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Quenya: alla scoperta del condizionale !
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Mildir

Silmaril Silmaril Silmaril
anello del potere anello del potere anello del potere anello del potere anello del potere
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Quenya: alla scoperta del condizionale !
Come già sapranno tutti quelli che hanno letto la grammatica nella nostra Home Page, se c'è una cosa difficilmente esprimibile col Quenya che si conosce finora, be' quella è il condizionale: occorrono perifrasi, la proposizione condizionale non contiene nemmeno un vero e proprio condizionale, ma risulta solo un "equivalente" della nostra italiana (specifico, per chi poco conoscesse la grammatica italiana stessa che una proposizione condizionale è una frase come "Se io lo vedessi, te lo direi". In Italiano usiamo porre il verbo della principale, in questo caso "vedessi", al congiuntivo imperfetto, mentre il verbo nella subordinata, qui "direi", si trova al condizionale).

A pagina 118 della sua opera Timponelli illustra un possibile modo per creare proposizioni ipotetiche e condizionali:
mai ceninyel, nán alassë "se ti vedessi, sarei felice".

Sorvolando sul fatto che 'mai' è Early Qenya e 'alassë' dovrebbe essere un nome e non un aggettivo (è stato proposto *'alassëa' per 'felice' visto che il primo significa in realtà "felicità"), il significato letterale della frase è palesemente "se io ti vedo, sono felice".
E' la ricostruzione di un equivalente, come dicevo, e sinceramente ho pensato nel leggerla che se fossi stato un lettore alle prime armi con il Quenya esempi come questo mi avrebbero indotto a credere che in esso il condizionale non esiste (in quanto modo).

Ma dopo uno studio piĂą attento dei giornali di Vinyar Tengwar (peraltro, ho motivo di credere, gli stessi dai quali Timponelli trasse le sue informazioni) credo di essere giunto a poter affermare il contrario.

Cito da VT42:34, saggio di Bill Welden sulla negazione in Quenya, stralcio di Tolkien:
[...]Uncertainty in the advice must be otherwise expressed in English and Quenya: 'not doing this would be (I think) unwise', or 'not doing this may be/prove unwise'; lá karitas, navin, alasaila ná or lá karitas alasaila ké nauva... [...]

Appare chiaro come nel primo esempio Tolkien usi "would be", condizionale inglese, contrapposto ad un semplice "ná" indicativo Quenya.
Ciò può aver indotto studiosi come Timponelli a pensare che in Quenya non ci fosse un reale corrispondente del condizionale, ispirando esempi come quello di cui sopra in questo post.
Personalmente non ritengo l'esempio di Tolkien sufficiente a dimostrare questo, soprattutto perché, per come la vedo io, è proprio la presenza del verbo 'navin', questo intercalare con "io penso, io giudico", a dare al verbo essere finale una sfumatura di indecisione che in Inglese è diversamente espressa (otherwise expressed, come afferma Tolkien stesso) dal condizionale.

Ma è sul secondo esempio che mi vorrei soffermare, perché secondo me è stato per molto tempo sottovalutato.
Il semplice fatto che 'ké nauva' voglia dire 'potrebbe essere/dimostrarsi' appare molto interessante, e non solo secondo la mia opinione.

Nel suo saggio comparativo sulla grammatica Early Qenya (on-line sul sito Parma Tyelpelassiva), Thorsten Renk raccoglie questo stesso esempio per tentare una ricostruzione dei modi congiuntivo, condizionale e ottativo Quenya.
Si parte, giustamente, dall'idea che Tolkien aveva di alcune particelle come 'ké' in EQ, e Renk cita:
PE14:59 describes the construction of conditional and subjunctive expressions:

(...)This is not expressed inflectionally but by particles, nai and ki, of which nai represents remoter possibility ('might'), ki nearer 'may'. The pure optative is also often expressed by nai or naike combined, at head of wish.


Come Renk stesso nota, i corrispondenti di tali particelle sono più che riscontrabili nel maturo Quenya, ed è qui che, tralasciando per un momento il congiuntivo, entra in gioco l'esempio di VT42.

Esso testimonia l'uso in Quenya maturo di particelle che in EQ rivestivano il ruolo di formatrici del condizionale e dell'ottativo.
Già sappiamo che l'ottativo, il modo del desiderio, è espresso in Quenya stile ISdA dalla particella nai (es.: Nai hiruvalyë Valimar).
Quale ruolo resta dunque libero se non quello del condizionale ?
E quale particella resta ancora apparentemente priva di ruolo se non 'ké' ?

