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Fiabe: commenti, analisi ed IDEE
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Mornon

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Questa discussione è una delle quattro discussioni di appoggio per il saggio sulle fiabe che stiamo mettendo in piedi con tanto impegno.

Queste quattro discussioni sono:

  • per l'organizzazione: Organizzazione Fiabe (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=4645) nella sezione "Progetto Tolkien";

  • per i testi delle fiabe: Miti, leggende e superstizioni di casa nostra (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=2637) nella sezione "OT - Generale";

  • per le creature mitiche: Piccoli popoli d'Italia e d'Europa (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=4511) nella sezione "OT - Generale";

  • per la parte di critica generale: Fiabe: commenti, analisi ed IDEE (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=4876) nella sezione "OT - Generale".

    Il gruppo di lavoro si appoggia anche a estemporanee sessioni in chat e a una mailing list.

    Attenzione: non c'è nulla cui iscriversi per ora, la lista di iscrizione è lí perché per mettere questo messaggio in cima alla discussione non si poteva fare altrimenti.

    Se l'argomento vi interessasse contattate in privato Fram.

    Grazie, Fram.


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  • Scritto il 27-10-2004 23:47
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    Fram figlio di Frumgar

    Silmaril Silmaril Silmaril
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    Fiabe: commenti, analisi ed IDEE
    Che cos’ è questa discussione?
    E’ la famosa discussione generale sulle fiabe di cui vado parlando da tempo. (e mi sa che chiamerò ancora spesso fiabe-generale)
    Si accompagna a: Miti, leggende e superstizioni di casa nostra(http:// http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=2637)
    Piccoli popoli d’ Italia e d’ Europa (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=4511) E Organizzazione Fiabe (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?go_page=1&iddiscussione=4645)

    Che servono a mettere in piedi un saggio sulle fiaba e sul rapporto che Tolkien ha con la Fiaba.
    Precisamente questa discussione serve a parlare, per massimi sistemi, della fiaba. E a postare pezzi di quello che poi diventerà il saggio (cioè della sua parte generale, e non delle parti regionali con i testi delle fiabe), in modo che chiunque possa contribuirvi con commenti, analisi e IDEE. Dunque incominciamo.

    Il saggio dovrebbe incominciare così:
    Prefazione di Mornon, Introduzione Mia, articolo “homo fiabens”, Articolo “Mithos e Logos, lo schema delle due realtà”. Per ora metto solo Mornon, poi mi metterò anch’ io.
    Prefazione di Mornon:
    Poniamoci una domanda: cos’è una fiaba? Le risposte che possono venire in mente sono molteplici, partendo dalle fiabe popolari e arrivando a quelle odierne, passando per tutto ciò che è letteratura fantastica; “fiaba” è un termine che contiene - propriamente o impropriamente - moltissime tipologie di scritti, con le piú disparate differenze. Capire cos’è una fiaba non è facile, se poi è possibile “ridurre” tale termine a una catalogazione ben delimitata.
    Ma, forse, ponendoci la domanda iniziale siamo già arrivati a un buon punto dell’opera; certo, la parte piú semplice, quella che richiede meno lavoro, ma pur sempre un buon punto. Perché ci siamo posti il dubbio, un dubbio che oggi ben pochi affrontano, accettando per fiaba qualunque cosa venga pubblicizzata come tale, senza interrogarsi se poi sia effettivamente fiaba, o forse qualcos’altro; e anche perché nel chiedercelo abbiamo iniziato ad aprire una porta dietro cui c’è moltissimo lavoro da fare, con risultati quanto mai incerti; ma almeno siamo disposti a farlo, un tentativo di addentrarci dentro un vastissimo mondo.
    Qualche riga sopra ci si è interrogati sulla possibilità di catalogare, di definire, la fiaba in limiti precisi; nel 1902, Benedetto Croce ebbe a dire che i generi nascondono tutto il valore insito nel “fatto espressivo individuale” [1], una sorta di errore critico che nasconde le particolarità del singolo autore, e che porta a catalogare autori tra loro diversi, come possono essere David Gemmel e Marion Zimmer Bradley, nell’unico genere del fantasy. Questo accade perché la base, il tema di fondo dei loro romanzi, è il fantasy, ma allora come definire un romanzo come Il Segno del Drago, a metà tra fantastico e tecnologico? A quanto giustamente detto da Croce, aggiungo una mia personale nota: ogni libro si può considerare un genere a sé stante, in quanto ogni libro contiene disparati “generi”, in quantità diverse.
    Questo discorso sui generi, oltre a introdurre la difficoltà - e forse l’impossibilità - del voler precisamente definire cosa sia fiaba, introduce anche un altro importante discorso dell’ambito mitologico: le differenze dovuta alla nazionalità delle fiabe. Non solo ogni nazione, ma magari ogni paese (inteso come “cittadina”) ha una diversa versione della stessa cosa, sia essa una storia, una situazione, magari una razza; l’Orco italiano non è l’Orco inglese, cosí come non è l’Orco di qualunque altra nazione.
    Un altro autore, Daniel Pennac, in una sua opera ha scritto, in merito alla traduzione, “È vero ancora che” molti “dei miei amici traduttori dubitano che ‘la finestra’, ‘la janela’, ‘das Fenster’, ‘the window’ o ‘la fenêtre’ indichino esattamente la stessa cosa, poiché nessuna si affaccia sugli stessi rumori né si chiude sulle stesse musiche” [2]: non hanno lo stesso significato, ogni finestra è diversa dall’altra: è diversa perché le finestre nostrane sono tradizionalmente diverse da quelle di altri paesi e di altre epoche; ma è diversa perché ogni finestra si apre su un panorama diverso.
    Ecco, mi permetto di parafrasare Pennac: “‘Elfi’, Alfar, Elves, Elf, Duendes, non indicano esattamente la stessa cosa, poiché nessuno nasce nello stesso luogo né abita negli stessi boschi”. Ognuno di questi Elfi nasce da storie diverse, in zone diverse; ognuno di loro vede un ambiente diverso - Feeria, boschi normali, o qualunque altra cosa sia - quando guarda dalla propria finestra, sia questa in un muro - come a Imladris - o in un albero - come a Lórien.
    Si traduce Elves con “Elfi”, e questo è linguisticamente corretto; ma ricordiamo sempre che, parlando di mitologia, di fiaba, e piú raramente di fantasy - dove ormai l’Elfo è “normalizzato” -, queste due creature saranno diverse: dovremmo sempre, leggendo in una traduzione “Elfi”, raffigurarci degli Elves, degli Alfar, o quale che sia la forma originale.
    Fatta questa doverosa premessa, andiamo a iniziare un lavoro che ci porterà piú addentro al mondo della fiaba e del Piccolo Popolo.

    Ecco: primo commento: Mornon, e se spezzassimo la tua prefazione in due e la parte da Pennac in poi la mettessimo come introduzione alla parte sulle popolazioni mitiche?
    E poi una cosa, ti cedo volentieri la prefazione, ma la dovresti scrivere quando il lavoro ha assunto ormai una fisionomia sua, non prima che sia scritto un rigo!

    Salute a tutti! Ci vediamo domani o dopo per la mia intro sul termine Fiaba.


    Nessun tema di riuscirci veramente!
    Socio Eldalië

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    Scritto il 25-10-2004 23:28
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    Erfea

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    Il Soprannaturale nella letteratura e nella cultura basso medioevale
    In attesa dell'introduzione sulla parola "fiaba" di Fram e dopo aver apprezzato quella di Mornon, vengo a carettizzare il tipo di contribuito che verrò ad offrire alla parte generale.
    Quello che mi preme sottolineare è la fusione e il sovrapporsi, nell'età medioevale e in particolar modo nei secoli del Basso Medioevo (XIII-XV secc), di una cultura elaborata da dotti (chierici per la produzione in latino e il ceto aristocratico per la produzione in volgare) per ceti sociali d'elite, con una serie di "topoi" tipici invece di una cultura popolare, la quale, può essere definita, in base alla definizione che di essa ne ha dato J. Le Goff, come il substrato profondo che è tipico di una società storica tradizionale, come è infatti quella medioevale europea.
    Rispetto alla rigida censura che la Chiesa aveva esercitato nei secoli dell'Alto Medioevo, allo scopo di arrestare e cancellare i culti tradizionali pagani, nel basso medioevo, questo atteggiamento intollerante viene meno e si sviluppa un'interessante coesistenza dell'elemento "meraviglioso" con quello reale: per l'uomo medioevale, a differenza di quello moderno, non era importante definire la realtà del soprannaturale, ma puntualizzare il suo significato: si dava, dunque, per scontato che il soprannaturale e il meraviglioso esistessero.
    In base a tale premessa, distinguiamo nel Basso Medioevo, tre tipi di soprannatuarale che sovente coesistono l'uno accanto all'altro:
    1) il miracoloso "miraculosus", che è quello propriamente cristiano;
    2) il magico "magicus", al quale sono legate le varie pratiche demoniache e magiche "negative"
    3) il meraviglioso "mirabilis", cui appartengono, per definizione, le fate, superstiti figure dell'immaginario pagano. Le fate, si suole definirle in base a due categorie, riconducibili a due fra le più note: la fate del genere "Melusina", che entrano nel mondo mortale per amore dell'eroe umano, il quale finisce in verità con il tradirle, e la fate riconducibili al genere "Morgana" che finiscono al contrario con l'attrarre l'eroe verso il loro mondo soprannaturale.
    Scopo del mio contribuito sarà verificare come tale commistione tra cultura popolare e dotta sopravviva nei secoli, e in quale misura, oppure se sia definitivamente annullata dalla Controriforma tridentina.

