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Sacrificio necessario?
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quennar

Silmaril Silmaril Silmaril
anello del potere anello del potere anello del potere anello del potere anello del potere
alleato con house_of_finrod_felagund
Súlë Carmeva imíca Olvar
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Sacrificio necessario?

Sentendo un programma alla radio su Romeo e Giulietta dove il loro sacrificio avrebbe riportato la pace e l'amore nella città e nelle loro famiglie, mi è venuto in mente nel nostro caso il sacrificio di Frodo era necessario? Sono molto illuminanti le parole “qualcuno deve rinunciare alle cose affinchè gli altri possano conservarle” in pratica sacrificando la propria vita per il bene comune. Possibile che si inserisca nel lungo filone di sacrifici umani come Ifigenia, Idamante nell’antichità ecc. dove le divinità esigevano un tributo così alto affinché le cose andassero per il verso giusto, pensavo: si può leggere in questo senso? Il fatto che lui rinunciasse a vivere era necessario per il buon esito della missione? Era la vittima per il sacrificio?

p.s. spero che non ci sia una discussione come questa incrocio le dita...

Ma Finrond s'aggira con Finarfin suo padre sotto gli alberi di Eldamar. (Il silmarillion, Bompiani, p. 218)

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Scritto il 05-02-2007 21:11
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Elistir

foglia di Telperion
Silmaril
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quennar il 05-02-2007 21:11 ha scritto:
il sacrificio di Frodo era necessario? Sono molto illuminanti le parole “qualcuno deve rinunciare alle cose affinchè gli altri possano conservarle” in pratica sacrificando la propria vita per il bene comune. Possibile che si inserisca nel lungo filone di sacrifici umani come Ifigenia, Idamante nell’antichità ecc. dove le divinità esigevano un tributo così alto affinché le cose andassero per il verso giusto, pensavo: si può leggere in questo senso? Il fatto che lui rinunciasse a vivere era necessario per il buon esito della missione? Era la vittima per il sacrificio?
.

Non so se la si possa intendere in questo modo. Probabilmente si, tuttavia l'intento di fondo era, forse, un altro.

Il Signore degli Anelli è in fondo un libro di grandi speranze, ma anche di grandi illusioni, di tristezza e di dispiaceri. Tolkien ci ricorda che semplicemente è cosi che che deve andare, «affinché altri possano conservarle, qualcuno vi deve rinuciare». Non esiste celebrazione per gli "eroi" se non la coscienza di aver fato "ciò che andava fatto". Non eiste la gioa finale, non c'è nessun lieto fine, perchè come dice Gandalf al campo di Cormallen, «una grande Ombra è passata». Un'Ombra è passata, ma come ci ricorda Elrond «[ho visto tre ere a ovest del mondo,] molte sconfitte inutili» perchè (ora è Galadriel a parlare) «attraverso le ere del mondo abbiamo lottato contro la lunga sconfitta». E se ora ora si, pare, parzialmente vinto, non in tutti c'è posto per la gioia, perchè «il mondo sta cambiando»: ciò non vale solo per Frodo, ma anceh e soprattuto per gli Efli, per i Nani, per gli Ent. Ma nonstante la "sconfitta finale" (e che la vitoria non sarà permanente, e diventerà qundi anch'essa inutile come quella dell'Ultima Alleanza), nonstante la coscienza che nulla sarò come prima, nonostante, parafrasando re Théoden, «qualunque sia l'esito della guerra, non è forse probabile che motle cose belle e meravigliose scompaiano per sempre dall Terra di Mezzo?»; nonostante questo si prosegue. Qui sta "l'eroismo" dei protagonisti del Signore degli Anelli, nella consapevolezza di Frodo che dovrà rinunciare alle cose, nella felicità triste di Barbalbero e nell'allegria senza speranza di Sam; quest'espressione del "coraggio nordico" che Tolkien dice essere «il grande contributo dell'antica letteratura del Nord».

