"Albero e Foglia" di J.R.R. Tolkien
di Marco "Gwaihir" Chiesa

rima di affrontare l’opera nei suoi singoli aspetti ritengo fondamentale sottolineare anzitutto che la chiave di lettura, o meglio, la predisposizione necessaria per accostarsi a questi scritti sia quella dello stupore. Forse più che nelle opere maggiori di Tolkien, occorre qui “farsi bambini” per comprenderne la profondità e potersi muovere al suo interno; per “farsi bambini” intendo non l’infantilismo, ma la capacità di cogliere la bellezza, l’immediatezza e la genuinità di ciò che ci circonda, anzitutto, ma anche di ciò che è frutto di fine immaginazione, scevri da ogni logica di calcolo e di ostentato disincanto. Sarà proprio questo uno dei più grandi doni che l’autore riuscirà a comunicare al suo amico e collega Lewis: la capacità di stupirsi e di creare stupore, non tanto con effetti che urtino i sensi, quanto piuttosto con luci e colori che li affascinino.
Il segreto del “simbolo” e, di conseguenza, del “mito” (intendendo alla maniera greca e non moderna questi termini) sta nel fatto di possedere una valenza universale sia cronologicamente che spazialmente: riuscire a comunicare per iscritto qualcosa che sappia coinvolgere bambini e adulti, come anche genti di diverse culture, è una sfida che affascinerebbe chiunque si prefigga di dare qualcosa di sé, e non miri soltanto al “colpo commerciale” o alla soddisfazione di un pubblico scelto.

Mitopoeia

Si comprenderà a questo punto il valore di Mitopoeia (arte di creare mito): una piacevole “tirata” poetica posta sulla bocca di un immaginario Filomito (Amico del mito) che in modo accorato, ma per nulla scontato, si rivolge in chiave apologetica all’interlocutore Misomito (Nemico del mito).
Una infarinatura di greco qui si impone! Non solo per la traduzione dei nomi, ma per il significato filosofico-letterario che vi soggiace. Non possiamo infatti dimenticare che la filosofia occidentale nasce proprio all’interno del territorio greco e che la stessa lingua greca (come del resto il Tedesco) è una lingua filosofica, per la sua facilità di creare termini. In circa 150 stichi Tolkien cerca di far assaporare la bellezza, la profondità e il valore del “mito”, da non confondere con la mera favola o il raccontino per incantare bambini e vecchi. No! il mito ha una valenza metastorica e quindi ha un valore ben più alto di un racconto storico: in quest’ultimo, infatti, noi abbiamo un riferimento puntuale che si fissa nello scorrere delle esistenze; nel primo, invece, noi abbiamo il rilievo di una costante che si perpetua in quelle stesse esistenze al di là del tempo e dello spazio, senza dover coinvolgere necessariamente tutti. Non ha alcuna importanza che Edipo sia esistito in un punto spazio-temporale preciso... il suo “mito” si ripete in continuazione in una rete spazio-temporale dal respiro universale!
In questo scritto, legate strettamente a questa capacità universalizzante, ci sono le irrinunciabi capacità di stupore e di naturalezza sopra ricordate. Sembra scontato per Filomito tutto quello che sta dicendo: sembra quasi si metta nei panni di uno che deve spiegare dettagliatamente ad un cieco un paesaggio che questi non può vedere! In un misto di pazienza e di gioia, quindi, i versi scorrono e ci portano ad un desiderio di maggiore considerazione nei confronti di questo “genere” (termine forse riduttivo) letterario.