    "Un cuore menzognero è simile ad una pianta rigogliosa che abbia però radici divorate da vermi ciechi e feroci. Sei tu abbastanza saggia da individuare la prole di tali parassiti?”" Da "Il Racconto del marinaio e della mezzelfa" di D.F.A. Elia, pag. 7

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    Scritto il 26-10-2004 11:54
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    MistayA

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    Fram figlio di Frumgar il 25-10-2004 23:28 ha scritto:
    Precisamente questa discussione serve a parlare, per massimi sistemi, della fiaba. E a postare pezzi di quello che poi diventerà il saggio (cioè della sua parte generale, e non delle parti regionali con i testi delle fiabe), in modo che chiunque possa contribuirvi con commenti, analisi e IDEE. Dunque incominciamo.


    uhm...ma ieri sera in chat non si era detto che eventuali fiabe dovevano essere postate qui??

    Visto che Erfea ha esposto il suo futuro operato, lo espongo pure io, come detto in altri mille post credo ( ) mi occuperò della mitologia epica (Fram: Grimm lo lascio a qualcuno visto che non so nulla ) germanica.
    Il saggio sarà impostato in questo modo:

    1. introduzione: chi sono i germani (qualche notizia sulla loro storia/cultura)
    2. la cultura norrena: poesia scaldica (tratti generali)
    3. cosmogonia: classificazione dei nove mondi, novero degli dei/altri essere
    sovraumani
    4. estratti dall'Edda: elenco dei carmi e 'riassuntino' degli episodi piu' significativi
    5. sempre dall'Edda, stesura a grandi tratti, vista la difficoltà del testo in sè, dei carmi dei Nibelunghi
    6. conclusione.. non è ho la piu' pallida idea

    A presto!

    "Se, der ser jeg min far.
    Se, der ser jeg min mor, mine søstre og mine brødre.
    Se, der ser jeg mine forfedres linje helt tilbake til tidenes morgen.
    De kaller på meg, de ber meg innta min plass, i Valhall.
    Hvor de modige lever evig!"

    Il 13° Guerriero

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    Scritto il 26-10-2004 12:43
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    Mornon

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    Fram figlio di Frumgar il 25-10-2004 23:28 ha scritto:
    nel 1902, Benedetto Croce ebbe a dire che i generi nascondono tutto il valore insito nel “fatto espressivo individuale” [1]
    [...]
    “È vero ancora che” molti “dei miei amici traduttori dubitano che ‘la finestra’, ‘la janela’, ‘das Fenster’, ‘the window’ o ‘la fenêtre’ indichino esattamente la stessa cosa, poiché nessuna si affaccia sugli stessi rumori né si chiude sulle stesse musiche” [2]


    [1]: Introduzione a Tolkien, a cura di Franco Manni, Simonelli Editore.
    [2]: Ecco la Storia, Daniel Pennac, Feltrinelli.


    se spezzassimo la tua prefazione in due e la parte da Pennac in poi la mettessimo come introduzione alla parte sulle popolazioni mitiche?


    Si può fare, cercherò di adattare le due parti


    ti cedo volentieri la prefazione, ma la dovresti scrivere quando il lavoro ha assunto ormai una fisionomia sua, non prima che sia scritto un rigo


    L'ho scritta su come mi immaginavo il saggio

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    Scritto il 26-10-2004 12:58
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    Mornon

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    Mornon il 26-10-2004 12:58 ha scritto:
    Fram figlio di Frumgar il 25-10-2004 23:28 ha scritto:
    nel 1902, Benedetto Croce ebbe a dire che i generi nascondono tutto il valore insito nel “fatto espressivo individuale” [1]
    [...]
    “È vero ancora che” molti “dei miei amici traduttori dubitano che ‘la finestra’, ‘la janela’, ‘das Fenster’, ‘the window’ o ‘la fenêtre’ indichino esattamente la stessa cosa, poiché nessuna si affaccia sugli stessi rumori né si chiude sulle stesse musiche” [2]

    [1]: Introduzione a Tolkien, a cura di Franco Manni, Simonelli Editore.
    [2]: Ecco la Storia, Daniel Pennac, Feltrinelli


    [2]: tradotto da Yasmina Melaouah

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    Scritto il 26-10-2004 12:59
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    MistayA il 26-10-2004 12:43 ha scritto:

    uhm...ma ieri sera in chat non si era detto che eventuali fiabe dovevano essere postate qui??

    Scusa se non sono stato chiaro, sarà bene fare un intervento anche su questo thread.
    Per l' orgnizzazione c'è il thread Organizzazione Fiabe(http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=4645) nella sez. Tolkien
    Per i testi delle fiabe c'è Miti, leggende e superstizioni di casa nostra (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=2637) nella sezione OT generale
    Per le creature mitiche c'è Piccoli popoli d' Italia e d' Europa (http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=4511)
    E poi c' è questa discussione per le Idee.
    A questo punto chiederei agli OP se è possibile mettere come primo post, su tutte e quattro le discussioni (prometto che non diventeranno di più) un avvertimento con i link alle quattro discussioni.
    Erfea, ha comunque fatto bene a scrivere qui i suoi intenti, perchè nel farlo ha già scritto mezzo saggio, tra l'alto ha scritto cose molllllto innnnteressanti
    Solo una cosa: Melusina e Morgana: puoi mettere una nota a pie di pagina in cui spieghi chi sono, e quale è la loro storia (questo in attesa che magari qualcuno scriva le loro storie nella sezione antologica-regionale)

    Visto che Erfea ha esposto il suo futuro operato, lo espongo pure io, come detto in altri mille post credo ( ) mi occuperò della mitologia epica (Fram: Grimm lo lascio a qualcuno visto che non so nulla ) germanica.
    Il saggio sarà impostato in questo modo:
    1. introduzione: chi sono i germani (qualche notizia sulla loro storia/cultura)
    2. la cultura norrena: poesia scaldica (tratti generali)
    3. cosmogonia: classificazione dei nove mondi, novero degli dei/altri essere
    sovraumani
    4. estratti dall'Edda: elenco dei carmi e 'riassuntino' degli episodi piu' significativi
    5. sempre dall'Edda, stesura a grandi tratti, vista la difficoltà del testo in sè, dei carmi dei Nibelunghi
    6. conclusione.. non è ho la piu' pallida idea

    Benissimo, leggeremo con piacere. Questo però era più da organizzazione, forse. Comunque non ti preoccupare, lo metto io sul thread giusto.
    Ciao e a dopo! (con "Il termine Fiaba)
    Fram

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    Scritto il 26-10-2004 20:13
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    Questa discussione ha due giorni ed è già stata vista sessanta volte. Acciderbola!
    Dunque, metto qui, ed ora, la mia introduzione.

    IL PRIMO PASSO: COSA SI INTENDE CON IL TERMINE FIABA IN QUESTO SAGGIO
    (ovvero: il termine fiaba non viene qui usato per indicare ciò che l’ uomo comune conosce come fiaba, ma molto di più…)

    Di fiabe se ne raccontano moltissime.
    Di tutti i tipi. In ogni luogo. In ogni tempo. Le legge da un libro illustrato la madre al figliolo, le narravano i nostri vecchi attorno al fuoco, le narrano gli anziani attorno a fuochi accesi nella savana. Le raccolse Omero nell’ Iliade e nell’ Odissea. Le reinventarono Tolkien, Calvino e Apuleio.
    Forse queste affermazioni suoneranno strane: il problema che sto ponendo però non è determinare se, dato un racconto, questo è una fiaba o meno, dato che non sappiano ancora cosa sia una fiaba: non ne abbiamo ancora le categorie e definizioni. Il problema è definire le categorie e le peculiarità di questo termine per poi, in un secondo tempo, andare ad applicare la “definizione” di fiaba ai racconti che ci si presentano.
    Dunque cosa si intende, qui in questo saggio, col termine "fiaba"?