«Qualcuno deve rinunciare alle cose affinchè gli altri possano conservarle», è così che vanno le cose nel mondo reale quanto nella subcreazione tolkienianza. Significative, e commoventi, in tal senso sono le parole scritte sull'epitaffio per i caduti nella battaglia di Imphal Kohima, che Shippey cita nel suo "JRRT:Autore del Secolo": «Quando vai a casa parla di noi a loro e digli / noi demmo il nostro oggi per il vostro domani»



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...era la capacità di parlare, le parole - il dono dell'espressione, il più stupefacente e il più illuminante, il più nobile e il più spregevole, il flusso pulsante della luce o il rivolo ingannevole dal cuore di una tenebra impenetrabile.. Joseph Conrad

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Scritto il 05-02-2007 23:07
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Galadhel

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c'è una componente di destino comune ad entrambe secondo me.
guilietta e romeo sono star-crossed lovers: il loro sacrificio è inevitabile, per tutti gli sforzi che facciano la tragedia sarà comunque il finale della loro storia. così anche frodo, fin dall'inizio sia Gandalf che Galadriel mettono in chiaro che la missione prenderà la sua vita, e anche lui stesso ne è consapevole.
Oltretutto è proprio una funzione letteraria quella del sacrificio del protagonista, c'è in molte opere e si ripropone come topos (finiamo sempre nel topos in discussioni trasversali come questa).. basti pensare al più famoso best seller della storia, il Nuovo Testamento


"Così mi distesi nel sottobosco, e fui lieto di sentirlo fresco e soffice. Levai lo sguardo e vidi una Stella brillare fra i bruni ricami delle fronde.
Fu allora che il suo volto mi tornò in mente, fu allora che la desiderai, fu allora che scelsi di amarla.
Ai Galadhel... Galadhel!"

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Scritto il 06-02-2007 18:15
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Erulinn

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Su questo punto secondo me è molto illuminante ciò che dice Paolo Gluisano nel suo libro "Tolkien, il mito e la grazia" in cui afferma che il Signore degli Anelli è un romanzo in stile epico, in quanto la vicenda consiste in un'impresa da compiere: pensate per esempio agli argonauti o ai cavalieri della tavola rotonda. Tuttavia la grande differenza sta nel fatto che, mentre tutte le imprese dell'epica antica e medievale consistevano in una ricerca per conquistare qualcosa (es vello d'oro o Santo Graal) nel Signore degli Anelli si assiste ad una "ricerca al contrario", cioè l'impresa consiste non nel conquistare qualcosa ma nel rinunciare a qualcosa che inizialmente si possiede ma che può portare alla distruzione. Questa è la grandezza degli eroi di Tolkien, eroi che diventano grandi non perché ottengono qualcosa ma perché rinunciano a qualcosa per un bene ancora più grande, che tralaltro è il vero significato del Sacrificio cristiano, che credo vada sempre tenuto presente quando si parla di Tolkien.
Questo secondo me conferisce agli eroi di Tolkien una specie di "marcia in più" rispetto agli eroi dell'epica classica o nordica in cui il sacrificio era fatto per ingraziarsi le divinità ma non viene visto come una forma più grande di conquista.

Poi, concordo sul fatto che la sconfitta di Sauron non sia una vittoria definitva, ma non capisco perché la si definisca "inutile". Secondo me non lo è affatto: la contea è stata salvata, il re ha ripreso il suo legittimo posto, i popoli della Terra di Mezzo sono rimasti liberi. Il fatto che in futuro verrà una nuova ombra non rende queste cose inutili. Gandalf risponde: "non spetta a noi dominare tutte le maree del mondo, possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso". Se domani arriveranno altre battaglie da combattere, si combatterà, ma oggi ne è stata vinta una e questo è quello che adesso conta

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Scritto il 17-02-2007 18:59
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Camthalion

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Sicuramente esiste un richiamo all'esperienza Cristiana di Tolkien, come sicuramente (anche se non nella stessa misura) esiste una relazione con un'impresa epica.

E' vero, sia Galadriel che Gandalf nel romanzo parlano a Frodo con parole fantastiche e per nulla rassicuranti allo stesso tempo e, se vogliamo (dovrei ricevere appoggio agli apprezzatori di Jackson), potremmo dire che nel film vengono riassunte in una frase su tutte, tanto sono dirette e semplici (ovviamente senza assolutamente svilire l'opera del Professore):
"Sei il Portatore, Frodo, ed essere il Portatore significa essere soli."
Galadriel