Sulle fiabe

 A questo punto mi collego al piccolo “trattato” Sulle fiabe di un centinaio scarso di pagine.
Chiunque si accosti a queste pagine convinto di trovare qualcosa si simile a Propp o altri studiosi della favola, si sbaglia fortemente. È abitudine che quando si fa un trattato su una realtà ci si accosti ad essa dall’esterno, per poterla indagare: si guarda una realtà, la si pondera, la si studia, si calcolano le dinamiche e le costanti, sempre dall’esterno, e poi si traggono le considerazioni o le teorie relative. Per Tolkien questo sembra un procedimento sbagliato... egli parla delle favole standovi dentro. Sembra quasi che ci dica: “ma come non credi alle favole?! non vedi che ci siamo dentro?”. Feeria diviene non un oggetto di studio, ma un luogo a metà tra il fisico ed il metafisico, in cui vivere o in cui entrare a proprio o altrui piacimento.
Per questo motivo Tolkien si interessa in primo luogo di svelare le origini di tutto questo insieme e in secondo luogo di mettere in rilievo i principali destinatari, cioè i bambini. Come abbiamo già detto sopra, i bambini non sono gli unici destinatari, ma in una civiltà avvelenata dal meccanicismo restano quasi solo loro a mantenere desti questi “sensi” feeriali. Resta curioso in questo panorama parlare di fantasia: se infatti l’autore si trova immerso in un mondo ben determinato, quanto spazio resta alla creatività? non dovrà lo scrittore semplicemente limitarsi a descrivere quel che vede? No, Feeria è un mondo determinato certo, ma ognuno contribuisce alla determinazione di questo spazio-senza.-pazio e questo tempo-senza-tempo.
Quasi in opposizione ad un Greimas che cerca di classificare e ridurre ad uno schema unico tutti i racconti fantastici e le fiabe, possiamo trovare in Tolkien una proliferazione di fantasia e un abbattimento degli schemi prefissati, per dare libero campo all’esperienza personale rifratta negli infiniti colori della fantasia.
I frutti, poi, di questo mondo sono il Ristoro, l’Evasione e la Consolazione; ma non in senso assoluto, quasi si trattasse di spinte ad una schizofrenia interiore del lettore, bensì si possono intendere come sfere di interesse che fanno necessariamente parte di una esistenza umana equilibrata. Lo scrittore di favole, quindi, si trova davanti a questa vocazione-responsabilità di essere canale per questi tre doni che da Feeria giungono fino al lettore.
Per concludere vorrei azzardare una riflessione comparativa: per Tolkien lo scrittore di favole è ben diverso dal filosofo ritratto da Platone nel “Mito della caverna”. Noi moderni, infatti, corriamo proprio questo rischio, cioè di intendere lo scrittore fantasy come colui che, incatenato in fondo alla caverna cerca di spiegare ai suoi compagni di prigionia l’origine di quelle ombre proiettate sul fondo, illudendo così coloro che gli stanno accanto. No! Qui siamo ben fuori dalla caverna e, condividendo la tesi tolkieniana, ritengo che anche lo scrittore i fiabe (nell’ottica del “mito”) possa affiancarsi per vocazione al filosofo.