    Il termine fiaba in questo saggio verrà dilatato a molte cose che non sono mai state chiamate fiaba. Trovo un allargamento tale legittimo pensando a quest’ esempio: poniamo che esista un paese dove non sia ancora stato coniato il termine “animale domestico”. Ebbene, come potrebbe un etologo dilettante intitolare un proprio testo su cani, gatti, oche, mucche, vacche, maiali ecc.? Potrebbe inventare un nome per questo genere di animali, e con questo intitolare il testo. “Gaburri” potrebbe scegliere ad esempio, e poi spiegare nell’ introduzione al proprio lavoro quali animali son questi gaburri. Ma dubito che qualcuno rivolga il proprio interesse verso qualcosa intitolato con un nome inventato di fresco. Probabilmente, a quest’ etologo converrà intitolare il proprio libro “Cani” e poi spiegare nell’ introduzione che non vuole parlare solo di cani, ma anche dei possenti tori, dei nobili cavalli, delle pacifiche oche, delle stupide galline, e così via.
    Io mi trovo nella stessa situazione. Non posso inventare un nome per ciò che sto descrivendo, la cosa è antieconomica!
    Ho quindi scelto il termine fiaba, e userò questo termine, a mia discrezione, in modo espanso e dilatato ad altri componimenti “artistici”, letterari e non. Naturalmente la mia discrezione non sarà arbitraria, ma motivata e ragionata.
    Ma i problemi connesi all’ uso del termine fiaba non terminano qui: poche sono le persone che conoscono il termine fiaba per quello che è sempre stato, anzi, il termine fiaba è sempre stato usato con significati diversi e contrastanti, tantevvero che non è possibile darne una definizione assoluta(1): molti danno un significato a questa parola collegandola alla fiaba grimmiana, che pur essendo sempre una fiaba, è anche quel genere letterario, o quel genere di fiaba, nato in epoca molto recente, per mano dei fratelli Grimm, dalla reinvenzione, letterarizzazione e romanticizzazione dei racconti popolari che i due fratelli dividevano, a mio parere erroneamente, in fiabe e leggende. Tornerò presto in merito di questa distinzione.
    Perdipiù quasi nessuno al giorno d' oggi legge queste fiabe direttamente dai libri dei Grimm, ma le conosce indirettamente da riscritture per bambini, o da cartoni animati e film, e in ciò la Disney ha avuto un ruolo importante.
    Ovviamente anche i film "Biancaneve" e "Cenerentola" sono delle fiabe (delle belle fiabe), ma non sono le uniche, e non devono rappresentare da soli il genere "fiaba", come del resto non le sole fiabe grimmiane, che sono solo uno dei tanti esempi di fiaba.
    La realtà è che l’ unico modo per parlare di fiabe è conoscere varie fiabe di vario tipo, in modo da coprire tutto ciò che è fiaba. Nel parlarne andranno fatti dei confronti: ad esempio si confrontino il film Cenerentola, la corrispondente fiaba Grimmiana e una delle tante varianti regionali della stessa favola che ha ispirato i Grimm, ad esempio quella Fassana (Maria de Tsnader) riportata dal De Rossi o quella milanese (la Scindiroeura) riportata dall' Imbriani, o si confrontino le fiabe-novelle (2) delle "Mille e Una Notte" con le fiabe europee (3).
    Per questo si presentano in questo saggio alcune fiabe esemplari, con commento.
    Solo dopo una tale documentazione si potrà riconoscere cosa è la fiaba e quali sono i suoi caratteri principali, e ci si renderà conto così che una stessa storia può essere raccontata in modi differenti rimanendo pur sempre la stessa storia e rimanendo sempre una fiaba. Ci si renderà conto inoltre di come storie radicalmente differenti e scritte in stili diversi e con diversa origine (popolare, tradizionale, d' autore) siano sempre fiabe e infine ci si renderà conto di quanto inadeguata sia il termine "fiaba".
    In effetti, dopo questa lunga analisi (e qui svelo parte del risultato finale di questo saggio) riconoscendo le basilari caratteristiche comuni, si perviene necessariamente a riconoscere le stesse peculiarità (che saranno il vero oggetto del saggio) in una serie grande e formalmente variegata di racconti che vanno dalle saghe medioevali alla trilogia degli antenati di Calvino, dai racconti popolari al fantasy, dall' Iliade e l' Odissea ai film Disney, senza trascurare le "Mille e una Notte", l' "Orlando Furioso", "Pinocchio" e soprattutto senza trascurare la Creazione, somma fiaba di ogni cultura. Ecco perché ho preferito fin d’ ora trascurare il termine “fiaba” originale per reinventare un termine “fiaba” allargato.
    Messi in questo modo davanti ad un risultato di così tale scostamento dal sentire comune, prima di conoscerne le ragioni, può sembrare che il passo sia più lungo della gamba, non solo, ad alcuni, chiamare fiaba la Creazione (o l' Orlando Furioso, o l' Odissea, ecc.) parrà pure blasfemo. In effetti qui non si tratta di far rientrare la Creazione (o l' Orlando Furioso, o l' Odissea) nel genere fiaba, ma di trovare un nome che richiami le peculiarità sopra accennate e sia applicabile a tutto ciò che ho elencato, e anche di più. Nella scelta del termine, andando ad operare per esclusione, ho dovuto escludere "epica", "epopea" perché quello che sto considerando non necessariamente è eroico; ho dovuto escludere mito, per le stesse ragioni e perché questa parola può essere collegata anche all' Harley Davidson, alla TV, al Self Made Man, tutti miti che stridono con quello di cui voglio parlare, anche se in una qualche maniera vi potrebbero purtroppo rientrare; ho dovuto escludere i termini che hanno a che fare con la magia perché in entrambe le accezioni di questa parola (4) sarebbero stati riduttivi, mentre usare termini legati alla religione sarebbe stato fuorviante. Restavano due termini: "fiaba" e "leggenda" (5), ho escluso il termine "leggenda" perché quest' ultima è sempre percepita come una cosa che "si presume vera, in realtà è una panzana", ed è mio obiettivo confutare energicamente una tale concezione. Ho quindi preferito "fiaba", conscio della difficoltà di dover lavare questo termine del significato grimmiano e di doverlo ampliare tanto come si è detto.
    Conscio, che il termine fiaba non è mai stato usato dal senso comune per definire, o richiamare, come si diceva prima, quelle peculiarità che rendono un racconto dato una fiaba (nel senso allargato).
    Dunque la fiaba non è un genere letterario, ma qualsiasi opera, appartenente a qualsiasi genere (sempre che le opere si possano dividere in generi), può avere quelle peculiarità, che, non potendole chiamare con un loro nome, perché non lo abbiamo ancora inventato, ci faranno dire che quell’ opera è una fiaba. Ad esempio Siddharta di H. Hesse è definibile come un romanzo di iniziazione, ma contiene alcune peculiarità tipiche della fiaba, per cui, senza dimenticare che è un romanzo, si dirà: “è (anche) una fiaba”.

    Note:

    (1) quindi, anche se non ho ancora spiegato quali siano le peculiarità della fiaba allargata, da qua in avanti userò il termine fiaba, salvo diversa, esplicita e circostanziata indicazione, nella sua accezione allargata, non nell’ accezione ristretta originale.
    (2) se da una parte i racconti delle "Mille e Una Notte" sono indubbiamente fiabe per la presenza del magico, per l’ atemporalità, e per altri aspetti, non si può negare che esse siano molto simili alle novelle in quanto la loro attenzione non è incentrata sul magico e sul "fiabesco" ma sul comportamento umano. Questo deriva dal fatto che esse sono rielaborazioni di un autore colto di tradizionali e popolari il cui intento era soprattutto quello di dare una rappresentazione umana.
    (3) anche qui si è individuata una medesima tipologia di fiaba, quella dell' uomo che capiva il linguaggio degli animali, riportato nelle Mille e una Notte e dal De Rossi in Fassa
    (4) Magia in senso stretto sarebbe forse da intendere quella corrente dello zoroastrismo i cui sacerdoti erano detti magi, tre dei quali fecero atto di venerazione al Signore Gesù Cristo. E' ovvio che quest' accezione è oggi perlopiù dimenticata, visto che fin dall' antichità la parola magia entrò in varie lingue (magheia ad esempio in greco) andando a designare ogni opera teurgica (=opera di contatto con il divino, mediante invocazione, o altre pratiche), divinatoria, "paranormale", ecc..
    (5) qualcuno potrebbe pensare tra questi possibili termini avrebbe potuto essere incluso pure il termine “favola”: nulla di più sbagliato, infatti tutti i termini che ho nominato sono termini che solitamente designano comunque testi che possiedono le peculiarità accennate: la favola, invece è un racconto metaforico, dove sotto le figure degli amimali si nascondono vizi e virtù degli uomini. Ebbene, non penso che le fiabe (perlomeno le vere fiabe) contengano delle metafore o delle allegorie, di conseguenza un racconto allegorico, o metaforico come la favola, non è una fiaba.

    Si attendono commenti, e anche riscritture, se qualcosa proprio non vi va giù.
    Salute (e buon lavoro) a te, Magnifica comunità di Eldalië!
    Fram

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    Scritto il 27-10-2004 23:43
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    Buon lavoro!

    Solo una cosa: spiega più chiaramente quali sono i caratteri che per te rendono un testo "fiaba" al di là delle classificazioni tradizionali, perchè non è del tutto limpido (cioè, i motivi della scelta di testi eterogenei sono a posto, ma allora, cos'è che accomuna tutte queste opere, alla fine?)
    E cita anche la raccolta di fiabe italiane di Calvino, è più filologo dei Grimm!
    (che bello, da piccola le ho tanto lette da fare a fogli il volume... )

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    Scritto il 29-10-2004 09:11
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    Fram figlio di Frumgar

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    Elenwen il 29-10-2004 09:11 ha scritto:
    spiega più chiaramente quali sono i caratteri che per te rendono un testo "fiaba" al di là delle classificazioni tradizionali, perchè non è del tutto limpido (cioè, i motivi della scelta di testi eterogenei sono a posto, ma allora, cos'è che accomuna tutte queste opere, alla fine?)

    Un attimo! ci arrivo. Comunque lo scopo dell' incuriosire il lettore su ciò che sono i caratterei che accomunano testi tanto eterogenei mi è riuscito, almeno con te!

    E cita anche la raccolta di fiabe italiane di Calvino, è più filologo dei Grimm!
    (che bello, da piccola le ho tanto lette da fare a fogli il volume... )

    Sto leggendo Calvino con sommo piacere, ed è mille volte più filologico dei Grimm, che manco indicano la regione di provenienza della fiaba. Vedrò di inserirlo fin da qui, se lo merita. Beninteso, più avanti sarà nominato e stranominato.
    Ciao,
    Fram

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    Scritto il 29-10-2004 23:38
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    Fram figlio di Frumgar

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    Ciao,
    riguardo a quanto diceva elenwen riguardo alle peculiarietà delle fiabe ho risolto facendo una promessa esplicita, nel testo dell' introduzione, di palesare più avanti le peculiarietà della fiaba.
    Ora posto un secondo articolo. Ciò non significa che non possiate fare commenti sull' articolo precedente !
    In qesto articolo vorrei inserire una tavola di Calvin e Hobbes. Si può, vero?
    Per ora comunque descrivo la tavola e riporto il dialogo.

    Homo Fiabens
    Ovvero: perché l’ uomo racconta fiabe? Perché ride!

    Voglio iniziare questo articolo citando questa tavola tratta da “Calvin and Hobbes LA VITA CHE STRESS” di Bill Watterson (Ed. it. Comix, trad. di Nicoletta Pardi).