Non che Frodo si sia mai reso conto interamente comunque del valore del suo gesto quando si offrì di portare l'Anello ad Imladris. Soprattutto dallo scioglimento della Compagnia al Rauros (presso Amon Hen). Da quando si è avventurato con Sam negli Emyn Muil, Frodo ha sentito più pesante di prima l'Anello non solo per la crescente vicinanza a Sauron ma anche per la mancanza di una figura di riferimento e sostegno come Aragorn (potremmo chiamare questa figura come Frodo l'ha conosciuta, Grampasso) e la solidarietà di due parenti e amici come Peregrino e Meriadoc; in realtà il processo è iniziato già da quando Mithrandìr cadde a Khazad-dûm. Se prima doveva guardarsi dall'ambizioso Boromir e poteva contare della protezione degli altri Viandanti, ora aveva sì, il suo miglior amico e "guardia del corpo" (da Faramir in senso scherzoso), ma doveva guardarsi da Gollum, dalle possibili pattuglie Uruk ed Esterling ai margini della Dagorlad e Morgul (ovviamente Frodo non conosceva gli itinerari di sorvegliamento di Mordor ma non ci vuole molto a capire che più sei vicino a Sauron, più è facile incontrare nemici) e, per quanto ne sapevano Frodo, Sam e Gollum, da chiunque altro si fosse messo di fronte a loro (hanno incontrato Haradrim e Faramir con i suoi guerrieri d'Ithilien e non credo abbian subito pensato di saltar loro in braccio).
In pratica, per me, la sola presenza di Sam non bastava a ricordargli ogni santo giorno perchè stesse facendo quello che stava facendo. Un conto è aver una compagnia ben armata a metà e per l'altra metà di amici fidati (metà che nel corso del viaggio si sono completate l'una con l'altra) a cui potersi aggrappare nei momenti di difficoltà e nei momenti in cui l'Unico gli lasciava il segno della catena sul collo e un altro è avere un solo amico, sebbene il miglior desiderabile, e una creatura pseudo-Hobbit con il quale non sapere sempre come comportarsi. Per Frodo della realtà con cui doveva fare i conti tutti i giorni altro non era rimasto che la sofferenza di andare avanti. Non più la consapevolezza del perchè farlo, non più la speranza di potersi salvare, non più l'aiuto di cui aveva bisogno. Questo ci porta a rivalutare grandemente Frodo per quello che ha fatto: un sacrificio, sapeva che doveva farlo ma non si curava più del perchè o della propria futura sopravvivenza e questo è sintomo di un senso del dovere e di una umanità così grande che poteva esser racchiusa soltanto in questo libro.

Perdono per aver scritto così tanto, ma spero non vi abbia o o :muro: o ld: o fatto chiedere , perchè volevo soltanto farvi capire cosa per me è stata la figura di Frodo.

"...domandarsi perchè,
quando cade la tristezza
in fondo al cuore,
come la neve non fa rumore..." Lucio

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Scritto il 17-02-2007 22:04
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Elistir

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Silmaril
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Gilda Linguisti
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Premetto, che sebbene tendo ad infervorarmi nelle discussioni, se qualche volta può sembrare, non è mia intenzione sostenere che io possegga la verità assoluta, e che gli altri si sbaglino!

Erulinn il 17-02-2007 18:59 ha scritto:
Su questo punto secondo me è molto illuminante ciò che dice Paolo Gluisano nel suo libro "Tolkien, il mito e la grazia"


Sebbene trovi interessanti alcuni spunti di Gulisano, tuttavia non condivido completamente alcune sue affermazioni, e la sua visione troppo cattolica.

in cui afferma che il Signore degli Anelli è un romanzo in stile epico, in quanto la vicenda consiste in un'impresa da compiere: pensate per esempio agli argonauti o ai cavalieri della tavola rotonda. Tuttavia la grande differenza sta nel fatto che, mentre tutte le imprese dell'epica antica e medievale consistevano in una ricerca per conquistare qualcosa (es vello d'oro o Santo Graal) nel Signore degli Anelli si assiste ad una "ricerca al contrario", cioè l'impresa consiste non nel conquistare qualcosa ma nel rinunciare a qualcosa che inizialmente si possiede ma che può portare alla distruzione.


Per cui il Signore degli Anelli è una quest al contrario, ma ciò è evidente, e non è una "scoperta" di Gulisano.

