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TOLKIEN: OPINIONI, CONVINZIONI, PENSIERO

Che cosa il Professore volle davvero trasmettere attraverso i suoi scritti

Di Gianluca Comastri

Per illustrare, brevemente ma includendo tutti i particolari significativi, occorre purtroppo dar luogo a un'eccezione che conferma la regola - nella fattispecie, descrivere del significato dell'opera tolkieniana in rapporto al contenuto politico.
In realtà per fare questo basterebbe mettere una bella pagina vuota, per il semplice fatto che le saghe della Terra di Mezzo sono svincolate ed avulse da qualsiasi implicazione del genere. Esse furono scritte, come riportato nella sottosezione relativa alle opere [linkino], col preciso intento di proporre una mitologia e di parlare all'uomo di questioni di importanza ben maggiore - il fondamentale rapporto di profondo rispetto verso l'ambiente e la comunità di appartenenza di ognuno, il concetto di potere come servizio e mai come mezzo per giungere a una parvenza di innalzamento personale, l'importanza di sacrificare del proprio per aiutare un amico come pure per un nobile scopo teso al raggiungimento del bene comune nei confronti del male che adombra. Tutte cose che parlano direttamente alle corde dell'anima nell'intento di imprimere loro certe vibrazioni, ma nulla che abbia il minimo sentore di connotazione politica.

Eppure le cose sono andate, purtroppo, diversamente. A partire dalla sua pubblicazione, si è parlato tanto (e quasi sempre a sproposito) del messaggio politico trasmesso da Il Signore degli Anelli e dalle altre opere dello tolkieniane. Come premesso, si tratta di un falso problema: Tolkien non fu mai un attivista politico, né uno scrittore politico. Egli stesso si oppose ad interpretazioni del genere, ed ebbe a dichiarare che Il Signore degli Anelli «non ha intenzioni allegoriche [...] o morali, religiose o politiche» (Lettera 165, La realtà in trasparenza), salvo poi precisare che «solo l'Angelo custode di ognuno di noi, oppure Dio stesso, è in grado di svelare la vera relazione che c'è tra i fatti personali e le opere di un autore. Non certamente l'autore stesso (benché ne sappia più di qualsiasi investigatore), e certamente nemmeno i cosiddetti "psicologi"» (lettera 213, La realtà in trasparenza). Motivo per il quale la redazione del presente sito, anche nell'ottica di non dare credito all'assurdo dibattito su Tolkien e la politica, nega fermamente l'esistenza della minima connessione ritenendo l'argomento non gradito e bandito in ogni sua forma e su ogni mezzo di comunicazione riferibile ad Eldalië. Tuttavia, per dovere di premessa, era purtroppo necessario contravvenire parzialmente a tale bando e fare menzione, per la prima e l'unica volta in tutti i domini web Eldalië, della totalmente irrelata/insensata questione politica. Ma visto che proprio dobbiamo farlo, lo facciamo non tentando di far dire a Tolkien quel che ci farebbe piacere dicesse, ma ascoltando le sue stesse parole, vergate nella corrispondenza che dispacciava copiosamente, nel contesto stesso in cui si trovano.

Peraltro l'opposizione alle interpretazioni di un certo stampo sembra sussistere, anche se in forma minore, anche quando Tolkien cita apertamente la propria fede cattolica: «[...] sono un cristiano (cosa che può anche essere dedotta dalle mie storie), anzi un cattolico. Quest'ultimo fatto forse non può essere dedotto dalle mie storie; benché un critico [...] abbia affermato che le invocazioni di Elbereth e la figura di Galadriel nelle descrizioni dirette [...] siano chiaramente collegate alla devozione cattolica a Maria. Un altro ha visto nel pane da viaggio (lembas) un viaticum e nel fatto che nutre la volontà [...] e che è più efficace quando si è digiuni un riferimento all'Eucarestia. (Cioé: la gente indugia in cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica)» (lettera al padre gesuita Robert Murray).

Tolkien, ad ogni modo, sembra non disprezzare il metodo simbolico tipico delle parabole evangeliche, ossia il parlare di una verità utilizzando dei simboli: «Io pretenderei scrive , se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo quello di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l'antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire». Inoltre, a tal proposito, afferma: «Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la "religione", oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so» (lettera al padre gesuita Robert Murray).