Ebbene, anche non volendo ammettere tale equazione come sufficiente ad attestare la struttura Quenya del condizionale, la semplice comparazione dice il resto.
Comparazione con cosa, vi chiederete ?

E' semplice: il Greco Antico.
Tolkien trae la struttura di questo angolo del Quenya dalle grammatiche greche: il modo ottativo è un modo di origine notoriamente ellenica (non esiste nemmeno in Latino) e guarda caso esprime desiderio o possibilità.

Ora confrontiamo:
- L'ottativo Quenya presente in Namárië si vale della particella nai per esprimere desiderio.
Tale particella deriva indubbiamente dal primevo nai EQ che giĂ  allora oscillava dal poter esprimere "remoter possibility" all'esprimere un "pure optative" abbinato a ki divenendo naike.
- La particella Quenya ké, corrispondente dell'EQ ki, compare abbinata al futuro indicativo nella frase alasaila ké nauva denotando nientemeno che possibilità.
Non ci sono dubbi sulla traduzione di questa: "may be/prove unwise", ossia "potrebbe non essere/dimostrarsi saggio".

Lasciate ora che vi illustri un semplice esempio di traduzione di ottativo greco esprimente possibilitĂ :
λέγοι τις α͗́ν = qualcuno potrebbe dire (Ottativo del verbo "Dire", da Compendio dei verbi del Greco Antico di Francesco Terracina, pag. 25).

- Appare chiaro che secondo la visione di Tolkien l'ottativo Quenya esprime solamente desiderio.
- Resta libero il ruolo di condizionale, nominato da Tolkien non a caso in modo strettamente connesso all'ottativo (i nomi dei due modi si ritrovano nello stesso stralcio illustrativo dell'uso di nai e ki in EQ).
Tale ruolo non viene, per ovvie ragioni di diacronia, connesso esplicitamente con quello del ké nella frase Quenya tradotta sopra.
- Si nota che in Quenya sia nai che ké reggono l'indicativo futuro, un tempo dichiarato di valore ipotetico dallo stesso Tolkien.

Tali sono le sfaccettature del confronto del Quenya con il Greco Antico ed attraverso questo con sé stesso.
Cosa se ne trae ?

A mio vedere, la conclusione logica che Tolkien trasse dall'ottativo greco i modi ottativo e condizionale Quenya.
Il modo ottativo trae dall'ottativo greco il nome, nonché l'accezione di desiderio.
La frase in cui è mostrato l'uso di ké, invece, trae dall'ottativo greco l'accezione di possibilità ed è a questo punto indubbio che essa altro non contenga che un condizionale Quenya.

Tale inferenza è resa possibile da tutta la comparazione sopra illustrata, e dovrebbe infine essere resa valida da un semplice principio grammaticale illustrato sempre da F.Terracina nel suo compendio a pag. 294, ma condiviso da tutti i linguisti: l'ottativo del Greco Antico corrisponde nell'uso, anche se non nella traduzione letterale, al condizionale delle lingue moderne (es.: Inglese, Italiano... compare in molte grammatiche direttamente tradotto col condizionale).

Di certo Tolkien conosceva questo principio, essendosi spinto fino a traslare principi grammaticali ellenici al Quenya, e nella nomenclatura, e nella sostanza.

Tuttavia, non v'è dubbio che la validità della comparazione stessa possa essere messa in dubbio (playing with words... ).
Nessuno può affermare con certezza che il Professore abbia aperto una grammatica di Greco, nel momento in cui redigeva simili appunti...

Ecco cosa ne pensa lo stesso Bill Welden (cito da VT42:33), che ha dato voce anche alla mia opinione nel corso di un appunto sulla particella Ă»:

Ă» will not do. It is not necessary to avoid at all costs similarities with known European languages - Eldarin is deliberately devised to resemble them in style - but here the resemblance either to Greek ου (phon. Ă») or to the unrelated Norse Ăş, as a prefix, is too close. [...]

Guarda caso, cita giusto un ulteriore esempio di similitudine del Quenya col Greco Antico...
A chi dunque voglia mettere in dubbio la validitĂ  dell'accostamento dell'ottativo greco all'ottativo/condizionale Quenya, posso solo dire, usando le parole di Bill Welden: "The resemblance is too close"



«Tehkämme sula sovinto toinen ei toistansa viata sinä ilmoisna ikänä, kuuna kullan valkeana!» (Kalevala, Trentesimo Runo)
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Scritto il 18-04-2014 14:01
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Mildir

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Mildir il 18-04-2014 14:01 ha scritto:

E quale particella resta ancora apparentemente priva di ruolo se non 'ké' ?