Questa è la grandezza degli eroi di Tolkien, eroi che diventano grandi non perché ottengono qualcosa ma perché rinunciano a qualcosa per un bene ancora più grande, che tralaltro è il vero significato del Sacrificio cristiano, che credo vada sempre tenuto presente quando si parla di Tolkien.


Di certo "quella" non è la grandezza degli eroi Tolkieniani, ma senz'altro fa parte di ciò che li rende diversi. Tuttavia è una visione semplicistica, ed oltremodo influenzata dal concetto che Gulisano vuole dimostrare.

Gli "eroi" non rinunciano a nessun bene per ottenere un bene più grande. Ciò è falso, l'Anello non rappresenta un bene, ma un "potere che corrompe assolutamente". La novità della quest al contrario è il fatto che l'oggetto del potere dev'essere distrutto. Tuttavia mentre nelle quest classiche l'oggetto di potere ha una funzione benigna, in accordo con la classica definizione di "potere neutro"; nella quest tolkieniana (profondamente segnata dal Male Totale arendtiano) l'oggetto di potere dev'essere si distrutto, ma non si tratta di una rinuncia, perchè l'oggetto è intrinsecamente malvagio: il potere corrompe. Ciò a poco a che vedere col Sacrificio Cristiano.

Certo c'è un Sacrificio del singolo d'ispirazione cristiana, ma ciò che muove la storia è un "coraggio già-nordico" che va oltre quello nordico perchè influenzato dal cristianesimo. (vedi sotto)

Il grande errore di Gulisano è credere che SdA sia un'allegoria del messaggio Cristiano: per ammissione stessa di Tolkien SdA è profondamente cattolica, ma d'ispirazione.

Questo secondo me conferisce agli eroi di Tolkien una specie di "marcia in più" rispetto agli eroi dell'epica classica o nordica in cui il sacrificio era fatto per ingraziarsi le divinità ma non viene visto come una forma più grande di conquista.


Non necessariamente, anzi, tutt'altro. Il sacrificio nordico non viene fatto per ingraziarsi le divinità, ma piuttosto per combattere ciò che sbagliato, per difendere ciò che giusto. L'eroe nordico non vince per la vittoria, ma vince per la certezza di essere nel giusto; l'eroe nordico sà che alla fine verrà sconfitto (Ragnarök), tuttavia essi sono convinti che la sconfitta non voglia dire confutazione, ma combattono per ciò che ritengono sia giusto. La tempra eroica nordica è «perfetta perchè senza speranza».

Certo alla fine dei Tempi Melkor sarà ucciso, ma solo gli Elfi lo sanno. E non lo dicono.

Tolkien considerava l "Coraggio Nordico" come il più grande contributo della lettaratura nordica al mondo contemporaneo, tuttavia i suoi eroi vanno oltre a quelli nordici. Tolkien sapeva, o sarebbe meglio dire credeva, che al termine il bene avrebbe trionfato sul male, tuttavia non è ciò che muove i suoi personaggi non è la Speranza. L'Allegria degli Hobbit è un'Allegria senza Speranza. Come scrisse quasi 40 anni fa Roger Sale: «l'eroismo moderno del Signore degli Anelli si basa sul rifiuto di cedere alla disperazione piuttosto che su una qualunque chiara percezione di una meta o di un conseguimento, un eroismo che accetta i fatti della storia e tuttavia rifiuta di cedere alla tentazione della Disperazione che in quei fatti si presenta.». L'eroismo Tolkieniano va oltre quello nordico per diventare più cristiano, ma allo stesso tempo va oltre quello cristiano per diventare più nordico.

Qui sta la grandezza del Coraggio Tolkieniano o degli Hobbit, un coraggio felice ma triste, un coraggio allegro ma privo di speranza. Ciò è finalmente raggiunto da Sam nel 3 capitolo del IV libro, perchè egli non aveva «mai avuto speranza del buon esito della faccenda: ma poichè era un hobbit allegro, la speranza era cosa superflua fin quando la disperazione poteva essere rimandata. Ora erano giunti all'amara conclusione. Ma [...] avrebbe continuato a rimanergli accanto [a Frodo]». Chi ha bisogno della speranza per continuare il proprio cammino, cadrà preda della disperazione quando essa verrà meno; solo chi si mette in cammino privo di speranza, quando gli si paleserà la sconfitta o diverrà consapevole della distruzione, riuscirà a sfuggire la diperazione e sarà allegro. Frodo è consapevole che non ci sarà lieto fine, perchè «così sono le cose del mondo. Fallisce la speranza.Giunge la fine. [...] Siamo perduti in mezzo alle rovine e alle catastrofi, e non abbiamo scampo». L'ha sempre saputo, fin dall'inizio; ma va avanti nonostante tutto, è privo di speranza ma non cede alla disperazione. Frodo non è Lucia, ma neanche Fra Cristoforo. Ovviamente noi sappiamo che la fine non è giunta, che vinceranno; ma gli hobbit no, sono convinti che la catastrofe sia giunta, tuttavia sono allegri, e consci della missione che devono portare a termine.

