavimento di piastrelle lucide “gemme dei nani” disse Grimuà, risplendeva riflettendo le luci. Milo alzò gli occhi, e si rese conto che non v’era traccia di soffitto “non ne abbiamo bisogno, qui” gli spiegò Grimuà. Appena lo sguardo di Milo si posò nuovamente nella stanza, fu come un esplosione: musica, canti, voci, un sacco di persone strane, che prima neppure aveva notato, preso dalla meraviglia. “Elfi! E nani! Folletti, Grimuà, é bellissimo!” a queste parole, appena sussurrate, tutta la sala tacque, si voltò verso i nuovi arrivati, e li accolse con un profondo inchino. La musica sfumò, e tra la gente, disposta su due lati, Milo intravide un soppalco, ed un grande scintillio bluastro. “Vieni avanti, ti stavamo aspettando, molte sono le cose di cui dovremo parlare” disse una voce maschile, molto profonda; Grimoire gli fece un cenno, e tremolante Milo percorse la sala da solo. Dopo alcuni passi, si rese conto che un grande elfo, vestito sontuosamente era seduto su un trono immenso, completamente di zaffiro “ricavato da un’unica pietra” gli sussurrò Grimoire amichevolmente, che lo aveva seguito. L’elfo si alzò, posando uno scettro, anch’esso di zaffiro, e gli si fece incontro a braccia aperte “permettimi di presentarmi, sono JaRReT, il Re degli Elfi, accomodati, e prendi parte al banchetto che per te é stato preparato, perché molte sono le cose da dire, ed alcune, ahinoi, invero funeste”.

Firiel Tindomerel


Dagli indizi direi che si tratta di un grande guerriero, armato comunque di una spada elfica e forse anche di un'ascia... Sam sorrise sarcasticamente, confrontando sé stesso con la descrizione. (ISDA - Le Due Torri)

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Scritto il 02-06-2003 20:44

Fingolfin80

Silmaril Silmaril Silmaril
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Il re posò le mani sulle spalle di Milo e, dopo essersi chinato in avanti per guardarlo da vicino, gli fece strada fino alla grande tavola imbandita in un angolo della magnifica sala. Ma aveva poi angoli quella sala? Milo non avrebbe saputo dirlo. Gli pareva ora di essere in tutt’altro posto, eppure non aveva fatto che pochi passi, sentiva dentro di se un senso di vertigine, come se il tempo e lo spazio in quel luogo non avessero significato. Era lì in quel momento, questo era tutto.
“Lo so” sbottò re Jarret “fa questo effetto a tutti coloro che vengono da dove vieni tu”. L’abitudine di entrargli in testa che da queste parti sembravano avere tutti cominciava ad infastidire il ragazzo, ma la curiosità che provava nei confronti della nuova realtà, o meglio nella nuova irrealtà, in cui si trovava vinse in fretta il disappunto. In particolare, la figura del re lo affascinava al punto che non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. C’era, in quello che Grimuà aveva chiamato elfo, una naturale indefinitezza. Ad ogni istante la sua figura appariva diversa. Quando se lo era ritrovato davanti agli occhi, sembrava portare addosso il peso di cento ere, era vecchio e triste, ma nell’avvicinarsi gli era parso giovane e forte. Ora, al tavolo, avrebbe anche potuto essere gracile ed efebico, e le sue movenze erano quasi femminee. Non era esattamente mutato, non come Grimuà da gatto a uomo, per lo meno. Era come se fosse tutte quelle cose contemporaneamente: era vecchio e giovane, virile ed effemminato, forte e stanco. Pareva di Guardare la superficie di un cristallo molto sfaccettato, in ogni punto tagliato in maniera diversa, che rimanda infiniti differenti riflessi di luce. “Ne sono venuti molti?” lo interrogò interessato Milo. “No - disse il re – nessuno” e sorrise. O almeno così credette Milo, ma era difficile stabilirlo. Si stropicciò gli occhi per guardarlo meglio. Era alto e basso insieme, i corti capelli lunghi erano biondi , quasi castani, a tratti corvini. Il ragazzo si chiese come aveva potuto pensare una cosa del genere, non aveva senso, ma si sentiva troppo confuso per fare un nuovo tentativo. Afferrò il cibo con due mani da due diversi vassoi, e cercò di dimenticare il caos che aveva in testa appagando lo stomaco. Non funzionò, ma almeno si sentiva sazio, anche perché a dispetto dei colori appariscenti e dell’aria poco invitante, il sapore delle pietanze era davvero squisito.
Milo decise che era giunto il momento di saperne di più. “Perché sono qui?” chiese.
Il re lo guardò, e con un’espressione indecifrabile gli rispose: “Per sistemare le cose.” Poi tacque. Per nulla soddisfatto della risposta, Milo tornò alla carica: “Ma qual è il problema?”. Le uniche parole che uscirono dalla bocca di Jarret furono un atono “non lo so”. Il ragazzo, che ormai stava rinunciando ad ogni pretesa di logica, non si scompose. “Naturalmente – aggiunse – ma come faccio a risolverlo?”. “Finalmente una domanda sensata.” il re questa volta rise di gusto, in maniera inequivocabile “la soluzione è molto più importante del problema e del suo contesto. Devi solo trovare il Centro.” Ad ogni sillaba che il re proferiva, Milo si sentiva sempre più confuso, ma stava cominciando ad accettare la cosa come la propria condizione normale, per cui non vi faceva più caso, si sarebbe anzi stupito se quella sensazione fosse cessata. “Il centro di che?” domandò con naturalezza. “Di tutto” spiegò il re “là capirai il problema, e ne troverai la soluzione. “Capisco” mentì il ragazzo “Avresti potuto farlo tu, o scegliere qualcun altro…” “Ci sono delle regole- lo interruppe il re – che ancora non conosci, ma che ti saranno chiare a tempo debito, quando raggiungerai il Centro. Per ora sappi che io non posso andare laggiù.” “Ma perché io?” aggiunse in fretta Milo, spazientito dall’interruzione. Dopo una lunga pausa di silenzio, in cui i due si guardarono fissi negli occhi, il suo interlocutore parlò con una voce neutra, che però malcelava una punta di sarcasmo: “ E perché no?” disse.