    Calvin e Hobbes passeggiano in un bosco
    Calvin: Non è strano che l’ evoluzione ci abbia fornito di senso dell’ umorismo?
    Calvin: Se ci pensi è strano che abbiamo una risposta fisiologica all’ assurdo. Ridiamo per la demenzialità. Ci piace. Pensiamo che sia buffa.
    Calvin: Non pensi che sia bizzarro che apprezziamo l’ assurdità? Perché ci siamo evoluti in tal senso? Che beneficio ne abbiamo?
    Hobbes: Suppongo che se non ridessimo alle cose che non hanno senso, non potremmo reagire a gran parte della vita.
    Calvin resta fermo e stupito, Hobbes si allontana nell’ erba alta.
    Calvin: Non so se sia divertente o assolutamente terrorizzante.

    Ma sospendiamo per un poco il terribile dubbio di Calvin e partiamo dall’ inizio, e cioè da: “chi è l’ uomo?”
    La risposta alla domanda: “chi è l’ uomo?” deve necessariamente provenire da una qualche peculiarità dell’ essere umano, non presente in altri animali, e, soprattutto, che accomuni tutti gli esseri umani.
    La definizione che abbiamo imparato a scuola nelle ore di biologia, “homo sapiens”, forse non è la migliore. Tantissimi animali sanno. La marmotta sa dove è nascosta la sua tana, come si snodano i suoi cunicoli sotterranei, quali sono i suoi cuccioli, dove trovare il cibo… ecc.
    Certamente l’ uomo sa anche tantissime altre cose. Ad esempio sa cosa è una supernova.
    Ma anche questo, a ben vedere, non è un punto di merito per la definizione “sapiens” dell’ uomo: in effetti, dubito che più del 2% degli uomini sappia che cos’ è una supernova!
    Dunque stiamo cercando una caratteristica che accomuni tutti gli uomini, e che differenzi gli uomini dagli animali:
    Esistono popoli che non si fanno il bagno. Esistono popoli che consentono la poligamia e la poliandria. Esistono popoli che vanno in giro nudi. Esistono popoli che sanno contare solo fino a due.
    Ma non esistono popoli che non hanno una religione, o che non ridono, o che non raccontano fiabe.
    Come non esistono popoli che non parlano.
    Forse adesso ci siamo, una delle due proposizioni (religione-ridere-fiabe / parlare) potrebbe essere la caratteristica cercata, o tutte e due.
    Parto dal considerare l’ homo loquens (l’ uomo che parla): gli animali parlano? Sì, a versi, con un vocabolario limitatissimo, ma riescono a comunicare con i propri simili un certo numero di loro sensazioni, conoscenze ecc… e se volessimo non considerare come linguaggio il linguaggio di versi degli animali come scimmie o cani, dovremmo comunque considerare che alcuni etologi ormai sostengono che le orche (verificare), ad esempio, hanno un linguaggio tale e quale al nostro, formato da circa trenta suoni simili o alle lettere, o alle sillabe, con tanto di lingue e dialetti.
    Il che potrebbe far pensare che l’uomo, non essendo l’ unico essere parlante, non può esser definito come l’ essere che parla. Ma in base a queste considerazioni mi pongo un’ ulteriore domanda: se per caso dovessimo scoprire che le balene effettivamente chiacchierano, non vorremmo forse coprire quel che si dicono? E chiedere loro cosa pensano? E instaurare un dialogo alla pari? Insomma, se scoprissimo che le balene parlano come noi, non le considereremmo, non più animali, ma bensì esseri simili, pari a noi?
    Ebbene: questo potrebbe anche succedere, visto che molti ricercatori oggi sono impegnati in ricerche sul linguaggio delle balene, e ci farebbe riconsiderare pesantemente il significato di uomo, ma potrebbe anche rivelarsi una delusione amara. Poniamo che le orche si parlino, sì… ma con le loro parole non raccontino nulla di poetico, di divertente… non descrivano le meraviglie del mare, né parlino dei loro dei.
    È questo quello che infatti un uomo si aspetta da un proprio simile: che non usi il linguaggio solo per i discorsi terra terra di tutti i giorni, ma che usi la propria voce per esprimere sensazioni, sentimenti e cose grandi e belle, o terribili. E che magari lo faccia con la poesia.
    C’è chi, come W.F. Otto sostiene che il linguaggio umano non sia nato per comunicare cose pratiche con fini utilitaristici, tipo: “dammi da mangiare!”, o “passami la clava!” o “è scappato di là!”. Egli srive: “La cosa più incomprensibile è però il misconoscimento del ben noto dato di fatto per cui i linguaggi, proprio all’ inizio, per quanto possa apparire miracolistico, sono massimamente ricchi di forme, e complicati; essi non si sviluppano dunque nel senso della molteplicità e della capacità espressiva, ma al contrario, con l’ uso si impoveriscono e si inaridiscono sempre di più. Non possono dunque essere stati creati per scopi esterni a loro stessi. Non rientrano fra le operazioni dell’ intelletto e della volontà, nell’ utilizzabilità in senso ampio: sono invece simili alle creazioni artistiche, che sono completamente autonome, vengono all’ esistenza con un entusiasmo inaudito, danno frutti ricorrendo all’ ispirazione ed alla rivelazione e non cominciano dal più piccolo, ma dal più grande” (W. F. Otto, Il mito, ed. Il Melangolo, traduzione di Giampiero Moretti, pag. 107). Il linguaggio sarebbe dunque scaturito da una certa forma artistica, o da uno svilupparsi di forme artistiche: forse ritmo, musica, narrazione, mito, fiaba.
    Allo stato attuale delle ricerche non è certo facile dire se Otto ha ragione. Bisognerebbe assistere alla nascita di una lingua tra uomini che non sanno nemmeno cosa sia una lingua (la cosa, invero, è stata fatta: si confronti l’ articolo “Inventato un nuovo linguaggio dei segni” apparso nella pagina scientifica del Corriere della Sera del 17-9-2004, ma la ricerca ha indagato il mero nascere della lingua, non le modalità della nascita). Probabilmente non si arriverà mai ad una teoria definitiva, ovvero non si saprà mai se il linguaggio nasce dall’ utilità o dall’ arte.
    Facendo ora un passo indietro, certo è questo: l’ arte caratterizza il linguaggio umano, forse più dell’ utilitarietà (1), e senza arte il linguaggio (e con lui l’ uomo) sarebbe ben poca cosa, come le orche che non parlano delle bellezze del mare di cui si diceva prima.
    Su come sia possibile che l’arte caratterizzi il linguaggio penso che Pirandello e JRR Tolkien abbiano idee simili a loro insaputa.
    Il grande scrittore e drammaturgo siciliano ha basato tutta la sua opera sull’ umorismo, tecnica che, sappiamo dal suo saggio “L’ umorismo”, si basa sul quel “sentimento del contrario”, innato in ogni uomo, che può produrre tanto riso quanto compassione.
    “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti,tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’ abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a quest’ espressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente si inganna che , parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’ amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre quel primo avvertimento, o piuttosto più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra comico ed umoristico. […] Questo stato d’ animo, ogni qual volta mi trovo di fronte ad una rappresentazione veramente umoristica, è di perplessità: io mi sento come tenuto tra due: vorrei ridere, rido, ma il riso mi è turbato e ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa.” (L. Pirandello L’ umorismo, cap. II, Angelo Signorelli Editore, pag 169 e 176)
    Ridiamo quando avvertiamo che siamo posti davanti a qualcosa che non va, che dovrebbe essere differente. E questa è una cosa esclusivamente umana, per quanto ne sappiamo fino ad ora, gli animali non ridono. Ma non solo, vi è un successivo gradino: il sentimento, l’ emozione, il fare proprio questo contrario ed interiorizzarlo, esserne coinvolti, emozionati. Si ha quindi un ragionamento interiorizzato, l’ anima viene toccata dal ragionmento.
    Grazie a questa famosissima dissertazione di Pirandello riusciamo a capire bene il significato delle parole che seguono, sempre nel saggio, al capitolo III: “[…] nella concezione di un’ opera d’ arte, la riflessione è quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira” (L. Pirandello L’ umorismo, cap. III, Angelo Signorelli Editore, pag 177) e quelle del II capitolo “l’ opera d’ arte è creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elemento hanno corrispondenza tra loro e con l’ idea madre che le coordina. […] la coscienza non rischiara tutto lo spirito; segnatamente per l’ artista essa non è un lume distinto dal pensiero, […] La coscienza insomma non è una potenza creatrice, ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira; si può dire anzi ch’ esso sia il pensiero che vede sé stesso, assistendo a quello che esso fa spontaneamente. […] la riflessione […] è, quasi, per l’ artista una forma del sentimento.” (L. Pirandello L’ umorismo, cap. II, Angelo Signorelli Editore, pag 168).
    Insomma: se la ragione riesce a produrre arte è grazie solo al fatto che riesce a produrre un sentimento del contrario, o, se il termine è preferito, un’ emozione del contrario. Un ragionamento, quindi, che coinvolga anche l’ anima, e non solo la ratio dell’ uomo.
    Io trovo che questi discorsi siano mirabilmente trasponibili alla materia di questo saggio: non ha forse detto Tolkien “Se davvero gli uomini non sapessero distinguere tra le rane e i nostri simili, non sarebbero nate favole (2) su principi cangiati in rospi” (J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, ed. Bompiani, trad. it. di F. Saba Sardi, saggio “Sulle fiabe”, pag 76) Avviene nelle fiabe un processo simile a ciò che avviene nel racconto umoristico: dapprima si avverte che le cose vanno al contrario di come dovrebbero andare (un principe che è un ranocchio? impossibile!) e poi il contrario viene interiorizzato e fatto sentimento: nuovamente sentimento del contrario, in questo caso però non si parla più di umorismo, ma di meraviglia.
    Attenzione! Se il racconto del meraviglioso si fermasse all’ avvertimento del contrario si avrebbe solamente incredulità, come si avrebbe solo comicità (o sempre solo incredulità) in un racconto umoristico. La fiaba, come il racconto umoristico pirandelliano, va oltre: intervengono le coscienze (le anime) dell’ autore e dell’ uditore perché il contrario generi sentimento. A mio parere la differenza tra racconto umoristico e fiaba è minima, sta nella mera terminologia, dacché il processo mentale è lo stesso.
    Ed ecco quindi i due gradini che l’ uomo, e solo l’ uomo a quanto se ne sa, percorre: l’ avvertimento del contrario, e il sentimento del contrario.
    I sentimenti sono anche animali, certo, ma il sentimento del contrario è solo umano perché basato su una fonte che solo l’ uomo possiede: l’ avvertimento del contrario. O, perlomeno, è solo umana la capacità di tramutare l’ avvertimento in sentimento.
    È il desiderio che ci spinge a compiere le azioni che facciamo, e cosa più del sentimento è desiderabile? Dal desiderio del sentimento nasce la necessità, sia per l’ autore che per il fruitore, dell’ opera d’ arte come produttrice di sentimento.
    Dunque potremo così concludere: l’ uomo desidera il sentimento; pecularietà dell’ uomo è rispondere a questa necessità in vari modi, tra cui la creazione del sentimento del contrario tramite il racconto umoristico o la fiaba. Bene ha fatto chi ha detto che l’ uomo è “homo ridens” bene farà (a parte il latino maccheronico) chi lo chiamerà “homo fiabens”
    Dunque è il sentimento del contrario, l’ arte, a caratterizzare l’ uomo, e di conseguenza l’ aspetto umano del linguaggio.
    Dunque, parafrasando Pirandello: “Questo stato d’ animo, ogni qual volta mi trovo di fronte ad una rappresentazione veramente fiabesca, è di perplessità: io mi sento come tenuto tra due: vorrei essere scettico, non credo, ma lo scetticismo mi è turbato e ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa.”: infine io sono coinvolto, credo, ed è questa la meraviglia.