Ovviamente come tutti anche Tolkien aveva le sue idee politiche, ma queste non vanno ricercate nella sua produzione letteraria. L'unico modo in cui è forse possibile ricostruirle è attraverso la lettura di scritti più personali (e non pubblicati mentre era in vita), come la raccolta delle Lettere (edita in Italia col titolo di La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Rusconi, Milano 1990). Come ci riferisce il biografo Humphrey Carpenter, Tolkien ricordava la madre con grande affetto: «"Mia madre è stata veramente una martire; non a tutti Gesù concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede". Ronald Tolkien scrisse queste parole nove anni dopo la morte di sua madre. Ci indicano come egli associasse alla madre la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Si potrebbe aggiungere che, alla morte della mamma, la religione prese nei suoi affetti il posto che lei aveva precedentemente occupato. La consolazione che gliene derivò fu sia emozionale sia spirituale» (Humphrey Carpenter, La vita di J.R.R. Tolkien, traduzione italiana con introduzione e note di Gianfranco de Turris, Ares, Milano 1991).

Nelle Lettere Tolkien appare innanzitutto come un uomo profondamente cristiano e cattolico. Questa sua visione ispira indubbiamente la sua opera, e dal suo senso religioso discendono anche la profonda moralità e, di riflesso, le idee politiche, che mai presero esplicitamente posizione verso una particolare fazione. Tanto per citare, nella lettera 52 Tolkien dichiara che le sue opinioni politiche «inclinano sempre più verso l'anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe)«. La sua è piuttosto insofferenza verso le istituzioni e le organizzazioni concepite, costruite e guidate da uomini su altri uomini. Nella lettera 154 Tolkien dice poi: «Io non sono un riformatore e nemmeno un "conservatore"! Non sono un riformatore (attraverso l'esercizio del potere) dato che mi sembra si vada sempre a finire nel Sarumanismo. Ma anche "imbalsamare" comporta, com'è stato dimostrato, delle punizioni».

Ancora più diffidente è il suo atteggiamento per le medesime ragioni verso gli uomini di governo: «L'occupazione più inadatta per qualsiasi uomo [...] è governare altri uomini. Non c'è una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l'opportunità» (lettera 52). Si tratta quindi di un'anarchia di carattere religioso: il governo sull'uomo è un fatto divino. Il governo "umano" sull'uomo finisce sempre nel male.
Allargando il discorso, Tolkien diffida fortemente di tutte le forme di "organizzazione" create dall'uomo, comprendendo in queste anche le istituzioni, gli eserciti e la tecnologia (Lettera 66). Anche alla base di queste affermazioni vi è un concetto religioso: è la presunzione umana che costruisce diavolerie senza disporre del senno per padroneggiarle; e arrogandosi il potere di "creare", che è invece riservato a Dio, mentre all'uomo rimane solo la potenzialità della sub-creazione artistica (Lettera 75).