The mind is the own place, and in itself can make an heaven of hell, an hell of heaven

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Scritto il 03-06-2003 14:09
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Mornon

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Silmaril Silmaril Silmaril
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Milo si sentiva spaesato; l'ambiente, le persone, il cibo... l'aria stessa: tutto era diverso da quello che conosceva. Le parole del Re degli Elfi non fecero altro che aumentare questo senso di spaesatezza, mettendolo in una situazione di disagio. 'Perché no?', chiedeva il Re; perché non sapeva cosa fare... Lo avevano chiamato... ma per cosa? Per chiedergli di risolvere cose che non sapevano nemmeno cosa fossero? Che magari non c’erano? Per chiedergli di sapere piú sul quel mondo, il loro mondo, di quanto ne sapessero loro? O lo stavano solo prendendo in giro? Magari uno scherzo dei suoi compagni, con cui mai era riuscito a legare... Ma no, non era possibile... era tutto cosí irreale, cosí strano, etereo, inafferrabile, cosí... cosí fantastico, come lui si era sempre immaginato quel mondo, questo mondo... Guardò Grimuà... Era tutto troppo irreale, nella sua realtà, perché potesse...
"Non ti affannare" disse il Re degli Elfi, interrompendo i suoi pensieri. "È normale che tu ti senta spaesato, ti trovi in un mondo che sembra cosí diverso dal tuo... come avrai intuito, la logica cui sei abituato qui non trova spazio, ogni cosa possiede un aspetto irreale che crea la realtà stessa di questo mondo. 'Magia', la chiamereste voi, ma, col tempo, capirai anche queste cose... c'è tanta magia nel vostro mondo per noi quanta nel nostro ce n'è per voi. No, non dire nulla" Jarret alzò una mano, interrompendo la replica di Milo sul nascere; "sei ancora troppo legato al tuo mondo, non riusciresti a vedere la magia che in esso c'è, cosí come a noi appare normale quella che a te sembra tanto strana. Hai bisogno di tempo per ambientarti. Ti sei rifocillato, e hai avuto un primo accenno di cosa vorremmo tu facessi; ora cerca di non affaticarti, e riposati: potrai sapere di piú in seguito." Detto questo, il Re si voltò, riprese lo scettro e si sedette nuovamente sul trono. La musica ripartí.
Milo, congedato dal Re, non sapeva cosa fare; si guardò intorno, ancora meravigliato dall'ambiente in cui si trovava... notò che le persone presenti in sala non accennavano a riniziare a parlare e danzare, ma stavano tutte guardando nella sua direzione. Involontariamente, indietreggiò di un passo. Qualche persona gli si avvicinò, mormorando alcune parole per lui incomprensibili. Ogni momento che passava, Milo perdeva sempre piú di vista la situazione.
"Vieni con me" gli disse una voce da dietro, "usciamo dalla sala". La voce di Grimuà. Grato di questo aiuto, Milo si girò e seguí l'amico attraverso la folla, fino a uscire su quello che - pensava - era un balcone.
"Non riesco a capire..." disse Milo, quando lui si fu girato. "È tutto cosí strano, Grimuà, cosí diverso da come mi aspettavo!"
"Cerca di capirlo poco per volta" rispose lui, "col tempo ti apparirà tutto piú chiaro, devi solo abituarti."
"Ma io voglio capire! Ho tanto sperato di riuscire a venire qui, l'ho tanto aspettato... vorrei conoscere di piú di questo mondo!" Lo sguardo di Milo brillava, nel dire queste parole, la sua voce tradiva impazienza, e gioia.
Grimuà si girò, guardando l'ambiente che si stendeva davanti al balcone... non erano forse le stesse cose che aveva pensato lui, lo stesso desiderio da lui provato, appena giunto sull'altro mondo, che gli appariva cosí strano, cosí insolito? Quanta fretta aveva avuto a quel tempo, quante cose per lui strane da scoprire, da capire, senza nessuno che gliele spiegasse...
Milo non sapeva se distrarre o no l'amico, sembrava cosí perso nei suoi pensieri...
"Non ti preoccupare", disse Grimuà dopo qualche tempo, "non mi disturbi". Ormai, Milo si stava abituando al fatto che tutti sembravano in grado di sapere cosa pensasse... Dopo un attimo, Grimoire si rivolse nuovamente a lui; i suoi occhi sembravano vagamente divertiti, mentre si girava per spaziare con la mano sull'ambiente esterno...

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Scritto il 28-06-2003 01:47
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Isemboldo Bolgeri

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“Tutto quello che tu ora vedi è parte del nostro regno, il nostro Re lo governa.” Milo si girò a fissare negli occhi il suo interlocutore, poi riprese a guardare l’orizzonte. Davanti a se una vastissima pianura, ricca di vegetazione di vari colori emetteva una sensazione d’armonia, pace e tranquillità.
Milo intuì una nota stonata in quello che, a prima vista, sembrava essere un paradiso: non c’erano né animali né rumori né suoni d’ogni sorta provenienti dalla pianura.
“Dove sono finiti tutti?” riprese Milo, “È tutto così impercettibile in questa realtà”.
-“Sono scappati, sono tutti andati via.”
-“Ma dove sono andati, e perché?”, insistette Milo.
Per risposta Grimoire sorrise.
Si alzò una lieve brezza, fredda e pungente. Milo sentì un brivido salirgli su per la schiena. La sua rabbia per questo comportamento misterioso era arrivata al culmine, ma si trattenne e si girò a contemplare la pianura, trovando nuovamente il solievo.
Grimuà ruppe il silenzio “Domani, si parte.”
-“Bene” rispose il ragazzo “e dove andiamo esattamente?”.
Grimuà sorrise - “Oh, io rimarrò qui, ad aspettare il tuo ritorno, tu… beh tu lo sai dove dovrai andare”.
Detto ciò, si girò su se stesso e lasciò Milo solo sul balcone.
La paura e la rabbia crebbero ancora una volta dentro il ragazzino che ora si chiedeva cosa avrebbe trovato veramente in quel posto, e soprattutto malediceva la sua curiosità e la sua sventatezza…era davvero sicuro di aver fatto la scelta giusta? Coloro che aveva incontrato erano sinceramente persone oneste?
Gli venne in mente il libro che lesse l’estate precedente: un piccolo romanzo che aveva comperato in una bancarella di libri usati. Un libro sporco e sgualcito con la copertina “molle” (così era solito chiamare i tascabili in paperback). Più che dal titolo o dall’autore era stato attirato dall’illustrazione della copertina ormai sbiadita: raffigurava due angeli, uno di sesso maschile, nero di ali e capelli, a torso nudo e pantaloni in pelle. Ai polsi due catene spezzate. Sembrava si stesse levando in volo. Davanti, un angelo bianco, dai lineamenti piuttosto femminili, seduto, con una mano a coprirsi gli occhi in procinto di piangere, lunghi capelli dorati e tunica bianca.
Si ricordò di come in quella storia Satana si rivelò agli occhi di un adolescente come un essere di luce pura, brillante e provocante, non rammentava molti particolari, ma ricordava benissimo che il protagonista, attirato dalla purezza del dio delle ombre, aiutò le forze del male a conquistare il paradiso.
E se fosse successo anche a lui? Jarret era veramente il sovrano di queste terre? Perché nessuno parlava apertamente con lui? Cosa doveva cercare, ma soprattutto: dove sarebbe andato il giorno seguente? Spaventato rientrò nella sala, i festeggiamenti erano ancora in atto, questa volta nessuno sembrava badare a lui. La festa era al culmine e tutti sembravano divertirsi, tutti tranne lui. Si sentiva sempre più a disagio, il cuore iniziò a battere sempre più forte ed irregolare, la musica sfarzosa che aveva riempito le sue orecchie fino a pochi istanti prima si stava affievolendo, il respiro cominciava a mancargli e anche le gambe non sembravano più in grado di reggere il suo corpo. Tese un braccio verso la parete alla sua sinistra, era stanco, sudato e terribilmente agitato. Un dolore lancinante gli prese lo stomaco non poté far a meno che accasciarsi per terra ricurvo. I rumori circostanti erano ora solo un lontano sottofondo ovattato, nella testa sentiva solamente il frenetico pulsare del suo cuore, un nuovo dolore lancinante gli prese i reni, d’istinto si irrigidì. Era lì, sdraiato su quel freddo pavimento, paralizzato e straziato dall’agonia, guardò il cielo per alcuni minuti, o così gli sembrò, anche la vista lo tradì, e il buio calò su di lui.
Le belle luci, le facce allegre e la musica non c’erano più…