“Foglia” di Niggle

La “Foglia” di Niggle si inquadra in questo schema con una struttura che risulta davvero affascinante e, mi si consenta l’ardito confronto, può anticipare la divisione in due piani esistenziali della trilogia cinematografica di “Matrix”.
Ciò che è esperienziale nel protagonista, diventa realtà ed appagamento: quelle foglie disegnate con estrema precisione, fino a sfiorare la maniacalità, non sono semplice svago, ma esistenza personale messa su tela. Il vicino, insistente e geloso di questa “estasi vitale”, in cui si immerge Niggle ogni giorno, cerca di rubare attenzione e di violentare il palpito di ogni pennellata. Qualcuno potrebbe dire: “è vero il signor Parish è pedante e insistente, ma Niggle è fissato e insensibile a certe esigenze del vicino!”...  e così pensa anche la Prima Voce (l’“avvocato del diavolo”). Ma riflettiamo un attimo: se per Niggle, dipingere è esistenziale e quindi non un semplice passatempo, appare logico che un intervento esterno non è semplice distrazione, ma un tentativo di scindere l’io dalla sua esplicitazione. Niggle non è insensibile, anzi si rivela come una persona estremamente disponibile, ma sente che la realizzazione della sua vita può sussistere soltanto con l’ultimazione di quel disegno. Per questo motivo egli deve portare a compimento (pienezza) la sua opera (vita) prima del grande viaggio (morte) che lo condurrà ad un periodo di purificazione (purgatorio) per poi giungere nel suo stesso dipinto (paradiso). I confronti, lo so bene, non sono mai piacevoli e, soprattutto, rischiano di fare dell’opera di Tolkien un allegorismo, e non è questa mia intenzione. Vorrei solo rilevare come tutta la tensione realizzante di quell’ambito che gli era proprio, diviene realtà-realizzazione in una dimensione senza spazio e senza tempo.
Credo, inoltre, che la “chiave di volta” di questo trapasso e di questa realizzazione stia proprio nella semplicità e nello stupore di cui sapeva circondarsi il pittore. Era un bambino, nel senso più pieno, profondo e bello del termine, con il suo silenzio, la sua semplicità e persino con la sua accettazione della circostanza di vita e delle sue contrarietà: un messaggio chiaro che il protagonista lancia con estremo coraggio e che cozza brutalmente con il genere di vita “moderno”.
Un ultimo aspetto mi ha colpito in questo scritto ed è la scelta del simbolo dell’albero: un simbolo fortemente caro alla tradizione biblica (non dimentichiamo la chiara radice cristiana di Tolkien e la sua conoscenza non comune della Bibbia), ma anche alle religioni pagane che precedono il cristianesimo. Non casuale, a parer mio, è dunque la scelta dell’albero come elemento ancestrale che unisce cielo e terra e che manifesta la forza della vita. Ma resta comunque curioso il fatto che l’attenzione si posi su un particolare dell’albero, cioè le foglie: un particolare che risulta piuttosto esteriore e all’apparenza inutile. Ed ecco che ancora una volta traspare l’originalità del nostro Tolkien, il quale sa celare le cose importanti in quelle semplici ed apparentemente banali. Per Niggle, infatti, l’albero diviene strumento di realizzazione e, perché no, di redenzione, ma dell’albero lui va a ricercare quel particolare che coniughi in sè, adeguatamente, il suo animo estetico e semplice: la foglia!

Fabbro di Wootton Major

Da quanto raccolto finora, risulta chiaro il breve, ma avvincente racconto del Fabbro di Wootton Major. Una lunga ed adeguata preparazione incentrata sul nuovo Apprendista-Mastro Cuciniere, apparentemente fuori luogo, apre alla bella e pulita figura del Fabbro.
Qui assistiamo a una realizzazione di quanto “teorizzato” nello scritto “Sulle fiabe”: Fabbro si muove liberamente, guidato dalla stella che porta in sé, tra il mondo reale e quello di Feeria. Ed è proprio sul particolare della stella che vorrei soffermarmi brevemente.
Questo oggetto argentato che viene nascosto nella torta della grande festa, viene trovato e custodito da Fabbro e non sarà con grande difficoltà che riuscirà a cedere questa stella non appena essa viene destinata ad un altro. Mi piace leggere in questo oggetto un parallelismo antitetico con l’Anello: entrambi di metallo prezioso, entrambi danno la possibilità di passare da una sfera esistenziale ad un’altra, entrambi giungono in mano a persone semplici che ne divengono custodi, ma l’antitesi si mostra nella forza intrinseca e nella finalità estrinseca che i due oggetti possiedono. L’Anello ha in sé una forza malefica e tende a cambiare ontologicamente il possessore; la stella possiede invece una forza benefica e mantiene il portatore in quello stato protologico di innocenza e serenità in cui lo trova. Per questo motivo il passaggio dell’Anello di mano in mano è causa di delitti e sopraffazioni oppure di scelte ben ponderate e sofferte, mentre il cambio di portatore della stella è una occasione di grazia preordinata ed armoniosa. Si potrebbe quasi accostare la stella, per finalità ed forza, agli anelli affidati alle razze della Terra di Mezzo, prima che comparisse l’Anello.
Davvero interessante questo piccola grande opera che conserva nei tratti descrittivi e nell’ambientazione serena del villaggio le armonie e i colori della Contea: un’armonia ed una convivenza pacifica che purtroppo vengono incrinati dalla superficialità invidiosa del Mastro Cuciniere “provvisorio”, il quale viene a rappresentare l’uomo cinico in cui non c’è posto per fantasia e fate, anche dopo tangibilissime prove.

Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm

Un capitolo quasi a sé sembra il breve scritto intitolato Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm: una pièce teatrale (che non venne mai rappresentata ufficialmente) preceduta e seguita da commenti dell’autore.
In questa ventina di pagine in versi si respira un’atmosfera cupa e quasi inquietante: la raccolta dei cadaveri in seguito ad una guerra. Due voci, due personalità, due sensibilità si alternano ed affrontano quel mesto e doloroso incarico con differente intenzionalità ed animo. La scoperta progressiva di volti conosciuti e famosi incupisce ancora di più l’atmosfera e i rumori della foresta divengono forieri di tristi presagi, quasi non bastasse quello spettacolo. La tensione ed il carico di emozioni crescono fino allo scatto iroso da parte di uno dei personaggi verso un essere intruso che non compare neppure sulla scena, ma viene costretto ad allontanarsi con le cattive. Lo smarrimento, la paura (a tratti) e il dolore si mescolano in modo sensibile e vengono a richiamare alcune scene simili a Il Signore degli Anelli.
L’elemento che mi ha incuriosito maggiormente è proprio la conclusione: la serenità sembra comparire con l’avvicinarsi al monastero. L’espediente del coro fuori campo che prega salmodiando in latino, diviene un presagio di rifugio di fronte all’orrore della strage a cui le due persone non solo hanno dovuto assistere, ma su cui addirittura si sono dovuti chinare fra mille tormenti. Il canto fra l’altro è un’invocazione ed una richiesta di poter accedere al volto e al cospetto di Dio. Davvero sorprendente! I due uomini col carro colmo di cadaveri, ma ancor più con il cuore colmo di morte (soprattutto uno), bramano di poter concludere quell’incomodo e poter ritrovare la serenità, di poter svuotare il cuore da tutta quella oppressione, ed il monastero da cui fuoriescono i canti diviene presagio di quanto bramato; tuttavia in esso vi sono monaci che ricercano Dio, e bramano di poter stare alla sua presenza.
Tutto è ricerca, anelito, in questi versi! Ci troviamo dunque davanti ad una tematica che è fondamentale per Tolkien: la “ricerca attraverso il cammino”. Comprendiamo bene dunque come il monastero non possa essere visto come porto di arrivo, ma, semmai, una stazione di sosta per poter ripartire. Questo, se vogliamo, è un punto essenziale anche nel cammino religioso vissuto da Tolkien: il “suo” cristianesimo non è ricerca di una rocca presso cui rifugiarsi, ma si è sempre concretizzato nel dinamismo tipico del viaggio, che, pur composto da tappe, conduca ad un incontro. Mi piace vedere anche in questo scritto (come del resto in tutti gli altri) un forte elemento autobiografico.

Conclusione

Vorrei concludere queste mie semplici riflessioni con le parole scritte in quarta di copertina dell’edizione italiana, che mi sembrano sufficientemente eloquenti:
“Sognare non sempre è vanità, non sempre invano
vorremmo aver ragione di un dolore vero,
che non si vuol desiderare pel suo peso;
son senza grazia e resistenza e resa;
e l’esistere del Male è certa offesa.”


Bibliografia

" Antologia di J.R.R. Tolkien", Ulrike Killer, Rusconi, 1995;

           
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