Qui intendevo ovviamente dire "quale delle due particelle, fra nai e ké... ?"

Si tenga conto che il ruolo di ké come significante di "se, nel caso che" è anteriore a quest'ultimo e scartato in favore del termine qui.

P.S.: Scusate la verbositĂ  del primo messaggio, ho scritto abbastanza in fretta...

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Scritto il 18-04-2014 14:23
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Molto interessante! Le analogie che esprimi sono forti e risolverebbero grandi dilemmi per i poveri traduttori.

Però, se ho ben capito, esempi attestati in Quenya maturo (cioè, stile ISDA) non ce ne sono.

Turambar, in realtà, si ergerà accanto a Fionwë nella Grande Rovina, e Melko e i suoi draghi malediranno la spada di Mormakil

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Scritto il 18-04-2014 17:48
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Mildir

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Turin Turambar1 il 18-04-2014 17:48 ha scritto:

Però, se ho ben capito, esempi attestati in Quenya maturo (cioè, stile ISDA) non ce ne sono.


Invece tutti gli esempi non relativi all'Early Qenya sono presi da una fase di poco posteriore alla scrittura di ISdA.
E' un saggio unico sulla negazione e sul materiale Bill Welden accenna "...Tolkien wrote, possibly soon after publication of The Lord of the Rings".

La presenza delle 'k' è fuorviante, bisogna ammetterlo, ma sappiamo anche da Letters che sono state cambiate tutte all'ultimo momento in 'c', quando il libro era già in fase editoriale, per una questione di gusto estetico...

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Scritto il 18-04-2014 19:23
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Turin Turambar1

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Letto appena ora il saggio. In effetti è molto interessante, apre delle possibilità finora inesplorate.

Turambar, in realtà, si ergerà accanto a Fionwë nella Grande Rovina, e Melko e i suoi draghi malediranno la spada di Mormakil

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Scritto il 19-04-2014 12:29
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Mildir

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Come tradurre il condizionale
Ci siamo, dopo aver letto e riletto quel che le fonti (principalmente PE22) dicono e averci riflettuto abbondantemente sopra, ritengo di poter tracciare delle linee guida "definitive" su come tradurre il condizionale della nostra lingua (o eventualmente quello inglese) in Quenya !

Prima di iniziare, un piccola nota: Le analogie di cui sopra rimangono corrette ma avevo letto gli appunti di Tolkien solo una volta quando le ho date per "quasi sicuramente valide".
Mi è ora più chiaro, anche dalle riflessioni svolte in questa discussione, che ad inficiarle è proprio il fatto che T. vede il condizionale come un modo di esprimersi estraneo alla sua lingua.

Cominciamo a parlare dunque dei modi di tradurlo, e andrò per casi.

Linee guida generali per la traduzione del modo condizionale:


Parte A: In una proposizione condizionale.


Caso 1: Quando essa sia relativa a fatti che devono ancora avvenire.
Es.: Se egli venisse (in futuro), verrei anch'io.

> Si usi la particella quĂ­ta o quĂ­ ( = Se, supponendo che) per tradurre il "se" che introduce la prima parte della frase.
Per quanto riguarda i verbi: Sia quello della prima parte ("venisse") che quello della seconda ("verrei") si troveranno in Quenya coniugati all'indicativo futuro.
Es.: Quíta tuluvas, inyë tuluva.

N.B.: Si ricorda che se la frase non è ipotetica il modo di procedere è un altro.
Es.: Se egli viene (in futuro), vengo anch'io.

> In questo caso si userĂ  la particella non accentata qui ( = Se, quando) per tradurre il "se" che introduce la prima parte della frase.
In quanto ai verbi: Quello della prima parte ("viene") si troverĂ  coniugato all'indicativo aoristo, mentre quello della seconda ("vengo") rimane all'indicativo futuro.
Es.: Qui tulis, inyë tuluva.

Caso 2: Quando essa sia relativa a fatti che sono giĂ  avvenuti.
Es.: Se egli fosse venuto, sarei venuto anch'io.

> Si usi sempre la particella quĂ­ta o quĂ­ ( = Se, supponendo che) per tradurre il "se" che introduce la prima parte della frase.
In quanto ai verbi: Sia quello della prima parte ("fosse venuto") che quello della seconda ("sarei venuto") si troveranno in Quenya coniugati all'indicativo passato semplice.
Es.: Quíta tulles, inyë tullë.