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Scritto il 12-09-2003 14:54

Eowyn15

foglia di Telperion
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Lentamente Milo provò ad alzarsi, malgrado i dolori lancinanti che ancora gli attraversavano tutto il corpo. Intorno a lui tutto era buio e silenzioso. La festa era sparita, così come anche gli Elfi alti e bellissimi, le creature meravigliose che egli aveva visto finalmente concretizzarsi dopo averle tanto sognate…. Forse era stato ancora una volta solo un sogno, e lui si era semplicemente svegliato. Ma allora, perché non si trovava al sicuro nel suo letto, nello spazio familiare della sua camera? Perché intorno a lui c’era solo quella notte minacciosa e fredda, quel senso di vuoto così terribile?
Pian piano, cercando di non sforzarsi troppo, Milo si alzò e si guardò intorno.
“Grimuà!” gridò. “Dove sei? Non lasciarmi solo! E’ buio… Ho paura!”
Nessuno gli rispose. Il gatto elfico sembrava essersi volatilizzato completamente.
“Grimuà! Ti prego, ritorna! Ho paura! Ho tanta paura…”
All’improvviso, in lontananza, apparve una luce fioca che si avvicinava progressivamente, diventando sempre più grande. Ma non era la luce calda e accogliente della festa nel palazzo del re Jarret. Era una luce fredda, livida ed inquietante come quella di un fuoco fatuo, che rendeva ancora più spaventoso il buio circostante. Milo fissava trasognato quell’alone di luce, inchiodato al pavimento, senza riuscire a muoversi o a reagire altrimenti. La luce sembrava avere un effetto ipnotico su di lui, privarlo della volontà di fare qualsiasi cosa.
Arrivata a pochi passi di distanza da Milo, la luce si fermò e prese forma. Al centro dell’alone fosforescente c’era una donna alta e sottile, dai lunghi capelli neri, vestita di bianco e argento. Il suo abito rifletteva la luce e sembrava quasi fatto di ghiaccio. Milo pensò che era bellissima, ma i suoi occhi avevano una luce inquietante e sembravano non avere colore, tanto erano chiari e trasparenti.
Anche la sua carnagione era bianchissima, e con essa contrastava il rosso acceso delle sue labbra atteggiate ad un vago sorriso.
“Benvenuto, Milo,” disse la donna con voce bassa, lenta e profonda. “Era da tanto che ti aspettavo.”
Milo la guardò senza capire.
“Mi aspettavi? Ma io non ti conosco, non ti ho mai vista prima… Chi sei? Da dove vieni? Dove sono gli Elfi e il palazzo del Re?”
La donna sorrise. Era un sorriso strano, enigmatico e inquietante come tutto il suo aspetto.
“Non tutto ciò che vedi corrisponde alla realtà, mio giovane amico!” mormorò la misteriosa donna. “Quello che hai visto prima era solo un aspetto di quello che si trova dall’altra parte. Adesso è venuta per te l’ora di conoscerne un altro… e decidere quello che preferisci. Vuoi seguirmi? Puoi anche rifiutare, ma non so se riusciresti da solo a ritrovare la strada. A te la scelta!”
La donna tendeva verso di lui la mano. Milo aveva paura e non si sentiva affatto tranquillo, ma l’idea di rimanere di nuovo da solo al buio lo terrorizzava. Allora si aggrappò alla mano fredda e sottile della donna, e all’improvviso si sentì come risucchiare da una forza irresistibile…


Tyger, tyger, burning bright In the forests of the night - What immortal hand or eye Dare frame thy fearful simmetry?

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Scritto il 29-09-2003 11:43
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Gwîl Eryniell

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Milo riaprì lentamente gli occhi.
In testa aveva ancora le immagini di ciò che era successo dopo aver afferrato la mano della misteriosa donna apparsa nel buio: ricordava che un vortice fortissimo li aveva sollevati da terra e li aveva proiettati in aria come se fossero stati due piccole foglie secche. Ricordava la mano diafana della donna alla quale si teneva convulsamente aggrappato, i suoi lunghi capelli neri che si agitavano come impazziti nel turbinio del vortice, il grido disperato che gli era uscito dalla gola ed infine l’improvvisa luce esplosa nel buio e che l’aveva totalmente accecato.
Appena si riebbe da quelle immagini che ancora lo turbavano si rese conto di essere seduto su una grande poltrona color rosso fuoco, talmente grande che i suoi piedi a mala pena sporgevano dal cuscino su cui era appoggiato. Non aveva la più pallida idea né di dove si trovasse, né di come fosse arrivato a sedersi lì sopra, ma tutto questo non lo preoccupò più di quello che vide attorno a lui. Non c’erano pareti o mobili di alcun tipo, c’era solo una strana coltre di nebbia scura e molto densa che si muoveva lentamente come sospinta da un vento leggero e che non lasciava intravedere nulla.
Milo non si sentiva molto bene; provava uno strano senso di vertigine che reputò essere un effetto del viaggio turbolento appena trascorso. Nonostante si sentisse poco stabile volle comunque provare a guardarsi meglio attorno per vedere cosa ci fosse dietro alla poltrona, nella speranza di trovare una via d’uscita. Tenendosi ben aggrappato si sporse oltre il bracciolo e guardò dietro lo schienale. Niente. Solo nebbia e ancora nebbia.
Preso dallo sconforto si accasciò sul bracciolo; il suo sguardo cadde inevitabilmente verso il basso, verso quello che, secondo Milo, doveva essere il pavimento. Con sommo orrore si accorse che sotto di lui non c’era alcun sostegno e la poltrona sulla quale si trovava si appoggiava sul niente e ondeggiava dolcemente nella nebbia (altro che vertigine!) sorretta da chissà quale forza invisibile.
“Non preoccuparti, non cadrai.” Milo si girò di scatto.
La donna dai lunghi capelli neri era apparsa di fronte a lui, fluttuava leggera nell’aria, circondata da una pallida luminescenza e lo fissava. Nonostante fosse spaventato a morte, il ragazzo non riusciva a distogliere lo sguardo da quel bellissimo volto, dal lieve sorriso che vi era disegnato e soprattutto da quegli occhi ipnotici che lo tenevano in totale balia.
“Stai comodo su quella poltrona? Ho pensato che ti facesse sentire a tuo agio.”
“S – sì… grazie” rispose a stento Milo, che nel frattempo aveva raccolto le gambe a sé e si era fatto piccolo piccolo contro lo schienale. Alla fine fece un gran respiro e si decise a chiedere “Chi sei tu? E che cos’è questo posto?”
“Mi chiamo Ranya e questo posto è l’Origine. Io ne sono la custode.” rispose la donna con la sua voce profonda e vibrante.
“L’Origine? L’origine di che cosa?” chiese Milo sempre più confuso.
“L’origine di tutto ciò che va oltre la realtà. L’origine dei sogni, di tutti i mondi della fantasia e di tutte le creature che in essi vivono”. Osservando l’espressione smarrita del ragazzo Ranya sorrise impercettibilmente. Milo la guardò per un po’, tentando di dare un senso alle parole della donna. Alla fine sbottò: “Non ti credo!” gridò paonazzo “Non è possibile che da un luogo così tetro possano nascere i sogni più belli, le creature fantastiche che tanto amo! Dove sono i miei amici Elfi? Tu mi hai portato via da loro, mentre loro hanno estremo bisogno di me per risolvere il problema che li affligge. Devo trovare il Centro! Voglio tornare dagli Elfi!”. Milo ormai era nel panico. L’unica cosa che riusciva a pensare era che voleva tornare dai suoi amici, ma soprattutto da Grimuà.
“Prima vorrei che ascoltassi ciò che ho da dirti, così poi potrai scegliere che cosa fare.” Ranya fluttuò verso di lui; un velo di tristezza era apparsa nei suoi occhi. “Questo luogo non è sempre stato così, Milo. Ora è come lo vedi perché è malato. Gli Elfi ti hanno detto di trovare il Centro per sistemare le cose, per eliminare il pericolo. Ebbene, il Centro è il pericolo. Quello che non ti hanno detto, perché in verità essi stessi non lo sanno, è che il Centro non minaccia solo loro ma anche l’Origine e tutti i mondi della Fantasia.” Aspettò, e scrutò l’espressione di Milo, il quale ora l’ascoltava attento e rifletteva, incerto se credere o meno alle parole della donna. Vedendo che il ragazzo non proferiva parola, Ranya continuò: “Sono molte le cose che ancora non sai e che presto dovrai conoscere. Lascia che ti racconti come tutto è cominciato.”