    (1)si pensi ad esempio al termine “siderurgo” e alle parole da esso derivate: il termine fa diretto riferimento alle stelle (sider), e conferma quanto in antichità i fabbri fossero considerati portatori di un’ arte (quella di lavorare il ferro) misteriosa e vicina al divino. Non considerare questo riferimento assolutamente poetico mi sembra molto difficile.
    (2)Col termine “favole” della citazione si intende ciò che nel presente saggio è chiamato fiaba.


    Riguardo alla nota 2: visto che Tolkien nel suo saggio è molto preciso nel distinguere fiaba da favola supporterei un errore di traduzione. Qualcuno può controllare il termine originale?
    Grazie,
    Fram

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    Scritto il 01-11-2004 10:59
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    Rispondo brevemente per far viva la mia presenza.
    Ho dato una tesi a Brera, tempo fa, con una amica, in Antropologia Culturale...l'argomento trattato: la poetica di W.B.Yeats e le fiabe celtiche. Ho un pò di materiale a riguardo e da buon filoirlandese me ne occuperò con gioia (tempo permettendo).
    Al prossimo incontro, Fram, ti porto tutto. Per le persone di Milano, considerate il mio laboratorio come un punto d'incontro per il Progetto sulle Fiabe e altro. E' a vostra totale disposizione. Sentiamoci in mp per i dettagli eventuali.

    hola!

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    Scritto il 19-11-2004 19:01
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    Fram figlio di Frumgar

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    Ciao a tutti,
    copiate incollate e armatevi di pazienza....
    Sono due, ben due capitoli della mia parte generale, in attesa delle vostre regionali (e di quella storica di Erfea)
    Sappiatemi dire se c'è qualcosa che non vi convince o qualcosa che andrebbe migliorato.
    Ps, grazie alla mia speciale correttrice di bozze!

    III
    C’era una volta… ma c’era davvero?
    Mithos e Logos. Lo schema delle due realtà.