Caso 3: Quando essa costituisca un'affermazione generica, cioè intesa come sempre valida.
Es.: Se tu fossi un Nano, non lo faresti.

> Si usi sempre la particella quĂ­ta o quĂ­ ( = Se, supponendo che) per tradurre il "se" che introduce la prima parte della frase.
Riguardo ai verbi: Sia quello della prima parte ("fossi") che quello della seconda ("faresti") si troveranno coniugati all'indicativo aoristo.
Es.: Quíta nailyë Nauco, lá carilyes.

Caso 4: Quando essa sia relativa a fatti che si ipotizza/si immagina avvengano nel presente immediato.
Es.: Se tu fossi davanti a Morgoth (proprio ora), cosa faresti ?

> Si usi sempre la particella quĂ­ta o quĂ­ ( = Se, supponendo che) per tradurre il "se" che introduce la prima parte.
E riguardo ai verbi: Sia quello della prima parte ("fossi") che quello della seconda ("faresti") si troveranno coniugati all'indicativo presente semplice.
Es.: Quíta nalyë (sí) pó Moringotto, mana cáralyë ?

Nota ai casi sopraccitati: Le frasi funzionano allo stesso modo anche se l'ordine delle loro parti è invertito. In qualsiasi caso la parte introdotta dal "se" si comporta sempre come negli esempi relativi alla prima parte, e quella ad essa consecutiva sul piano logico - quale che sia la sua posizione nel discorso - si comporta sempre come negli esempi relativi alla seconda parte.
Es.: Nauvan alassëa, quíta tuluval = Sarei felice, se tu venissi (in futuro);
Tuluvan aselyë, qui menilyë tanna = Vengo con te, se ci vai (in futuro)(Frase non ipotetica);
Inyë ta quentë, quíta lá quentelyes = Lo avrei detto io, se non lo avessi detto tu;
Lá firilyë, quíta Elda nailyë = Non moriresti, se tu fossi un Elfo;
Inyë sí sóvaxë, quíta nanyë márinyas = Io adesso mi starei facendo un bagno, se fossi a casa mia.

Nota ai casi 1, 3 e 4: Nei casi numero 1, 3 e 4 illustrati sopra il verbo della prima parte della frase (o in generale: di quella introdotta dal "se") può trovarsi coniugato all'indicativo perfetto nel caso l'azione che esso descrive venga intesa come già compiuta.
Es.: Quíta essë acáries nó tá, lá mauyuva nin caritas = Se per allora (in futuro) egli lo avesse fatto, non dovrei farlo io (caso 1);
Quíta ifíriel, lá polilyë quetë = Se tu fossi morto, non potresti parlare (caso 3);
Quíta apahtiel, lá nalwë sí sóma sinassë = Se tu avessi parlato, non saremmo ora in queste condizioni (caso 4).

Nota al caso 4: Esistono casi specifici in cui dei fatti che avvengono in un presente immediato vengono messi in discussione mediante un'ipotesi, implicando l'uso della proposizione condizionale.
Es.: Non lo starei facendo, se non ce ne fosse necessitĂ .

> Sebbene non esista un modo sistematico di tradurre il tipo di frase che ne deriva è possibile (in molti casi, specialmente se il discorso è in prima persona) renderne la seconda parte (o in generale: quella non introdotta dal "se") esprimendo il verbo che contiene mediante infinito preceduto dal verbo merë ( = desiderare, avere intenzione).
Il pronome che rappresenta il soggetto della frase sarĂ  legato a quest'ultimo, il quale segnalerĂ  anche il tempo (sarĂ  quindi coniugato all'indicativo presente semplice).
Es.: Lá méran caritas, quíta ua sangië so.

Parte B: In assenza di una proposizione condizionale.


Caso 1: Quando il condizionale indichi desiderio o intenzione.
Es.: Vorrei venire/Verrei volentieri, ma...

> Si usi il verbo merë ( = Desiderare, avere intenzione) coniugato all'indicativo aoristo, presente semplice o passato semplice (a seconda del caso) e seguito dall'infinito del verbo descrivente l'azione oggetto di desiderio.
Es.: Merin tulë, mal...

Caso 2: Quando il condizionale indichi propensione (ossia uno stato d'animo che induce ad agire).
Es.: Verrei, ma devo andare da un'altra parte.