Lady G.

"…qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, incominciala. L'audacia ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso!". Goethe

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Scritto il 30-10-2003 18:03
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Belegurth

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Ranya scrutava Milo dall’alto della sua statura; il suo sguardo, bello e incantevole ma allo stesso tempo duro e severo, fissava quegli occhi colmi di paura e sgomento. Milo si rannicchiò sempre più, in attesa di qualche magico evento che gli avrebbe spiegato la verità. Aveva paura, ora sembrava una piccola creatura indifesa, al cospetto della possente dama che dava l’impressione di analizzare ogni suo pensiero, ogni suo sogno recondito.
Ma all’improvviso il volto di Ranya si fece dolce e candido, così come l’aveva veduta la prima volta, e Milo, nel vedere quel sorriso che ora coronava il suo volto, si rasserenò.
Ranya, immobile davanti alla poltrona, sembrava fluttuare sul pavimento di nubi; poi, lentamente, fece un passo verso Milo e gli tese una mano:
“Seguimi; non temere, capirai.”
Milo rimase sgomento, non riusciva a comprendere in che modo avrebbe potuto seguirla. Avrebbe dovuto camminare su quel mare di nebbia, dentro di sé aveva paura, sapeva che non era possibile, ma il sorriso e lo sguardo incantevole di Ranya gli infusero coraggio.
Così, lentamente, a carponi, si avvicinò al bordo della poltrona rossa, e sporse il capo per osservare quello che avrebbe dovuto essere il pavimento. La nebbia emanava una leggere brezza, e un brivido gelido gli percorse il corpo. Alzò il capo, forse per cercare un conforto in Ranya, ma lei era sparita. Si guardò intorno preso dal terrore; poi, per magia la rivide: stava camminando proprio davanti a Milo, allontanandosi sempre più.
“Aspettami, come faccio a seguirti? Come faccio? Se ti seguirò cadrò nel nulla! Ti prego, aiutami”
Ranya si fermò e si voltò con ancora il sorriso sul volto; a quel punto Milo non riuscì a comprendere se avrebbe dovuto interpretare quel sorriso come un segno di conforto o come un ghigno di perfida soddisfazione.
“Non temere, non cadrai se lo desideri veramente.”
“Ma come è possibile?”
“Se i tuoi sentimenti sono puri, non cadrai; ricordati, questo è il Centro”
Ranya lo stava ancora osservando, sorridendogli. Milo capì che quelle parole tanto misteriose celavano una verità.
Continuava a temere, aveva una paura terribile, gli mancava il coraggio, quel coraggio che gli avrebbe permesso di aiutare i suoi amici, che gli avrebbe permesso di aiutare Grimuà.
Al solo pensiero di Grimuà il suo cuore si riempì di coraggio.
“E va bene, ho fiducia in te e… in Grimuà.”
Si decise, lentamente si voltò e fece scivolare un piede giù dalla poltrona sul pavimento di nubi. Stava continuando a sperare di essere in un sogno, e che in realtà il pavimento non fosse fatto di nubi, continuava a sperare, lo desiderava con tutto il cuore, e poi, con sommo stupore, si accorse di essere in piedi davanti alla poltrona. Fluttuava, così come Ranya, sul pavimento di nubi; ancora non capiva perché, né come. Si voltò incredulo verso Ranya, che continuava a osservarlo sorridendo. Milo la fissava cercando una spiegazione, ancora incredulo. Allora Ranya si avvicinò e lo prese per mano.
“Devi capire che questo è il Centro, è qui che nascono i sogni: tu hai creduto intensamente di poter camminare sulla nebbia che ci circonda, e ci sei riuscito!” Sorrideva ancora, mentre osservava il volto stupito di Milo.
“Vieni, capirai.”

Ascendendo lentamente dal suo trono sotterraneo, il rumore dei suoi passi era come tuono che provenisse dal basso. E sbucò all'aperto, protetto da una nera armatura. Allora Morgoth levò in alto Grond, il martello degli Inferi, e lo calò come un fulmine.