    Nel capitolo precedente ho sostenuto che la fiaba, come il racconto umoristico, nasca dal desiderio e dalla necessità del sentimento. La maggior parte della critica sulla fiaba però sostiene che racconti come miti e leggende, e anche le antiche religioni pagane nascano dalla scarsa conoscenza dell’ uomo primitivo riguardo la natura. Ovvero: l’ uomo antico, vedendo il fulmine, e non sapendoselo spiegare, inventa Zeus che lo scaglia.
    Oppure alcuni sostengono che i miti nascano dalla storia, in particolare per spiegare, o meglio giustificare, i cambiamenti della società. Si veda ad esempio l’ introduzione di Robert Graves al suo “I miti Greci” edito in Italia da Longanesi (1).
    Personalmente non credo a queste interpretazioni. L’ interpretazione storico-sociologica non è stata mai avvalorata dall’ archeologia o dalla storia (ovvero non sono mai stati dimostrati come fatti storici i fatti presunti alla base della mitologia). All’ interpretazione “naturalistica”, oltre a me, non vi credono né Otto né Tolkien. Nel saggio “Sulle fiabe” di quest’ ultimo si può leggere questo esempio: “Prendiamo quello che sembra un chiaro esempio di mito olimpico della natura [che noi abbiamo chiamato “un mito naturalistico” N.d.R.]: il dio norreno Thórr. Il suo nome è tuono, di cui Thórr è la forma norrena; né è difficile interpretare il martello, Miöllnir, come il fulmine. Pure Thórr ha, fin dai documenti più antichi in nostro possesso, un carattere o una personalità ben definita, irreperibile nel tuono o nel fulmine, ancorché alcuni particolari possano venir riferiti a questi fenomeni naturali: per esempio la sua barba rossa, il suo vocione e il temperamento collerico, la sua forza cieca e distruttrice. Ciononostante, sarebbe privo di senso chiedersi: che cosa venne prima, le allegorie della natura relative a tuoni personalizzati che riecheggiano tra i monti, fendendo rocce e alberi, oppure aneddoti relativi ad un agricoltore irascibile, non molto intelligente, dalla barba rossa, di forza fuori dal comune, un individuo in tutto, tranne che per la statura, molto simile agli agricoltori del nord, i boendr da cui Thórr era soprattutto amato? […] È più ragionevole supporre che l’ agricoltore sia saltato fuori nel momento stesso in cui Tuono ebbe una voce e un volto; che ci fosse un lontano brontolio di tuono tra le colline ogniqualvolta un narratore udiva un agricoltore preda dell’ira” (2)
    Indubbiamente le fiabe trattano di elementi e situazioni particolari, eccezionali, non quotidiane, ma questo non significa che la fiaba voglia spiegare, in termini logici e con esseri eccezionali, elementi della vita. Se fosse solo questo non si spiegherebbe in Thórr la coesistenza del fulmine e del contadino dal pelo rosso. A ben guardare poi si nota che la fiaba non coinvolge nel soprannaturale solo fenomeni eccezionali. Ad esempio in Giappone gli scintoisti legano in matrimonio delle rocce. Cioè compiono un azione rituale (fiabesca, per come intendiamo qui la fiaba) su dei soggetti del tutto ordinari, che però loro ritengono animati. L’ anima non è quindi attribuita solo a cose eccezionali come il fulmine o il sole, ma anche a delle comunissime rocce.
    Inoltre, dopo aver visto migliaia di fulmini nella mia vita vorrei proprio sapere perché dovrei considerare il fulmine una cosa degna di tanta attenzione, tanta da dovermi inventare un dio per soddisfare la mia curiosità.
    In effetti io penso, che più che una questione di curiosità dell’ uomo verso l’ ambiente che lo circonda, la nascita della fiaba è una questione di meraviglia, di quella meraviglia di cui abbiamo già parlato nel precedente capitolo.
    Tutti sanno che il fulmine esiste ed è una cosa ordinaria nei temporali. Eppure esso suscita nell’ animo di chi lo osserva, sia esso un primitivo o un meteorologo, una sensazione di forza, potere e grandezza.
    Una fonte d’ acqua è un luogo ritrovabile quasi ovunque nel mondo. Eppure la vista della fonte genera quasi sempre una sensazione di bellezza e pace, vita e fertilità.
    Non è dunque il fenomeno in sé che genera il mito, lo straordinario non sta nella scarica elettrica del fulmine o nell’ affiorare di una falda, ma nell’ emozione che va a coinvolgere l’ anima umana.
    Ora, cosa è quel fattore che perturba l’ anima umana e la porta all’ emozione?
    Secondo James Hillman, i luoghi hanno un’ anima (2). Noi potremo estendere il concetto al fulmine, ed ad una serie di cose che specificherò meglio più avanti, come ad esempio i tesori e le reliquie.
    Ora, temo che, molte persone, sentendo parlare di anima, decidano di tralasciare questo saggio. In effetti un saggio come questo dovrebbe mantenersi al di sopra del credo delle persone, e trattare l’ argomento senza introdurre “verità spirituali”. Ma purtroppo un saggio sulle fiabe non ne può fare a meno. Perché di questo deve parlare: del rapporto su cui la fiaba si basa, e cioè del rapporto tra l’ uomo, la natura e lo spirito.
    Per meglio intendersi, prima di introdurre lo schema delle due realtà, e dei due linguaggi (mithos e logos) che le descrivono, vorrei riportare un paragrafo di un articolo di Umberto Eco, in cui lo scrittore narra dei suoi viaggi alla ricerca dei tesori e delle reliquie custodite nelle cattedrali e nei monasteri: “[…] una volta, in un monastero del monte Athos, parlando col monaco bibliotecario ho scoperto che era stato studente di Roland Barthes a Parigi e aveva fatto il Sessantotto - e quindi sapendolo uomo di cultura, gli ho chiesto se lui credeva all’ autenticità delle reliquie che baciava devotamente ogni mattina all’ alba, durante un’ interminabile e superba funzione religiosa. Lui mi ha sorriso con dolcezza, una certa maliziosa complicità, e mi ha detto che il problema non stava nell’ autenticità ma nella fede, e che lui baciando le reliquie ne avvertiva il mistico profumo.”.
    Quando in questo saggio parlerò d’ anima (3), ne parlerò come una verità assoluta: ciò non significa che stia cercando di proporvela come verità assoluta, o che io ci creda. Semplicemente sto parlando di una cosa che all’ interno delle fiabe è una verità. E non importa se il lettore vi crede o meno, ciò che importa è descrivere ciò in cui crede chi racconta fiabe.
    Delle reliquie di Eco non importa la loro effettiva autenticità, ma l’ emozione, la fede che generano nel cuore del credente. Così come parlare delle scariche elettriche in atmosfera non mi interessa. Mi interessa molto capire invece la figura di Zeus, o di Thórr, e la mente, le emozioni, la fede di chi in loro credeva.
    Sallustio, parlando dei miti disse una volta: “Ciò non è mai accaduto, è però sempre” (4).
    Se riuscissimo a comprendere l’ intuizione che sta sotto questa frase avremmo fatto un passo da giganti nella comprensione di cos’è la fiaba e di quello che è l’ homo fiabens.
    Ulrike Kindl apre la sua raccolta “Le Dolomiti nella leggenda” con una frase ad effetto: “Le fiabe, si sa, sono vere” (5). Anche Italo Calvino, nella sua raccolta “Fiabe Italiane” esprime la stessa convinzione: “[…] io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi ad un uomo e a una donna […]” (6).
    Questa interpretazione sicuramente coglie un aspetto veritiero: nella fiaba sono contenute tutte le norme sociali, le convinzioni popolari in merito alla morale, al fato e al corso del mondo. Nel loro continuo riproporre topoi sempre uguali sicuramente esprimono una volontà popolare di mettere ordine nelle cose del mondo. Ma secondo me vale la pena di spingersi un po’ oltre, perché nel discorso di Calvino manca un elemento fondamentale: la magia, che è sempre presente nella fiaba.
    La professoressa Kindl in effetti si spinge un poco oltre, e, dopo aver affermato che è risaputo che le fiabe sono vere, specifica: “non raccontano certo fatti veri, ma forniscono verità, cioè strutture e modelli per l’ ordine di tutte le cose, per dare un nome al destino e una faccia alla sorte, per dare spazio alla speranza e un senso alla sofferenza, […] per porre un inizio e comporre una fine. […] la questione non si pone in termini di documentazione dotta e scientifica, bensì di immagine” (7)
    È convinzione universale che il mondo segua determinate leggi, non solo nell’ ambito della fisica, ma anche ad esempio nelle dinamiche umane. Rompere gli occhiali fa arrabbiare. Rischiare un incidente in auto mette addosso brividi e terrore: la morte è temuta. Ci sono anche leggi che possono farci prevedere il futuro: “Se il tal governo proseguirà nella sua politica di… cadrà.”; “Stai prendendo una brutta strada: finirai in galera, o all’ ospedale!”
    Ovvietà, sicuramente! Ma ne possiamo trarre una conclusione: non esistono solo leggi fisiche. Alcune leggi ci permettono addirittura di prevedere il futuro, ovvero la realtà che avrà il futuro. Perché il futuro, come il passato, non è realtà. Non esistono! Il passato è esistito, il futuro forse esisterà. Eppure non è possibile dire che la presa della Bastiglia non è verità solo perché non è realtà. Verità e realtà sono due entità profondamente differenti, dove la prima è molto più ampia della seconda, e la comprende come sua piccola parte. La verità comprende, oltre alle verità storiche, tutte quelle realtà, quelle leggi, che regolano lo svolgersi delle cose e che talvolta ci permettono di capire come andranno probabilmente le cose in un futuro prossimo.
    La verità inoltre comprende i sentimenti, come il terrore e la meraviglia, le idee (l’ idea di giustizia, l’ idea di bellezza, l’ idea del cavallo), e, a quanto dicono le fiabe, i draghi, la magia, l’anima. Le ninfe abitano i laghi e le grotte indipendentemente dal fatto che la cosa sia saputa. Anzi, tendono a celarsi, a vivere lì senza essere viste (8).
    Ma riflettendo su cosa siano i draghi, perveniamo a questa conclusione: i draghi sono idee, e le idee non possono che essere. Altro non possiamo dire delle idee! esse sono indipendentemente da qualsiasi contingenza. Nella verità esistono i draghi, i draghi sono essere puro.
    In opposizione a ciò che esiste indipendentemente da qualsiasi contingenza possiamo individuare, per certi versi, ciò che è reale. Tutto ciò che può essere fotografato, tutto ciò che può essere toccato può essere riconosciuto come reale solo nell’ istante in cui viene conosciuto: cioè dipende dalle contingenze.
    Filosoficamente il reale è un “fenomeno”, o un “essente”, qualcosa limitato e contingente all’ istante. Questo reale viene, quindi, lasciato alle leggi empiriche, alle leggi fisiche e matematiche. “Di un corpo possono essere conosciute, con una certa approssimazione posizione e velocità. Nulla più.” (9)
    Possiamo così cominciare a tracciare lo schema delle due realtà: la realtà del fenomeno e la verità delle idee.
    La realtà del fenomeno, la realtà degli essenti, può anche essere chiamata natura (10), ovvero tutte le leggi naturali, chimiche e fisiche. Tutto ciò che deriva da queste leggi è natura, compresa la natura dell’ uomo. A questo proposito deve essere notato che non vi è una natura dell’uomo distinta, contrapposta alla natura delle cose. Vi è un’unica natura. E l’uomo ne è parte come tutte le tante cose che fanno parte della “natura delle cose” (11). Se l’ uomo riuscisse a parlare di sé in modo veritiero, e cioè se comprendesse appieno la propria natura, non si troverebbe a parlare di “natura dell’uomo” contrapposta a “natura delle cose”, ma parlerebbe di natura tout-cour.
    La natura (attraverso la natura dell’ uomo, se è necessario tirarla in ballo per far capire il concetto) determina in parte le idee. Alcune idee si basano sulla realtà: l’ idea del cavallo si basa su una summa delle caratteristiche di tutti i cavalli.
    I problemi incominciano con l’ idea di bellezza. E si complicano terribilmente con l’ idea di giustizia. Ma per ora supponiamo pure che anche queste idee si basino su delle cose belle e delle cose giuste reali, verificheremo più tardi l’ipotesi.
    La verità delle idee, l’ essere, comprende tutto quello che è, indipendentemente dalle contingenze. Comprende l’ idea di bellezza e l’ idea di terrore. E l’ uomo, nel pensare a queste due idee le ha chiamate ninfa e drago. E vi ha aggiunto caratteristiche non strettamente connesse alla pura idea, come possono essere le trame delle storie riferite a questi esseri mitici. Ma vista la ricorrenza di queste caratteristiche, si dovrà riconoscere che esse non sono sì strettamente connesse all’ idea, ma vi sono sicuramente associate intimamente dall’ universalità degli esseri umani.
    Capiamo allora che la realtà delle cose può essere spiegata logicamente, mentre la verità no.
    Per spiegare la verità servono delle fiabe. O perlomeno l’ uomo trova che le fiabe siano il mezzo migliore per raccontare l’ essere. Come si potrebbe altrimenti spiegare il nesso, lampante e chiaro, agli occhi dei Fassani, tra la luna, il colore delle montagne ed i salvans (12)?
    Quale mezzo migliore della fiaba dello sposalizio tra un uomo ed una fata può rappresentare il rapimento dell’ anima, che certi paesaggi naturali operano ogni giorno sui loro spettatori? La fiaba avviene ogni giorno.
    Qualcosa che però viene collocato in un tempo in cui non ha senso parlare di passato, presente e futuro, in un luogo in cui non ha senso parlare di qui e lì, non può essere esplicitato con un linguaggio logico. Perché come abbiamo detto, il linguaggio logico si occupa della realtà essente, non della verità che è essere. Inoltre tutta la logica si basa sui concetti di passato, presente, futuro, qui e lì. È quindi necessario un linguaggio mitico per dare voce all’ essere(13).
    I greci, i coniatori delle parole mithos (μυ̃θος e logos (λόγος, dovevano aver intuito questi concetti. Secondo Otto: “Mυ̃θος significa la “parola”. Sarebbe bello sapere l’ etimologia di questo termine, ma è completamente oscura.
    “Anche λόγος significa la “parola”.
    “E’ chiaro che non si tratta di un inutile accumulo di sinonimi. […] Non v’ è dubbio che ciascuno di questi termini intende la “parola” in un’ accezione particolare, diversa da quella degli altri. […] Al lettore attento di Omero non può sfuggire che questo poeta usa le parole μυ̃θος e λόγος in senso del tutto diverso […]. La provenienza etimologica di λόγος ci è fortunatamente nota. […] Il concetto originario è quello della scelta […] del prestare attenzione, quindi, del ponderare, dell’ aver riguardo […] - e ben comprendiamo dunque perché questa “parola” sarebbe in seguito servita ad indicare ciò che è razionale, sensato, consequenziale […]. Tutt’ altra cosa il μυ̃θος! Con esso non si intende qualcosa di ponderato, calcolato, sensato. Il significato di questo termine è assolutamente oggettivo: il reale, l’ effettivo (in parola, naturalmente!). Mυ̃θος è la “storia” nel senso dell’ accaduto o di ciò che sta accadendo, conformemente all’ essere. La “parola” che dà notizia del reale, oppure che stabilisce qualcosa, che deve appunto divenir vero attraverso tale espressione: dunque la parola che dà notizie oggettive, autoritativa. Omero ne ha esempi evidentissimi. Si tratta in primo luogo della “parola” di un accadimento realmente avvenuto in passato. […] originariamente (mithos) indicava esattamente[…], ciò che è effettivamente vero; e aggiungo subito: qualcosa sì di raccontato un tempo, ma per la sua stessa essenza senza tempo, eterno! […] un’ autorivelazione dell’ essere nel senso degno e antico che non distingue fra parola e essere” (14).
    Secondo Otto infatti, come abbiamo già detto, il linguaggio nasce come linguaggio mitico, diretta discendenza dell’ essere, e quindi ciò che è mito è.
    In effetti sotto questo aspetto si può paragonare il mito all’ opera d’ arte. L’ opera d’ arte è. L’ opera d’ arte esprime concetti innegabili (ed assolutamente veri nell’ ottica dell’ espressione dell’ artista).
    Il mito fa la stessa cosa nell’ ottica di un popolo, o dell’ umanità intera, se si considera questa come un unico popolo.
    Oppure potremmo dire che, considerando non un popolo in particolare, né il popolo umano, ma l’ Uomo, e ciò che abbiamo detto prima riguardo la sua natura, il mito esprime la verità. Quella verità, che nascendo dalla natura dell’ uomo, che è parte indistinta della natura, è verità assoluta, priva di legami contingenti.
    Il segreto della fiaba forse sta tutto qui. Nel fatto, che, come Tolkien sosteneva, l’ uomo conosce l’ erba verde ma può distinguere tra erba e verde. E in virtù di questa distinzione può immaginare erba viola e facce verdi. Ma benché queste cose non esistano esse sono vere. E descrivono la verità: esiste il verde, esiste l’ erba. E una faccia verde, benché non si sia mai vista, esprime un concetto di disagio, rabbia e inquietudine pari all’ “Urlo” di Munch. La faccia verde è vera quanto irreale.
    Quando la fiaba parla di anima, o considera il mondo animato da esseri mitici, o sposa le rocce, sta quindi dimostrando quanto sia vera. Sta facendo notare che non tutto è spiegabile con il logos. Il mondo va oltre la fisicità, oltre la realtà. La verità è l’ anima. La verità è quella raccontata dalla fiaba.