Solo l'allegria senza speranza potrà lasciare posto alla gioia eucatastrofica. Ed è solo qui, al termine, che il messaggio crisitiano appare come evidente sostrato, come intinseca ispirazione tolkieniana. La gioia eucatastrofica «è una grazia improvvisa e miracolosa: non c'è da far conto che possa ripresentarsi. Questo non smentisce l'esistenza della discatastrofe, del dolore e del fallimento: la loro possibilità èanzi necessaria alla gioia della salvezza; sementisce però, nonostante le molte apparenze del contrario, l'universale sconfitta finale, e per tanto è evangelium, in quanto permette una fugace visione della Gioia, Gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore» [in "Sulle fiabe", Albero e foglia p.92; Il Medioevo e il Fantastico p.225]. Ma ciò è grande, perchè improvviso, è risultato del "capovolgimento finale", non è ciò che muove il personaggio.

SdA è influenzato dal messagio cristiano, ma si rifuta di ripeterlo. E ciò è quello che Gulisano non comprende.

Poi, concordo sul fatto che la sconfitta di Sauron non sia una vittoria definitva, ma non capisco perché la si definisca "inutile".


É Galadriel a usare queste parole. Devi tener conto della prospettiva elfica, non di quella umana. Di uno spazio lungo di tempo, non dell'immediato presente. La vittoria ristabilisce un'ordine, non lo consolida. In questo senso è "inutile", perchè non sconfigge, ma piuttosto rinvia.



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Scritto il 17-02-2007 23:35
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Erulinn

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Elistir il 17-02-2007 23:35 ha scritto:

Per cui il Signore degli Anelli è una quest al contrario, ma ciò è evidente, e non è una "scoperta" di Gulisano.


Non ho mai detto che Gulisano l'abbia scoperto, ma, che io sappia, lui è stato il primo ad affermarlo esplicitamente ed apertamente.



Gli "eroi" non rinunciano a nessun bene per ottenere un bene più grande. Ciò è falso, l'Anello non rappresenta un bene, ma un "potere che corrompe assolutamente". La novità della quest al contrario è il fatto che l'oggetto del potere dev'essere distrutto. Tuttavia mentre nelle quest classiche l'oggetto di potere ha una funzione benigna, in accordo con la classica definizione di "potere neutro"; nella quest tolkieniana (profondamente segnata dal Male Totale arendtiano) l'oggetto di potere dev'essere si distrutto, ma non si tratta di una rinuncia, perchè l'oggetto è intrinsecamente malvagio: il potere corrompe. Ciò a poco a che vedere col Sacrificio Cristiano.


Su questo dissento. L'essere corrotto dal potere potrebbe essere paradossalmente visto come un vantaggio: il potere rende effettivamente forti ma esige che si diventi proprio servo. I Nazgul non sono stati distrutti dal potere ma corrotti, questo li ha resi effettivamente potenti ma senza la libertà di scegliere come esercitare questo potere, la loro volontà è la volontà di Sauron. Questo è un compromesso che, per esempio, per Saruman è vantaggioso (anche perché ingenuamente pensa di essere abbastanza forte da potresi controllare). Gli eroi del Singore degli Anelli invece non accettano questo, quindi rinunciano al potere per tenere la propria libertà, che considerano un bene più grande.


Il grande errore di Gulisano è credere che SdA sia un'allegoria del messaggio Cristiano: per ammissione stessa di Tolkien SdA è profondamente cattolica, ma d'ispirazione.


Non mi risulta che Gulisano abbia mai parlato di "allegoria del messaggio Cristiano", soprattutto perché lo stesso Tolkien ha più volte ribadito che nelle sue opere non c'è nulla di allegorico.