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Scritto il 12-01-2004 20:58
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Fíriel Tindómerel

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Capirai. Non facevano che ripeterglielo, tutti quanti, capirai a tempo debito, ma più restava in quel posto meno capiva. Il Centro, l’Origine, i Mondi...
E il suo? Il suo mondo era forse anch’esso minacciato dal Centro? Non aveva detto il re che anche il suo mondo appariva fantastico agli stranieri?
A dispetto del caos e della nebbia cominciava a profilarsi una qualche chiarezza nella mente del ragazzo. Sapeva che doveva trovare il Centro. Sapeva che quel luogo grigio era l’Origine. Sapeva che il Centro era male e l’Origine era bene (o almeno così diceva la donna, e quando i loro occhi si incontravano non poteva fare a meno di crederle).
Quel mondo aveva regole diverse, ma non assurde. Non per un ragazzo cresciuto nel ventunesimo secolo almeno. Bastava - continuava a ripetersi Milo - fingere di trovarsi in un film, in un libro, dimenticare che era lui, Milo Penna, via Mazzini 14, interno B, quello che camminava poggiando il suo peso su quel nulla nebbioso.
E man mano che camminava capiva che non era nemmeno necessario sforzarsi di farlo. Bastava la donna a occupare interamente i suoi pensieri. La nebbia non aveva nessuna importanza, perché la bellezza di Ranya riempiva completamente gli occhi del ragazzo. Ad ogni passo ne era più incatenato. Però c’era un dettaglio che ronzava ai confini della sua coscienza.
“Ranya...”
La donna si girò a guardaro, vagamente incuriosita.
“Hai detto che questo luogo è l’Origine, e che è malato a causa del Centro...”
“Si.” annuì lei. “Vai avanti.”
“Ma poi quando mi sono alzato hai detto che questo è il Centro. Come può essere al tempo stesso il Centro e l’Origine?”
Ranya lo guardò per un attimo stupita, poi rise, e la sua risata era così limpida che Milo si sentì terribilmente in colpa per aver provato la minima ombra di sospetto nei suoi confronti.
“Un errore, solo un errore. Almeno per ora. Il centro non è un luogo, non ancora, ma lo diventerà se tu lo vorrai, e se riuscirai a farlo. Che poi è la stessa cosa in fin dei conti. Ora però ascoltami bene.”
Raya si avvicinò al ragazzo, gli appoggiò le mani sulle spalle e si inchinò fino a guardarlo negli occhi da una distanza di pochi centimetri. Il contatto così improvviso e intimo fece arrossire violentemente Milo, che si sentì correre un brivido potente lungo la spina dorsale.
“Il Centro è pericoloso, pericoloso e attraente. Saprà farsi amare, e probabilmente ti amerà esso stesso. Non mente mai il Centro, e per questo è così pericoloso. E’ bello e malvagio e amabile e sincero. Se davvero vuoi affrontarlo, ricorda che ne soffrirai comunque vada.”
“Devo distruggerlo?” chiese lui, sorpreso dalla fermezza della propria voce.
“Mai. Nemmeno per salvarti la vita” sibilò lei, e il suo sguardo era terribile. “Devi trovarlo, e proteggerlo, perché cose terribili cercheranno di distruggerlo, e se lo faranno tutto sarà perduto. Devi portarlo qui, all’origine, perché diventi tutt’uno con essa. Ma preparati al fatto che non vorrà farlo.”
“Non... vorrà?” chiese lui, confuso. “E’ una persona? Il Centro è una persona?”
Ranya non rispose. Si alzò di scatto, gli voltò le spalle e si allontanò. I suoi passi erano lenti ma in pochi istanti era scomparsa.
La nebbia crollò in un istante, condensandosi in acqua grigia e sporca che precipitò al suolo, bagnandogli i piedi.
Ora le sue scarpe di plastica e similpelle, reali e industriali e rassicuranti, poggiavano su terra bruna e arida. Intorno a Milo, solo deserto, terra riarsa e massi grigi a perdita d’occhio, della stessa tonalità del cielo plumbeo.
La voce di Ranya echeggiò un’ultima volta, proveniente da una distanza infinita: “Sei mai stato innamorato, Milo?”




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Scritto il 07-10-2004 20:17

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Innamorato... sei mai stato innamorato... quelle parole echeggiavano nella mente di Milo come se suonassero troppo irreali per essere pronunciate, erano un pensiero che rimbalzava ai limiti della sua sfera cosciente, troppo sfuggente per essere chiaro, troppo urgente per essere ignorato.
Era mai stato innamorato?
D'istinto, Milo scosse la testa divertito, con un sorriso che gli increspava le labbra, mostrando appena gli incisivi superiori. Certo che era stato innamorato, che domande! A chi non era mai capitato? Aveva amato molte volte, aveva amato...
D'improvviso, dal fondo della sua coscienza emersero dei volti, delle persone. Dei nomi.
Rinoa. Galadriel. Pony.
I nomi delle donne che aveva amato erano quelli di personaggi della sua fantasia, di donne splendide che popolavano il suo immaginario. Milo scosse la testa di nuovo, questa volta con disappunto, quasi con dolore: quei sentimenti così travolgenti che, lo sapeva, avevano travolto il suo cuore erano rivolti non a donne reali, ma a fanciulle che popolavano la sua immaginazione. Ed ora... lui era nel mondo della fantasia, il mondo in cui tutto ciò che pareva confortevolmente irreale nel caldo di camera sua, mentre leggeva un libro, era vero e tangibile. Dunque, da qualche parte in quel mondo quelle amabili fantasie in cui era stato solito indulgere sarebbero state realtà, una realtà seducente ed irresistibile.
Il Centro è pericoloso, pericoloso ed attraente. Saprà farsi amare.
Quelle parole di Ranya lo colpirono con la forza di una fulmine caduto dal cielo. Il Centro pareva essere una persona, il Centro era attraente, era amabile, era qualcuno a cui lui poteva a malapena resistere. Per questo quella donna così misteriosa gli aveva posto una domanda apparentemente così inutile! Per metterlo sulla buona strada, per fargli capire cosa lo aspettava. Resistere ai suoi sentimenti, alle sue speranze, alle sue aspettative. Vedersi davanti la donna dei propri sogni, letteralmente, ed essere obbligato a restare fedele alla propria missione.
Già, ma come trovarla in un mondo vasto ed ignoto? Non sapeva dove era finito, non era riuscito a mantenere il benchè minimo senso dell'orientamento dopo essere svanito dal palazzo di Jarret, e ciò che aveva intorno non gli era in alcun modo familiare. Poteva essere ovunque in un mondo di cui non conosceva le dimensioni, di cui non sapeva nulla, se non che era legato alla fantasia, alla sua fantasia...
C'è tanta magia nel vostro mondo per noi quanta nel nostro ce n'è per voi.
Altre parole, un'altra eco, ma sempre più vicina, sempre più consapevole. I pensieri di Milo si stavano pian piano facendo più lineari e decisi, mentre si dirigevano verso una certa comprensione di ciò che aveva attorno. Lui era magico per quel mondo tanto quanto un elfo lo sarebbe stato per il suo: così aveva detto Jarret. E nella fattispecie, se il luogo dove si trovava era una proiezione della sua fantasia, della fantasia dell'uomo... forse proprio con l'immaginazione si sarebbe procurato l'aiuto che cercava. Doveva solo trovare il modo...
"Un po' grezza come forma di magia, ma efficace, amico mio. Pian piano la userai con più cognizione, ma sono felice di vedere che hai capito come funzionano le cose qui" disse all'improvviso una voce molto familiare alle sue spalle.
Milo non si voltò nemmeno, ma sorrise, e questa volta finalmente il suo era un sorriso disteso, rilassato e soddisfatto.
"Grimuà."