    (1)Ad esempio in questa introduzione, nell’ illustrare il mito del minotauro, Graves suggerisce l’ esistenza di un luogotenente del re Minosse di nome Toro di particolare crudeltà. Anche supponendo e vera questa notizia, la teoria “storica” non ci spiega in modo plausibile perché le popolazioni greche abbiano ritenuto di tramandare la storia tramutando il luogotenente Toro in Minotauro, né spiega da dove nasca la fantasia che può tramutare un uomo di nome toro in un minotauro. E infine, non spiega coma mai sia possibile immaginare un essere mezzo toro e mezzo uomo.
    J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, ed. Bompiani, trad. it. di F. Saba Sardi, saggio “Sulle fiabe”, pag 38
    (2)James Hillman è l’ attuale maggiore esponente della scuola filosofico-psicananlitica Junghiana. Per l’affermazione, centrale nella filosofia di Hillman, cfr. ad esempio James Hillman, Carlo Truppi, L’ anima dei luoghi, Rizzoli.
    (3)o di Dio, o degli dei, o delle fate, degli sbilfs, delle agane, ecc…
    (4)Sallustio, fr. 4 (qualunque cosa voglia dire questa sigla)
    (5)Ulrike Kindl, Le Dolomiti nella Leggenda, FK, pag. 27
    (6)Italo Calvino, Fiabe italiane, Oscar Mondatori, pag. XIV
    (7)Si vedano, ad esempio le fiabe sulle agane friulane, o anguane trentine. (8)Dire che queste bellissime donne vivono negli anfratti più nascosti, dove mai nessuno ha messo piede, è come dire che il bello è sempre bello, anche se nessuno è lì a fruirlo. Una fonte meravigliosa nella sua estetica è sempre meravigliosa, e questo è uno dei principali insegnamenti delle fiabe: ciò che abbiamo chiamato verità (l’ universo) esiste indipendentemente dall’ Io, non è un’ illusione soggettiva.
    (9)Principio di indeterminazione. Si veda ad esempio l’ ottimo James Greene, “L’ universo elegante”, Einaudi.
    (10)Si intende ovviamente natura nel suo senso scientifico-empirco. In quest’ accezione del termine, ad esempio, non avrebbe senso parlare della natura di Dio.
    (11)Infatti la natura dell’ uomo discende dalla natura dell’ ambiente circostante, vuoi per ragioni etologiche, vuoi per ragioni evoluzionistiche, vuoi per ragioni culturali.
    (12)Si veda, nel presente saggio, all’ interno della sezione ladina, la fiaba “I monti pallidi”, e la relativa nota.
    (13)La formula “C’era una volta” non serve a collocare la fiaba in un passato che non ha più riferimenti col presente, un’ età dell’ oro perduta per sempre. La formula serve semplicemente ad avvertire l’ ascoltatore o il lettore che il tempo e lo spazio a cui si fa riferimento non sono descritti con il linguaggio di tutti i giorni, ma con il linguaggio mitico, linguaggio che annulla la scala del tempo e rende privi di significato i termini passato, presente e futuro.
    (14)W. F. Otto, Il Mito, il melangolo, trad. Giampiero Moretti, pag. 30



    IV
    Ancora sulla verità della fiaba

    Le fiabe furono credute vere?
    La domanda ha appassionato fior fiore di studiosi, ed in questo campo mai nulla di certo e sicuro è stato detto. Ma intendiamoci: abbiamo appena allargato il significato del termine “fiaba” e dissertato ampiamente sul significato di verità, realtà ed essere; in questo momento però facciamo un passo indietro, e chiediamoci: di fronte al racconto di magia, alle storie di prodigi, di fronte a maghi, streghe ed uomini selvatici, come reagivano gli uomini e le donne del passato? Quegli stessi uomini e quelle stese donne che tramandarono per secoli queste storie fantastiche cedettero alla reale esistenza, in questo mondo materiale, di magia, maghi ed orchi?
    Per prima cosa si dovrà ammettere che nello stesso luogo, nella stessa epoca storica non tutta la popolazione ha creduto nella stessa maniera, il modo di credere è sempre dipeso, e dipende tuttora, dall’ istruzione, dalla classe sociale, e infine dalle attitudini alla spiritualità di ogni singolo. Sempre nella storia sono esistiti gli scettici e gli atei. Ma una volta ammesso questo si dovrà riconoscere, che anche oggi la nostra società pullula di devoti alla fede cristiana, superstiziosi ammaliati da cartomanti, sette new-age, parapsicologi e ufologi: in una parola, di gente che crede ad una verità basata sulla fede. Allora probabilmente nei tempi passati vi sono state grandi fasce di popolazione che cedettero nelle fiabe, nelle leggende, nei miti e negli esseri che ne pullulano le trame(1).
    Per dimostrare queste nostre affermazioni fortunatamente ci vengono incontro alcuni dati di fatto: ad esempio, è documentato, che fino al XIX secolo, nel Somerset e nel Devon le madri legavano i propri figli alle culle per evitare che i folletti glieli portassero via. In Val di Fassa le imposte delle finestre sono tradizionalmente dotate di un piccolo foro che doveva servire per offrire durante la notte piccole porzioni di cibo alle Vivane(2). A Milano, per tutto l’ alto medioevo, durante le feste religiose chiamate “Litanie Triduane” in città venivano posti sulle finestre piatti contenenti varie pietanze per ingraziarsi gli spiriti del cielo (da cui il soprannome per queste festività di “festa delle lasagne”), in campagna quegli stessi spiriti venivano chiamati “aeree infeste podestà”(3) e si imbastivano rumorose processioni per scacciarli.
    Se da un lato le fiabe erano degne di fede, dall’ altro le verità di fede sono sempre state simili a fiabe: la maggior parte delle religioni primitive è basata su mitologie che ricordano le nostre fiabe. La stessa religione dei greci era basata su un corpus mitologico, che dopo la creazione del mondo ed il suo ordinamento da parte degli dei, colloca un gran numero di vicende riferite a mostri, giganti, semidei, ninfe. I temi di queste storie sono quelli che si possono ritrovare nelle successive fiabe popolari europee: unioni di esseri umani con semidei e dei, mostri da combattere come il Minotauro o Polifemo, uomini dotati di forza straordinaria come Eracle, metamorfosi come quelle di Zeus ed Hera, discese agli inferi ed incontri con esseri mitologici.
    Non sorprende quindi ritrovare tra le tradizioni popolari europee fiabe dalla trama del tutto simile ai miti greci come la fiaba “Occhio in fronte” riportata dal De Nino (4), oppure motivi quali il “non ti voltare a guardare indietro” comune tanto alle fiabe Fiorentine dell’ Imbriani (n. VI, “L’ uccellino che parla”; n. XIV “La bella e la brutta”) quanto al mito di Orfeo.
    Oppure si noterà la somiglianza del rapimento di Leonbruno(5) con quello di Ganimede(6), l’ analogia, ancora, tra la conquista del vello d’oro da parte di Giasone e le fiabe ovunque diffuse delle tre prove, ed infine, si converrà sul fatto che tra una salige ed una ninfa non c’è grande differenza, sul fatto che satiri ed uomini selvatici si assomiglino, e che tra molte altre creature mitiche della religione greca e le creature mitiche dell’Italia e di buona parte d’Europa non ci sono che differenze formali.
    Anche la religione cristiana non è stata priva di elementi fiabeschi nelle storie dei santi o nelle storie bibliche. La stessa immacolata concezione ricorda moltissime concezioni ad opera di chicchi di grano, fiumi e raggi di Sole che si possono trovare in fiabe e saghe di mezzo mondo(7). Passando dal Nuovo all’ Antico testamento poi si può notare che il pozzo ha nella storia di Giuseppe la stessa funzione di rigenerazione che ha nelle fiabe del mondo sotterraneo. La storia di Sansone, la cui forza stava nei capelli è squisitamente fiabesca, e lo sono parimenti moltissime altre storie della Bibbia, sia nel vecchio che nel nuovo testamento.
    Oggigiorno ci è difficile credere che esistano folletti pronti a rapire i bambini, o che Ganimede fu fatto rapire da Zeus per divenire il suo coppiere. Ma la cosa che più ci sorprende è che fino a poco tempo fa la gente credeva seriamente a certe storie. Ma non ci dovremmo stupire, in quanto la concezione del misterioso, del soprannaturale, del divino non è sempre stata la stessa nel corso del tempo(8). Oggi pensiamo al divino come qualcosa di puramente spirituale, un tempo il divino poteva anche essere qualcosa di materiale: basti dire che a Delfi esisteva la tomba del dio Dioniso! ed essa accoglieva i suoi materialissimi resti mortali, raccolti e lì posti da Apollo in persona.
    Passando ora, da una logica di indagine esterna alla fiaba ad una interna, ed utilizzando la fiaba come mezzo di indagine su se stessa, potremo notare, come hanno fatto Ton Dekker, Jurien van der Kooi e Theo Meder, che “l’ elemento fantastico e soprannaturale [ha nella fiaba] una parte importante, pur non essendo vissuto come straordinario; quest’ ultimo è un aspetto essenziale del genere. Al contrario, il meraviglioso è presentato come qualcosa di normale e scontato. Nella fiaba, le due dimensioni - il naturale, terreno, e il soprannaturale, magico-mitico - non sono […] distinte e problematiche, ma si intersecano e si intrecciano senza difficoltà e quasi senza cesure. Uomini, animali,creature fantastiche, l’incanto e l’incantatore: nella fiaba, tutti condividono il medesimo universo. Per l’ eroe della fiaba, un drago o un gigante non sono nulla di straordinario.”(9)
    Le fiabe invitano a credere a ciò che raccontano e cioè che nel mondo è certa la presenza dell’ incanto. Metterlo in discussione significherebbe insinuare un tarlo di scetticismo nell’ ascoltatore: una fiaba in cui l’ eroe mettesse in discussione la genuinità delle magie sarebbe come un conto che non torna, perderebbe il suo significato, la fiaba verrebbe negata.
    Ma dunque, di fronte ad una fiaba, siamo di fronte ad una verità rivelata. Le fiabe narrano dei misteri dei monti e delle profondità marine. Spiegano come ingraziarsi un essere del bosco adirato con te come nella fiaba della Vivana scacciata(10), hanno spesso valore eziologico, sono utilizzate in Africa per propiziare la caccia: finché le fiabe sono credute vere, ed il loro mondo è questo mondo, esse sono vere e proprie mitologie religiose.
    Tornando ora alla disamina delle analogie tra mitologie che stanno alla base di religioni e fiabe (disamina che potrebbe continuare a lungo, probabilmente una vita non basterebbe ad indagare sufficientemente questo campo) giungiamo alle stesse conclusioni: i temi e gli elementi della fede sono gli stessi temi ed elementi delle fiabe. Il che è dovuto al fatto che, come abbiamo detto, si tratta sempre di verità rivelata. E questa realtà che viene rivelata ha sempre un’idea di fondo: l’ esistenza dell’ intangibile, dell’anima, dello spirito e del divino.