...L'eroismo Tolkieniano (....) va oltre quello cristiano per diventare più nordico.


Scusa ma qui non riesco a seguirti: che vuoi dire che l'eroismo degli eroi tolkieniani è una via di mezzo tra eroismo nordico e cristiano o che parte da entrambi ma diventa poi li supera diventando un eroismo "sui generis"?


Qui sta la grandezza del Coraggio Tolkieniano o degli Hobbit, un coraggio felice ma triste, un coraggio allegro ma privo di speranza.


Su questo sono d'accordo, infatti io non ho mai usato la parola Speranza. Io ho detto che il sacrificio degli eroi tolkieniani ha un forte carattere cristiano, che consiste nell'anteporre alla propria grandezza personale o addirittura alla propria incolumità un "bene più grande", nel caso specifico la libertà della Terra di Mezzo, ed è questo che (forse paradossalmente) li rende grandi (per questo vincono, indipendentemente dall'esito della missione).



Chi ha bisogno della speranza per continuare il proprio cammino, cadrà preda della disperazione quando essa verrà meno; solo chi si mette in cammino privo di speranza, quando gli si paleserà la sconfitta o diverrà consapevole della distruzione, riuscirà a sfuggire la diperazione e sarà allegro. .


Questo mi sembra un po' drastico. E' vero che Frodo si imbarca consapevolmente in un'impresa con quasi nulle possibilità di successo ma non credo che la forza per non disperarsi gli derivi dal fatto di "non avere speranza". Credo piuttosto che sia il suo attaccamento alla Contea, ai suoi amici e a tutto ciò che ama e che non vuole perdere che lo spinge a non lasciare nulla di intentato anche se questo significa la sua totale distruzione.



La gioia eucatastrofica «è una grazia improvvisa e miracolosa: non c'è da far conto che possa ripresentarsi. Questo non smentisce l'esistenza della discatastrofe, del dolore e del fallimento: la loro possibilità èanzi necessaria alla gioia della salvezza; sementisce però, nonostante le molte apparenze del contrario, l'universale sconfitta finale, e per tanto è evangelium, in quanto permette una fugace visione della Gioia, Gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore» [in "Sulle fiabe", Albero e foglia p.92; Il Medioevo e il Fantastico p.225]. Ma ciò è grande, perchè improvviso, è risultato del "capovolgimento finale", non è ciò che muove il personaggio.


Appunto, qui c'è tutto il carattere cristiano dell'opera Tolkieniana (Tolkien, guarda a caso utilizza proprio la parola "evangelium") in cui il lieto fine (eucatastrofe) consiste proprio in una "grazia inaspettata" che rende efficace il sacrificio dell'eroe. Frodo di fatto fallisce, perché sul Monte Fato non trova la forza di gettare l'anello e quindi il suo viaggio sarebbe stato inutile, tuttavia accade l'imprevisto che salva tutto ciò che lui e gli altri avevano fatto. Come per il cristianesimo: tutto ciò che i cristiani fanno vale, non per sè stesso ma perché è salvato dalla resurrezione di Cristo.


SdA è influenzato dal messagio cristiano, ma si rifuta di ripeterlo. E ciò è quello che Gulisano non comprende.


In che senso "si rifiuta di ripeterlo"?
Io direi che lo lascia implicito, ma le sue caratteristiche sono evidenti.



In questo senso è "inutile", perchè non sconfigge, ma piuttosto rinvia.


E perché il fatto che rinvii la renderebbe inutile?


Grazie Elistir, finalmente riesco a discutere con qualcuno di questi argomenti per più di due battute. Attendo la tua risposta

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Scritto il 18-02-2007 16:01
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Elistir

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Erulinn il 18-02-2007 16:01 ha scritto:
Elistir il 17-02-2007 23:35 ha scritto:

Per cui il Signore degli Anelli è una quest al contrario, ma ciò è evidente, e non è una "scoperta" di Gulisano.


Non ho mai detto che Gulisano l'abbia scoperto, ma, che io sappia, lui è stato il primo ad affermarlo esplicitamente ed apertamente.


Non lo so con sicurezza, però penso di no. Forse tra gli autori italiani è stato il primo, ma credo che non lo sia stato a livello internazionale.