God Of Thunder God Of Rain
Earth Shaker Who Feels No Pain
The Powerhead Of The Universe
Now Send Your Never Ending Curse
(Manowar, "Thor, the Power Head")

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Scritto il 13-10-2004 23:06
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Dalamar

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Milo si voltò lentamente, felice di rivedere qualcuno di cui riusciva a fidarsi in quel mondo che lo lasciava in ogni momento spiazzato.
-Accidenti a te, Milo! Dov’eri finito?- Grimoire si interruppe, guardando Milo con aria seria.
Il ragazzo guardò l’amico indispettito.
Perché quella faccia? È arrabbiato perché sono scomparso così a lungo, chiaro. Non può certo permettersi di perdere il suo ragazzo dalle capacità straordinarie, il suo fantoccio che deve salvare la situazione, il suo strumento! Improvvisamente, si sentiva furente nei confronti di Grimuà.
-Milo, che ti è successo? Dove sei stato?
Domande, solo domande. Nessuno si degnava di rispondere a lui!
-Non riesco ad avvertire i tuoi ricordi recenti. Che cosa…- ora Grimuà sembrava preoccupato.
Ah, cerca di nuovo di leggermi nel pensiero. È così che vuole controllarmi!
Milo si sentiva sempre più invaso dall’ira, e alla fine non riuscì più a contenerla: -Dunque è così! Credevo che tu fossi un amico, credevo che mi volessi accompagnare per aiutarmi! Invece sei qui solo per tenermi sott’occhio, hai paura che vi pianti tutti in asso!
-Milo…
-Vuoi solo assicurarti che io serva ai tuoi scopi!!!
Sentiva caldo, sempre più caldo. L’ultima cosa che vide fu il volto affranto di Grimuà, rimasto senza parole dopo il suo sfogo.
Si risveglio all’interno di una piccola ma accogliente tenda. Anche se era consapevole di aver dormito a lungo, si sentiva stranamente lucido e con le idee chiare. Scostò un lembo della tenda con la mano, e l’ultima luce del giorno lo avvolse timidamente. Grimuà era seduto poco lontano e gli dava le spalle; teneva in mano una strana pietra che emanava flebili bagliori azzurri, ma appena udì i movimenti di Milo si affrettò a riporla in una tasca della tunica. Si voltò, e vedendo che il ragazzo lo guardava con un largo sorriso, sorrise cautamente a sua volta.
-Grimuà!! Sono proprio contento di vederti! Come mi hai trovato?
Grimuà lo guardò stupito. –Come? Ma quello che hai detto…- si interruppe, seguitando a fissarlo con aria interrogativa.
-Uh? Detto cosa? Certo che dovevo essere veramente stanco per addormentarmi mentre camminavo. Che posto è questo?
Vedendo l’amico esitare, Milo comprese che stava calcolando quanto dirgli, perché c’era evidentemente qualcosa che voleva nascondergli. Ma decise di ignorare la cosa, per il momento. In fondo non era mai stato un attaccabrighe.
-Ci troviamo nel Simandar, il deserto che sta divorando la pianura, a sud del palazzo di Jarret. Ho pensato di cercarti qui perché immaginavo che non avresti voluto vedere nessuno. Sei rimasto via molto.
-Sì…avevo bisogno di riflettere, ecco.
Non era granchè come scusa, ma non poteva certo raccontargli di Ranya. Non voleva farlo o,almeno, non ancora. Ma perché Grimoire non diceva nulla? A quell’ora in effetti avrebbe già dovuto sapere dov’era stato, leggendo direttamente nella sua testa.
Grimuà ad un tratto spezzò il suo meditativo silenzio dicendo: -Ho deciso di partire con te, Milo, per restarti accanto finchè ne avrai bisogno. Per quello che posso ti aiuterò, ma non voglio tu pensi che io sia qui per sorvegliarti.
Milo rimase stupito da quell’ultima affermazione, perché lui non aveva mai pensato nulla del genere. Ma Grimuà cambiò argomento in fretta, dicendo allegro: -Beh, vogliamo metterci in cammino? Ho qui tutto quello che ci serve- e indicò con un cenno due sacche da viaggio. Ne sollevò una senza apparente sforzo e, come per un ripensamento, aggiunse:- Ah, potrai chiedermi ciò che vuoi, d’ora in poi. Sarò pronto a rispondere a tutto quello che vorrai sapere sulla nostra dimensione… e sulla missione. Hai diritto a sapere di più.
Milo guardò la sua sacca per terra, poi Grimuà, in piedi con un sorriso disponibile stampato sul volto. Un pensiero gli attraversò la mente con chiarezza, sollevò la sacca e se la issò sulle spalle.
Ripetendo a voce alta quel pensiero, disse: -Sono pronto.

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Scritto il 15-10-2004 18:48
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Fíriel Tindómerel

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Siladelin
E fu così che Milo e Grimuà partirono per la loro avventura. Dove essa gli avrebbe condotti, in quali lontane e vaste lande avrebbero viaggiato, quali genti avrebbero visitato, quali mari avrebbero solcato… tutto questo era ancora mistero per loro e neppure Grimuà o Jarret potevano rivelare, leggendo nel pensiero, cosa il Fato tramava, cosa il Fato aveva in serbo per loro e per le genti dei mondi fantastici.

Ma questi pensieri, seppur può sembrar strano, non lambivano neppure lontanamente le menti di Milo e Grimuà. Erano ben altre le angosce che andavano insinuandosi nelle loro menti…
Entrambi continuavano il loro cammino in direzione Sud attraverso il Simandar, animati dalla volontà di portare a termine il compito loro affidato, ma presto giunsero le prime difficoltà. Il deserto del Simandar si rivelò molto più complesso da vivere di quanto immaginassero e soprattutto, esso nascondeva tra le sue dune di sabbia finissima non solamente le mille insidie dovute a centinaia fra le creature più disparate, ma anche il più pericoloso tranello che un deserto può tendere: lo smarrimento. Grimuà in parte era a conoscenza delle leggende sugli inganni che Simandar porta con se, del pericolo che corrono i viaggiatori impreparati, ma non poteva far nulla per evitare di attraversarlo.

“Milo è colui che ha padronanza della missione, bisogna seguire il suo cuore, la sua volontà e la sua fantasia per raggiungere lo scopo” pensava Grimuà mentre seguiva la figura esile di Milo, che viaggiava pochi passi avanti a lui nel chiarore del giorno che stava pian piano affievolendosi.