    (1)Si veda la parte storica, a principiare dal modo tutto particolare di credere dei greci dell’ antichità classica
    (2)Cfr. “Le vivane” nella sezione Ladina
    (3)Angelo Fumagalli, Delle antichità longobardico-milanesi, vol. III, Milano 1793, citazione tratta dal sito http://www.storiadimilano.it a cura di Paolo Colussi e Maria Grazia Tolfo.
    (4)Fiaba racolta a Pratola Peligna (AQ) da Antonio De Nino ed inclusa nell’ opera “Usi e costumi abruzzesi, vol. III Fiabe”, Firenze 1883, e riportata da Calvino nel suo “Fiabe italiane” n. 115
    (5)Leombruno viene rapito da un aquila, si veda, nella sezione toscana “la novella di Leonbruno”
    (6)Ganimede era un giovanetto di rara bellezza, Zeus se ne invaghì e trasformatisi in aquila lo rapì per portarlo sull’Olimpo, facendone il proprio immortale coppiere.
    (7)Si veda il capitolo “I figli del Sole” del prezioso volume “Il paese di cuccagna” Di Giuseppe Cocchiera, uno dei massimi folkloristi del nostro paese.
    (8)“la concezione del misterioso, del soprannaturale, del divino”: in una parola l’immaginazione, ovvero il dare immagine tangibile al divino. Per l’ affermazione si veda la parte storica.
    (9)Ton Dekker, Jurien van der Kooi, Theo Meder, Dizionario delle fiabe e delle favole, Bruno Mondadori, Introduzione, pag. X
    (10)Contenuta nella sezione ladina


    Ciao a tutti, e fatemi sapere!
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    Fram figlio di Frumgar il 01-11-2004 10:59 ha scritto:
    Io trovo che questi discorsi siano mirabilmente trasponibili alla materia di questo saggio: non ha forse detto Tolkien “Se davvero gli uomini non sapessero distinguere tra le rane e i nostri simili, non sarebbero nate favole (2) su principi cangiati in rospi” (J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, ed. Bompiani, trad. it. di F. Saba Sardi, saggio “Sulle fiabe”, pag 76)

    Riguardo alla nota 2: visto che Tolkien nel suo saggio è molto preciso nel distinguere fiaba da favola supporterei un errore di traduzione. Qualcuno può controllare il termine originale?


    Nella versione inglese (tratta da un E-books su cui purtroppo non vi sono gli estremi ) la frase "incrimanata" è riportata in questo modo : "If men really could not distinguish between frogs and men, fairy-stories about frog-kings would not have arisen."

    Per Fram:
    Ho appena letto "Cosa s'intende con il termine fiaba.." e "Homo fiabens", trovo questi due saggi molto ben fatti, dettagliati e articolati; qualche volta però, a mio modesto parere, risultano un pò troppo contorti nelle delucidazioni, nel senso che si potrebbe andare direttamente al sodo senza farci attorno tanti giri. (questa probabilmente è una mia "limitazione mentale" , a me piace vedere e capire le cose in modo chiaro e veloce, senza tanti sfronzoli)

    Ho letto pure il tuo commento sulla "mia" fiaba dei Monti Pallidi: giudizio più che positivo, hai saputo cogliere le analogie e le differenze fra le varie versioni della fiaba. Punto interessante le tue note sui "salvans", che qui si confondono con i nani ( un pò come nella mitologia nordica dove la linea di demarcazione tra gli Elfi Scuri e i Nani è molto sottile, spesso inesistente).
    Voto finale 8 +

    "Forse il mondo è pieno di sapienza inutile: si impiegano anni di studi per capire come mai la formica si muove in un certo modo e intanto si perde la sensibilità nei confronti di quel piccolo insetto quale parte del creato. Contemplare la formica semplicemente, sapere che esiste, è vivere in armonia il breve tempo che ci è dato in questa vita" M.Corona

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    Scritto il 10-02-2005 20:58
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    MistayA

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    Ri-eccomi..

    finalmente ho letto anche il paragrafo III "C'era una volta.. ma c'era davvero?" e il paragravo IV "Ancora sulla verità" : a mio giudizio queste due parti sono molto ben fatte e più scorrevoli delle precedenti.

    Piccola nota:
    aggiungerei qualcosa in più, citando Tolkien e il suo saggio "Sulle Fiabe" , per ampliare la questione della veridicità della fiaba: cioè tutto il discorso mediante il quale lui sosteneva che la fiaba dev'essere vera, cioè che all'interno del Mondo Secondario di cui fa parte, i fatti e le persone devono essere conformi con le leggi che lo regolano.



    "Forse il mondo è pieno di sapienza inutile: si impiegano anni di studi per capire come mai la formica si muove in un certo modo e intanto si perde la sensibilità nei confronti di quel piccolo insetto quale parte del creato. Contemplare la formica semplicemente, sapere che esiste, è vivere in armonia il breve tempo che ci è dato in questa vita" M.Corona

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    Scritto il 24-02-2005 13:02
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    Fram figlio di Frumgar

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    MistayA il 24-02-2005 13:02 ha scritto:
    Piccola nota:
    aggiungerei qualcosa in più, citando Tolkien e il suo saggio "Sulle Fiabe" , per ampliare la questione della veridicità della fiaba: cioè tutto il discorso mediante il quale lui sosteneva che la fiaba dev'essere vera, cioè che all'interno del Mondo Secondario di cui fa parte, i fatti e le persone devono essere conformi con le leggi che lo regolano.

    Hai ragione, in verità il concetto lo ho già espresso, ma potevo citare Tolkien, già che c' ero. Anche se io non penso al mondo della fiaba come un mondo secondario, ma come questo mondo, solo descritto con un linguaggio mitico, come il mondo che diremmo reale è il mondo semplicemente descritto con un linguaggio locico. Ti va di fare tu l' aggiunta o la faccio io?
    Ciao, Fram

    PS importante lunedì 7 mazo potremmo fare un' altra chat
    per discutere quello che non abbiamo risolto con la scorsa. Vi aspettiamo numerosi!



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    Scritto il 25-02-2005 20:15
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