Per questo le sue simpatie vanno a coloro che cercano di sottrarsi agli schieramenti e alle conquiste dell'uomo: «agli staterelli che rimangono neutrali», alla Gallia libera e a Cartagine durante l'Impero Romano. Ed egli stesso dichiara di appartenere «alla parte dei sempre sconfitti mai sottomessi» (lettera 77).
Tolkien non ha mai dichiaratamente appoggiato un partito politico, né una nazione o un'alleanza fra nazioni - e se non lo fece nel suo paese, non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi dei problemi esistenziali di attivisti di altri stati. In effetti i suoi commenti personali al riguardo sono quasi sempre fortemente critici, cosa della quale certuni dovrebbero prendere coscienza. Alcune lettere (tratte da La realtà in trasparenza) ne sono esempi illuminanti, al punto che riteniamo cosa utile riproporne i passi salienti, col preciso fine di ridimensionare le convinzioni dei certuni di cui sopra e al contempo far capire ai lettori non indottrinati il nulla su cui sono edificate.
Sul nazismo: Adolf Hitler viene citato diverse volte, come un «piccolo ignorante, ispirato da un diavolo pazzo» (lettera 45), o un «piccolo furfante volgare e ignorante» (lettera 81). Nella lettera 78 Tolkien afferma che «non c'è molta gente così corrotta da non poter essere redenta», ma ammette l'esistenza di persone «che sembrano incorreggibili a meno di uno speciale miracolo» e che «di queste persone esiste una concentrazione particolarmente elevata in Germania e Giappone».
Su Stalin e il comunismo: Stalin è definito come un «vecchio assassino assetato di sangue» (lettera 53), mentre per quanto riguarda la propaganda comunista Tolkien afferma: «persino i piccoli infelici Samoiedi, temo, hanno cibo in scatola e l'altoparlante del villaggio che racconta le favole di Stalin sulla democrazia e sui fascisti crudeli che mangiano i bambini e rubano i cani da slitta» (lettera 52).
Sugli Stati Uniti d'America: Tolkien teme le "manie di massa" introdotte dagli americani, tanto da dubitare che quelle portate dai soviet possano essere peggiori (Lettera 77). In ogni caso non si ritiene sicuro che «una vittoria americana a lunga scadenza si rivelerà migliore per il mondo nel suo complesso» (lettera 53).
Sulla Patria: Tolkien è patriota, ma nei confronti della sola Inghilterra, «non la Gran Bretagna e sicuramente non il Commonwealth» (lettera 53).
Sulla seconda guerra mondiale: della guerra, nonostante i suoi libri ne parlino spesso, Tolkien pensa tutto il male possibile. La guerra «moltiplica per tre la stupidità e all'ennesima potenza» (lettera 61). Anche la guerra "giusta", dal momento che gli capita di commentare «stiamo tentando di conquistare Sauron utilizzando l'Anello» (lettera 66). Chi dice quindi di apprezzare Tolkien e contemporaneamente di vedere presunti aspetti positivi nella guerra, sappia che l'apprezzamento non sarebbe ricambiato.
Sul razzismo: nel 1938 una casa editrice tedesca che voleva pubblicare Lo Hobbit in Germania chiese a Tolkien se fosse di origine ariana. Tolkien ne fu molto seccato, e fu tentato pur se in ristrettezze economiche di «lasciare che la pubblicazione tedesca andasse a quel paese». A questo episodio sono totalmente dedicate le lettere 29 e 30, in cui Tolkien ribatte così all'editore tedesco: «temo di non aver capito chiaramente cosa intendete per arish. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se Voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato». Ancora, nella lettera 61, scrive di provare orrore per l'apartheid sudafricano. Infine, sul razzismo in generale, la sua parola definitiva si trova nella lettera 81: «I tedeschi hanno lo stesso diritto di definire polacchi ed ebrei vermi da schiacciare, creature subumane, quanto noi di definire così i tedeschi: e cioè nessuno, qualunque cosa abbiano fatto».

È indubbio che nei vari reami e territori della Terra di Mezzo si possano riconoscere varie forme di "governo", ma Tolkien ha negato in varie occasioni ogni identificazione "politica" tra Terra di Mezzo e mondo contemporaneo. Né la cosa sarebbe praticabile, a meno di voler interpretare le azioni di Etruschi, Latini e Cartaginesi alla luce degli scenari di politica estera del secondo dopoguerra - come a dire, puro nonsenso.

Per finire, non resta che smontare quella che può sembrare l'analogia più significativa, tra Mordor e Unione Sovietica, che molti trovano lampante per pure questioni di cardinalità. A costoro potremmo consigliare di documentarsi su quanto annotava Tolkien, lo stesso autore che costoro sostengono con tanto fervore, nella lettera 229 (La realtà in trasparenza): «La localizzazione di Mordor all'est è dovuta semplicemente alle necessità geografiche del racconto, all'interno del mio sistema mitologico. La fortezza originaria del Male era (come vuole la tradizione) a nord; ma dato che venne distrutta e sepolta sotto il mare, doveva esserci una nuova fortezza, lontana dai Valar, dagli elfi e dalla potenza marinara di Númenór».

Questi, in sintesi, sono i cardini del pensiero tolkieniano. Tutto quanto non vi rientra strettamente, nonostante il parere di vari commentatori che negli ultimi tempi hanno tentato di attribuire al Professore questa o quella connotazione ideologico/religiosa, è pertanto da ritenersi esclusivamente frutto del pensiero dei commentatori in questione, ma a stento (e comunque senza certezza alcuna) potrebbe applicarsi all'autore che si pregiano di commentare.

Bibliografia
Tolkien su Wikipedia