“Se il cuore l’ha condotto nel deserto, significa che questa è la retta via per quanto stiamo cercando”… Grimuà era assorto nei suoi pensieri, tramite i quali cercava disperatamente degli appigli per trovare plausibilità in quanto accaduto. Egli rimuginava ancora sul diverbio avuto con Milo… non riusciva a comprendere perché egli lo avesse aggredito e soprattutto ciò che lo assillava assai più di altri pensieri era il perché non era riuscito ad avvertire i ricordi recenti di Milo e come mai egli ora si ricordava più di quanto accaduto… aveva dei sospetti in merito, ma nulla di sufficientemente fondato da credere veramente possibile…


Il crepuscolo era ormai giunto quando Milo si voltò verso Grimuà.

- “Accampiamoci qui per questa notte, amico mio. Per oggi non ce la faccio più. Il viaggio attraverso questo deserto mi sta distruggendo”

“Questo non è per nulla un buon segno”, pensò Grimuà, lanciando uno sguardo che non nascondeva la sua preoccupazione…

- “Non ti preoccupare Grimuà – disse Milo notando lo sguardo dell’amico – non è nulla di grave, semplicemente non sono abituato a faticare così, nel mio mondo”
- “Qui non si tratta di fatica o meno, o almeno non dovrebbe trattarsi di questo per te. L’hai capito tu stesso che sei magico per questo mondo, tanto quanto io lo ero nel tuo quando venni a trovarti. E la tua magia si deve riflettere attraverso la tua immaginazione… se dal tuo cuore non riesci ad estrapolare questo… non usciremo mai di qui. Simandar è famoso per irretire i viaggiatori sprovveduti, e tanto più il tuo cuore è confuso tanto più lo sarà anche la tua fantasia, e dalla tua fantasia si riflette tutto questo... ” e pronunciando queste parole Grimuà fece un ampio gesto per mostrare la vastità rossastra intorno a loro.
- “Ci sto provando. Non è facile credimi… non è facile. Devo solo trovare il modo…”
Queste ultime parole riecheggiarono nella sua testa… “Devo solo trovare il modo” … gli ricordava qualcosa, ma non sapeva cosa di preciso… Milo si sedette sulla sabbia, mentre l’amico cominciò i preparativi per bivaccare quella notte… avrebbe tanto voluto rivelare a Grimuà che non era finito dentro Simandar di sua volontà per riflettere come egli credeva e come lui stesso gli aveva fatto credere… Ranya l’aveva condotto li attraverso chissà quale inganno e ora che ci ripensava non era poi così sicuro delle parole che essa aveva proferito riguardo al Centro e all’Origine… più cercava di rammentarle e più esse sfuggivano, si facevano irreali, il volto stesso di Ranya pian piano sembrava dissolversi nei ricordi e Milo non poteva nemmeno dirsi certo che ella era bella come aveva avuto l’impressione che fosse…
Sentiva qualcosa di strano crescere dentro di se, una sensazione che era nata nel momento stesso in cui aveva ritrovato Grimuà (o quando per lo meno egli credeva di averlo ritrovato, dal momento che non aveva memoria del primo incontro) e di cui non aveva osato parlare… ma evidentemente anche l’amico nascondeva o sospettava qualcosa, lo avvertiva incrociando il suo sguardo incerto e ne ebbe conferma poco dopo, quando ormai l’oscurità era calata ed un tenue fuocherello ardeva davanti al loro giaciglio e Grimuà, destandolo dai suoi pensieri, disse:
- “C’è qualcosa di cui mi vuoi parlare, Milo?”




Fíriel Tindómerel


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Scritto il 15-12-2004 08:13

Mornon

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nimindil
Grimuà, desiderava ardentemente chiedere spiegazioni per l'incomprensione di qualche giorno prima. In fondo erano amici, perchè Milo si era rivolto a lui con quelle parole piene di astio?
Anche Milo era perplesso: piu' passava il tempo e più rifletteva su quella situazione, il suo gatto era un elfo, ...un elfo! e insieme avevano varcato una porta di luce lunare per giungere nella Terra degli Elfi! E poi quei discorsi sul Centro e l'Origine... e il pericolo di perdere il mondo della Fantasia che per tutti era, ed è, così importante! Purtroppo non sapeva cosa fare, sapeva che tutti si aspettavano da lui qualcosa di grande e di importante, ma in quel piccolo posto del suo cuore, non ancora toccato dal coraggio, Milo aveva paura di fallire!
Grimuà respirò profondamente e ripetè la domanda: “C’è qualcosa di cui mi vuoi parlare, Milo? Perchè mi hai accusato di non essere stato un amico? di non volerti accompagnare per aiutarti? di starti accanto solo per tenerti sott’occhio?”
Milo non parlava, teneva inspiegabilmente gli occhi bassi; Grimuà si alzò, con la grazia elfica che gli apparteneva si diresse verso Milo, sforò la mano di Milo che si irrigidì al contatto. Un atavico timore invase il cuore del vecchio elfo, per questo motivo non chiese più niente. “Vado a fare una piccola passeggiata, è notte, le mie amate stelle sono già alte nel cielo! Tornerò presto”.
Si allontanò da Milo, quando si trovò in solitudine, alzò la testa per guardare il cielo, poi chiuse gli occhi e dalle sue labbra fiorì un dolce canto in una lingua incomprensibile!
Restò per qualche minuto in quella posizione, il timore di qualche minuto fa aveva lasciato il posto alla sicurezza di riuscire a superarlo; si voltò a destra e scoprì di non essere solo, sorrise, lei era lì, sorridente, accanto a lui.
Meneluin era alta quasi quanto Grimuà, aveva i capelli neri e lunghi, il viso dolce e gli occhi scuri e rassicuranti.
“Mi hai chiamata per svolgere questo compito, presto, non so quanto tempo ci rimane!” - disse la voce melodiosa della giovane elfa accanto a lui.
“Non sarà difficile! Il cuore di Milo è forte e resistente” assicurò Grimoire.
“Questa è solo la prima delle prove che dovrà affrontare! Non so fin quando potrò aiutarvi, e se dopo non ci sarà nessuno a scoprire gli inganni del maligno?” rispose dispiaciuta Meneluin
“Per questa volta siamo riusciti ad anticipare le mosse del nemico! Non sappiamo cosa ci riservarà il futuro!”
Velocemente i due elfi si diressero verso Milo, lo trovarono in piedi, con gli occhi fissi nel vuoto, Grimuà gli prese la mano, ma Milo si oppose, Grimuà doveva tenerlo fermo ma Milo fece resistenza. Poi Milo vide qualcosa che non aveva mai visto come d'incanto di fermò.
Meneluin pose la mano bianca e affusolata sugli occhi di Milo, era molto fresca al contatto, improvvisamente Milo sentì caldo, tanto caldo, come se un fuoco ardesse in lui, poi udì parole che non capiva e uno strano senso di spossatezza, sentì il suo corpo pesante tanto che nemmeno Grimuà riuscì a tenerlo tra le braccia e lo vide accasciarsi a terra.
Il giorno dopo Milo si svegliò, erano ancora nel deserto, aveva vaghi ricordi dei giorni precedenti. Alzò la testa e vide due elfi - Grimuà e un elfo bellissimo mai incontrato prima - vicino a lui che lo guardavano amorevolmente.
“Milo, caro Milo, siamo stati in pena per te!” Meneluin vide l'espressione di Milo, e iniziò a parlare prima che il suo giovane amico chiedesse qualcosa.
“Milo, sei stato molto coraggioso, hai superato la prima prova, il nemico ti aveva confuso le idee... per questo hai litigato con Grimoire... una delle tattiche del nemico è appunto quella di mettere zizzania tra coloro che si vogliono bene per farli litigare... così il rancore prende il sopravvento e la solitudine ammala l'anima...”
Milo ascoltava incantato quella voce simile al suono di mille arpe, “...ma Grimoire è saggio, aveva capito che non eri in te e che qualcosa di negativo aveva effetto su di te, mi ha chiamata e sono arrivata per guarirti! Ora sei salvo, ma attento, non starò sempre a vegliare si di voi...”
Finalmente Milo riuscì a parlare e chiese: “Chi chi è ...lui? ...lei?! Chi sei veramente?”
“Sono Meneluin, sorella di Grimoire e tua amica! ma presto andrò via, non posso trattenermi a lungo! Posso dirti solo una cosa: credi fortissimamente in te e nell'amicizia, per quanto il tuo cammino sarà lungo e difficile non dimenticare mai chi sei!”
“Dimmi almeno un'ultima cosa: chi mi ha ingannato? come ha fatto il nemico a servirsi di me? e come potrò difendermi in futuro?”
“Sai, non occorre che qualcuno si presenti a te e ti dica: -Sono il nemico e ti userò per fare del male-; caro Milo, tutti noi siamo vittime del male, possiamo solo avere fiducia in noi stessi e coltivare nel cuore i buoni sentimenti!!” e mentre parlava la sua immagine di luce svaniva!
Milo si riprese e chiese a Grimuà: “La rincontreremo”, “Forse...” rispose Grimuà “...anche il suo destino è legato al tuo successo” e lo diceva una punta di amarezza!