> Si usi il verbo impersonale orë ( = spingere all'azione, essere impellente, urgere) coniugato all'indicativo aoristo, presente semplice o passato semplice (a seconda del caso) e seguito dal nome/pronome che rappresenta il soggetto della frase declinato al dativo.
Al verbo orë e al nome/pronome seguirà infine il verbo descrivente l'azione oggetto di propensione coniugato all'infinito.
Es.: Orë nin tulë, mal mauya nin menë exa nómenna.

N.B.: Anche in frasi come "Lyen orë nin firë !" ( = Morirei per te !) o "Ornë nin nahta se !" ( = Lo avrei ucciso !).
Inoltre, questa formula si presta a tradurre tutte quelle espressioni che introducono ad un'opinione o la riassumono.
Es.: Orë nin quetë sa... = Direi che...;
Ui orë nin quetë = Non direi.

Caso 3: Quando il condizionale venga usato per porre una domanda cortesemente.
Es.: Mi daresti la penna ?

> Si coniughi il verbo all'indicativo futuro.
Es.: Nin antuval i tecil ?

Caso 4: Quando il verbo "potere" sia coniugato al condizionale (presente o passato prossimo) indicando il verificarsi di un'azione come possibile/probabile.
Es.: Potresti morire !

> Si coniughi il verbo all'indicativo aoristo, presente semplice, passato semplice, perfetto o futuro (a seconda del caso) e si anteponga ad esso la particella dubitativa cé.
Es.: Cé firuvalyë !

N.B.: Tale formula può divenire parte di una proposizione condizionale.
Es.: Quí menuval ohtanna, cé firuvalyë ! = Se andassi in guerra, potresti morire !

N.B.: Attenzione alla differenza sostanziale nel significato fra l'uso di questa formula con un verbo coniugato al passato semplice ed il suo uso con un verbo coniugato al perfetto.
Es.: CĂ© quentenyes = Avrei potuto dirlo/Era possibile che io lo dicessi;
Cé equétienyes = Potrei averlo detto/E' possibile che io lo abbia detto.

Caso 5: Quando il verbo "dovere" sia coniugato al condizionale presente indicando un'azione come probabilmente/teoricamente necessaria.
Es.: Dovrei andare a letto (ma non lo faccio).

> Si usi il verbo impersonale mauya ( = obbligare) coniugato all'indicativo futuro e seguito dal nome/pronome che rappresenta il soggetto della frase declinato al dativo.
Al verbo mauya e al nome/pronome seguirĂ  il verbo descrivente l'azione detta essere probabilmente/teoricamente necessaria, e sarĂ  coniugato all'infinito.
Es.: Mauyuva nin menë caimanna (mal uan carë sa).

Caso 6: Quando il verbo "dovere" sia coniugato al condizionale passato prossimo, parlando di un'azione che si doveva compiere (ma che non è stata svolta).
Es.: Avrei dovuto farlo !

> Si usi il verbo impersonale mauya come nel caso 5 (costruendo la stessa formula) ma coniugandolo all'indicativo passato semplice.
Es.: Mauyanë nin carë sa !

fine



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Scritto il 25-09-2016 00:55
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Mildir

Silmaril Silmaril Silmaril
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Addenda et corrigenda
Devo fare un paio di aggiunte e correzioni al post di cui sopra, in parte per via di aggiornamenti linguistici pervenutici e in parte perché ho riflettuto su alcuni elementi qui riportati concludendo di doverli ritoccare...

Mildir il 25-09-2016 00:55 ha scritto:

Linee guida generali per la traduzione del modo condizionale:


Parte A: In una proposizione condizionale.


[...]

Nota ai casi 1, 3 e 4: Nei casi numero 1, 3 e 4 illustrati sopra il verbo della prima parte della frase (o in generale: di quella introdotta dal "se") può trovarsi coniugato all'indicativo perfetto nel caso l'azione che esso descrive venga intesa come già compiuta.
Es.: Quíta essë acáries nó tá, lá mauyuva nin caritas = Se per allora (in futuro) egli lo avesse fatto, non dovrei farlo io (caso 1);


La frase Quenya corretta (stando alle informazioni che ci dà PE22) è:

Quíta issë acáries nó tá, lá mauyuva nin caritas

Nota al caso 4: Esistono casi specifici in cui dei fatti che avvengono in un presente immediato vengono messi in discussione mediante un'ipotesi, implicando l'uso della proposizione condizionale.
Es.: Non lo starei facendo, se non ce ne fosse necessitĂ .