Su questo dissento. L'essere corrotto dal potere potrebbe essere paradossalmente visto come un vantaggio: il potere rende effettivamente forti ma esige che si diventi proprio servo. I Nazgul non sono stati distrutti dal potere ma corrotti, questo li ha resi effettivamente potenti ma senza la libertà di scegliere come esercitare questo potere, la loro volontà è la volontà di Sauron. Questo è un compromesso che, per esempio, per Saruman è vantaggioso (anche perché ingenuamente pensa di essere abbastanza forte da potresi controllare). Gli eroi del Singore degli Anelli invece non accettano questo, quindi rinunciano al potere per tenere la propria libertà, che considerano un bene più grande.


Bè, bisonga allora specificare l'orrizonte del quale si sta parlando. É vero che a livello personale i singoli protagonisti si torvano di fronte alla scelta di rinunciare al potere, ma alla base di questa scelta sta la consapevolezza che il potere assoluto corrompe in maniera assoluta (un concetto straordinariamente moderno, che solo noi uomini del '900 possiamo accettare tranquillamente). La rinuncia del singolo è quindi strettamente connessa all'accettazione di questo postulato. Non si rinuncia all'Anello per un bene maggiore, ma per il bene stesso, perchè l'anello intrinsecamente malvagio, rende malvagio, servo, privo di propria volontà chi lo porta (senza dimenticare il conflitto e la sintesi tra la duplice natura del male: è l'Anello malvagio o corrompe il possessore rendendolo malvagio?). Questo mi pare sia un concetto assimilato.

Ma è importante sottolineare che la rinuncia non può avvenire senza accettazione. Saruman non accetta il fatto che il potere possa corromperlo, egli è già corrotto dalla brama di potere. Chi cerca l'Anello per se è già irrimediabilmente corrotto, chi si "trova" l'anello a portata di mano si trova difronte ad una scelta. L'anello offre il Potere. Si tratta essenzialmente di rinunciare o di non desiderare il Potere. Spesso è l'Anello stesso (o i suoi effetti?) a lusingare col potere chi non lo desidera, come Sam o Faramir, ma la rinuncia qui non è faticosa. Galadriel poi ha smesso di desiderare il potere da molto tempo, desidera solo la tranquillità elfica. Bombadil infine non ha mai desiderato il Potere (egli è già "potente"), e su di lui l'Anello non ha nessun effetto.

L'accettazione che precede la rinuncia, porta alla decisione di distruggere l'artefatto. Nel post precedente parlavo di una diversa propsettiva. La differenza tra le due quest superficialmente è quella della ricerca/distruzione dell'oggetto, ma in realtà sta proprio nell'opposta natura dell'oggetto del potere. Nella classica l'oggetto ha un "potere neutro" e viene ricercato dai "buoni" per sconfiggere il "male" (o l'oggetto è di sua natura benefico e non può essere utilizzato a scopi malvagi). L'Anello invece ha/permette il Potere di per sè; ma poichè "il potere assoluto corrompe", esso è invariabilmente malvagio. Nel momento in cui i personaggi accettano questo postulato, la distruzione dell'oggetto è inevitabile. É vero che i singoli devono operare una "rinuncia", devono combattere una battalia personale (il portatore continuamente), ma non è un "sacrificio". Oggettivamente non si tratta di scegliere se sia vantaggioso o preferibile distruggere l'Anello, questo deve essere distrutto.

Non so se riesco a spiegrami, se così non è cercherò di pensarci di più in modo da formulare il mio pensiero in maniera più comprensibile

Il grande errore di Gulisano è credere che SdA sia un'allegoria del messaggio Cristiano: per ammissione stessa di Tolkien SdA è profondamente cattolica, ma d'ispirazione.


Non mi risulta che Gulisano abbia mai parlato di "allegoria del messaggio Cristiano",soprattutto perché lo stesso Tolkien ha più volte ribadito che nelle sue opere non c'è nulla di allegorico.


Quel passaggio della Prefazione alla seconda edizione va preso un èò con le pinzette, Tolkien infatti parla di



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...era la capacità di parlare, le parole - il dono dell'espressione, il più stupefacente e il più illuminante, il più nobile e il più spregevole, il flusso pulsante della luce o il rivolo ingannevole dal cuore di una tenebra impenetrabile.. Joseph Conrad

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Scritto il 18-02-2007 20:36
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Elistir

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Non è possibile

É da più di 2 ore che scrivo... dov'è finito il resto del post????

Noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo...

Prometto che lo riscriverò... ora non ne sono in grado



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Scritto il 18-02-2007 20:40
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Erulinn

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OK, lo aspetto, intanto cerco di capire bene quello che hai scritto fino ad ora.

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Scritto il 19-02-2007 19:54
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quennar

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Wow grazie per le risposte! Ne è venuta fuori una bella discussione! Devo dire che purtroppo non ho letto il libro di Gulisano e quindi non posso dire niente in merito..però le parole allegoria di un messaggio cristiano non mi piacciono affatto perchè non è affatto un'allegoria, lo ha detto T. in qualche lettera, anzi diceva di averne orrore (dell'allegoria) tra l'altro anche a me fa lo stesso effetto; per me si ispira al messaggio cristiano moltissimo, ma un'allegoria è qualcosa che sta a significare qualcos'altro mentre il Sign. d. An. (scusate se abbrevio) non significa "altro" .. è compiuto in se stesso.

Elistir per favore è da un po' che aspetto che completi il post dell'altra volta eri fermo a "Tolkien infatrti parla di" si di?
ciao!

Ma Finrond s'aggira con Finarfin suo padre sotto gli alberi di Eldamar. (Il silmarillion, Bompiani, p. 218)

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Scritto il 21-02-2007 21:58
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Elistir

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quennar il 21-02-2007 21:58 ha scritto:

Elistir per favore è da un po' che aspetto che completi il post dell'altra volta eri fermo a "Tolkien infatrti parla di" si di?
ciao!


Avete ragione. Fò il possibile ma ho ripreso le lezioni, e i primi tre giorni sto praticamente tutto il giorno in Facoltà. domani ho il giorno libero, ma credo che dovrò fare le valigie... venerdì parto per Londra!



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Scritto il 21-02-2007 23:22
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Erulinn

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Elistir il 21-02-2007 23:22 ha scritto:

Avete ragione. Fò il possibile ma ho ripreso le lezioni, e i primi tre giorni sto praticamente tutto il giorno in Facoltà. domani ho il giorno libero, ma credo che dovrò fare le valigie... venerdì parto per Londra!


Beh, buon viaggio allora!
Chissà che un po' di tempo nella patria di Tolkien non ti porti un po' di ispirazione.

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Scritto il 26-02-2007 22:03
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quennar

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Allora era davvero la vittima del sacrificio? Povero Frodo! E lui lo sapeva, era la vittima volontaria...
ma non è giusto!! Perchè è sempre necessario questo spargimento di sangue?? L'agnello sacrificale? Ma saranno stati i Valar a decidere così o Eru in persona?
è sempre così: è necessaria la perdita di qualcuno di prezioso, per aggiustare le cose.
Forse perchè i Valar lo volevano con sè?? Le persone molto meritevoli sono talmente care agli "dei" che devono tornare al più presto da loro??



Ma lucentissime erano le stelle sopra il margine del mondo quando, come a volte accadeva, le nuvole che offuscavano l'Ovest si aprivano.
(Racconti incompiuti)

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Scritto il 07-03-2007 22:52
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Erulinn

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quennar il 07-03-2007 22:52 ha scritto:
Allora era davvero la vittima del sacrificio? Povero Frodo! E lui lo sapeva, era la vittima volontaria...
ma non è giusto!! Perchè è sempre necessario questo spargimento di sangue?? L'agnello sacrificale? Ma saranno stati i Valar a decidere così o Eru in persona?
è sempre così: è necessaria la perdita di qualcuno di prezioso, per aggiustare le cose.
Forse perchè i Valar lo volevano con sè?? Le persone molto meritevoli sono talmente care agli "dei" che devono tornare al più presto da loro??


Vista così sembra che Frodo sia stato costretto ad un sacrificio volontario da un potere superiore egoista.
Secondo me il sacrificio di Frodo è da intendere più nel senso etimologico del termine: sacrificato, cioè sacrus-factum.
Frodo era destinato a compiere questa missione, quindi sacrificandosi lui compie il suo destino, ciò per cui era stato fatto, Frodo nel sacrificio si realizza pienamente, di conseguenza non mi sembra adeguato chiamarlo "vittima".

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Scritto il 15-03-2007 19:11
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