Possiamo diventare adulti fuori. Dobbiamo rimanere bambini dentro.

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Scritto il 17-12-2004 17:22
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Falby

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Il sole era già alto nel cielo azzurrino e il gelo che aveva conquistato le dune del deserto stava svanendo sotto il feroce comando del sole che già inondava di calore la sabbia dorata.
Questo panorama incorniciava il viaggio di Grimoire e Milo che procedevano avanzando faticosamente tra le collinette. Sebbene il ragazzo avesse dormito e si fosse riposato grazie all’incanto di Meneluin, si sentiva già spossato di primo mattino, tanto che le gambe dopo pochi chilometri si fecero irrimediabilmente pesanti. Gimuà si accorse dell’affaticamento del suo amico.
«Che cosa succede, Milo?» chiese preoccupato.
Allora il ragazzo, che procedeva davanti a lui, si fermò voltandosi lentamente verso l’elfo. Il suo volto sudaticcio era contratto in un’espressione triste e affannata allo stesso tempo.
«Sono già stanco» rispose debolmente. Grimuà gli si avvicinò sorreggendolo giusto in tempo, impedendogli di rovinare goffamente a terra.
«Che cosa ti succede, amico mio?» disse Grimuà affranto, cercando di trovare la risposta in lui stesso.
«Oh, non preoccuparti, sono solo stanco» riprese con un sorriso stanco il ragazzo. «È il sole, il caldo… che mi spossa tanto» gli spiegò lentamente. Grimuà, tenendo sempre con una mano il ragazzo, stese sulla sabbia rovente il suo mantello e adagiò con dolcezza il suo amico. Poi prese dal suo zaino una sacca che conteneva un liquido sconosciuto a Milo, e glielo offrì, assicurandosi che bevesse a sufficienza. Milo sorrise, e assentì, mostrando tutta la sua gratitudine per l’aiuto che gli stava offrendo il suo fedele amico, ma improvvisamente il suo animo si oscurò e i suoi occhi si velarono di lacrime. Come era possibile che fosse responsabile di un’importante missione che avrebbe determinato il futuro dei mondi fantastici? Lui, che aveva sempre letto di valorosi esseri che affrontavano ogni pericolo e avversità con un coraggio molte volte nascosto. Lui ci aveva messo tutto il coraggio che aveva a disposizione, tirando fuori anche quello latente per affrontare questa missione, ma si accorse che in verità non possedeva nessun coraggio. Non aveva le capacità pratiche per potere raggiungere il suo scopo. Quale personaggio delle sue storie si era mai lasciato abbattere dal sole? Nessuno. Questa era la risposta che tanto gli provocava sconforto. Il viaggio era appena incominciato e si era già smarrito. Grimuà non poté resistere e scrutò i pensieri tristi del suo amico e sebbene fosse turbato gli sorrise.
«Ascoltami bene» disse l’elfo cercando di catturare la sua attenzione. «Tu hai immensi poteri in questo mondo, poteri tanto sconfinati che nemmeno immagini.» gli spiegò sorridendo. «Non sarà quindi il caldo a fermarti! Su, avanti, tirati su!» lo spronò.
Ma egli non aveva nessuna voglia di alzarsi e rimase disteso sulla duna.
«Forza» replicò nuovamente Grimuà «Se ci fermiamo sotto il sole, sarà la fine. Non possiamo fermarci ora. Dobbiamo proseguire verso ovest!»
L’elfo gli asciugò le lacrime che sgorgavano dagli occhi sperduti di Milo, cercando di asciugare nel contempo ogni suo timore. Ma Milo sembrava essersi perso nei suoi pensieri funesti e non prestava più ascolto alle parole di Grimuà.
E in quello stato di ebbrezza, improvvisamente vide una figura dietro la spalla del suo amico. Era una donna dalle forme attraenti e seducenti che trasparivano sotto una veste composta da leggieri veli scarlatti che ondeggiavano come fiamme ardenti in mezzo al deserto. La folta capigliatura corvina ondeggiava anch’essa sollecitata da una misteriosa brezza. I suoi occhi erano come tizzoni ardenti e le sue labbra rosse si aprirono appena, quasi per sussurrare degli incomprensibili fonemi. Milo non aveva paura, ma restava a guardarla incuriosito, mentre l’elfo, che non si era accorto della presenza della dama, continuava a spronarlo ad agire. Poi, sforzando il suo orecchio, il ragazzo comprese il significato delle parole che la donna sussurrava.
«Milo, alzati e seguimi» sussurrava seducente. Milo sorrise e d’un tratto, si alzò.
Grimuà sorrise, felice di un’azione positiva da parte del suo amico. Gli diede una pacca sulla spalla mentre pronunciava parole che Milo non comprese poiché la sua attenzione l’aveva destinata alla donna che incominciò a camminare lentamente per le dune del deserto. Grimuà intanto si era chinato per raccogliere la sua mantella e non vide Milo allontanarsi verso il Sud, una direzione che non avrebbe dovuto prendere.


Mantenetevi folli e comportatevi come persone normali.
Paulo Coelho

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Scritto il 22-01-2005 15:28
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