> Sebbene non esista un modo sistematico di tradurre il tipo di frase che ne deriva è possibile (in molti casi, specialmente se il discorso è in prima persona) renderne la seconda parte (o in generale: quella non introdotta dal "se") esprimendo il verbo che contiene mediante infinito preceduto dal verbo merë ( = desiderare, avere intenzione).
Il pronome che rappresenta il soggetto della frase sarĂ  legato a quest'ultimo, il quale segnalerĂ  anche il tempo (sarĂ  quindi coniugato all'indicativo presente semplice).
Es.: Lá méran caritas, quíta ua sangië so.


Leggendo e rileggendo gli appunti di Tolkien mi sono reso conto di aver inutilmente complicato le cose, in questo caso: il modo più semplice per tradurre una frase del genere è iniziare dalla prima parte (ossia: da quella introdotta dal "se"), rendendola esattamente come sopra, e coniugando poi il verbo contenuto nella seconda parte al presente semplice.
Es.: Quíta ua sangië so, lá cáranyes = Se non ce ne fosse necessità, non lo starei facendo/Non lo starei facendo, se non ce ne fosse necessità.

Faccio notare che, a mio parere, per rendere la frase il più possibile chiara è necessario iniziare dalla parte in cui compare il "se".

Parte B: In assenza di una proposizione condizionale.


[...]

Caso 2: Quando il condizionale indichi propensione (ossia uno stato d'animo che induce ad agire).
Es.: Verrei, ma devo andare da un'altra parte.

> Si usi il verbo impersonale orë ( = spingere all'azione, essere impellente, urgere) coniugato all'indicativo aoristo, presente semplice o passato semplice (a seconda del caso) e seguito dal nome/pronome che rappresenta il soggetto della frase declinato al dativo.
Al verbo orë e al nome/pronome seguirà infine il verbo descrivente l'azione oggetto di propensione coniugato all'infinito.
Es.: Orë nin tulë, mal mauya nin menë exa nómenna.

N.B.: Anche in frasi come "Lyen orë nin firë !" ( = Morirei per te !) o "Ornë nin nahta se !" ( = Lo avrei ucciso !).
Inoltre, questa formula si presta a tradurre tutte quelle espressioni che introducono ad un'opinione o la riassumono.
Es.: Orë nin quetë sa... = Direi che...;
Ui orë nin quetë = Non direi.


Aggiungo a questi esempi una frase importante: Nin orë lá carë sa/Nin orë lá caritas = Io non lo farei (ossia "Secondo me è meglio non farlo").

Attenzione: questa formula è valida solo in assenza di una proposizione condizionale.
Naturalmente può capitare di dover dire "(Io) non lo farei" nel contesto di una p. condizionale.
Es.: Se fossi in te, non lo farei.

In questo caso il modo di procedere per rendere il tutto in Quenya è particolare, in quanto si tratta di una situazione a metà strada fra il Caso 3 e il Caso 4 della Parte A delle linee guida di cui sopra.
Di conseguenza, il verbo della prima parte (ossia quella introdotta dal "se") si troverĂ  coniugato all'indicativo aoristo, mentre il verbo della seconda parte dovrĂ  essere coniugato all'indicativo presente semplice (a meno che con "non lo farei" non si intenda "non lo farei in generale, tanto ora quanto in qualsiasi altro momento". In questo caso si usi l'aoristo).
Es.: Quíta nain elyë, lá cáranyes.



«Tehkämme sula sovinto toinen ei toistansa viata sinä ilmoisna ikänä, kuuna kullan valkeana!» (Kalevala, Trentesimo Runo)
U+E061 U+E010 U+E02C U+E046 U+E020 U+E044 U+E02E U+E04C U+E014 U+E010 U+E040 U+E000 U+E025 U+E044 U+E010 U+E04A U+E024 U+E000 U+E040 U+E022 U+E046 U+E010 U+E011 U+E02C U+E040 U+E020 U+E046 U+E060 U+E02E U+E040 U+E014 U+E015 U+E02C U+E040 U+E020 U+E04A
U+E010 U+E040 U+E022 U+E000 U+E04C U+E014 U+E02E U+E040 U+E010 U+E02C U+E04A U+E011 U+E044 U+E002 U+E040 U+E014 U+E011 U+E040 U+E014 U+E02E U+E04C U+E022 U+E003 U+E046 U+E010 U+E02C U+E04C U+E008 U+E044 U+E011 U+E040 U+E014 U+E061 (FĂ«anor)


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Scritto il 01-02-2019 13:22
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