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The Lay of Leithian
tradotto da Luthien_elf

 

The Lay of Leithian
I, I

V’era un Re nei giorni antichi:
prima che gli Uomini della Teraa vedessero i siti
il suo potere era sulla caverna scura,
la sua mano sopra valle e radura.
Come Luna i suoi scudi splendevano,
d’accuminato acciaio le sue lance fendevano,
lavorata era la sua corona di grigio argento,
i suoi stendardi catturavano le Stelle del Firmamento;
ed argentee le sue trombe trillavano,
sotto le Stelle ogni cosa sfidavano;
abbracciava il suo regno, l’icanto
dove gloria e potere, indicibile quanto,
dall’ivoreo trono esercitava, solenne,
in aule di pietra dalle mille colonne.
Lì berillio, perla e pallide opalie,
e metallo lavorato come dei pesci le maglie,
scudo e corsaletta, ascia e spada,
e barluginanti alabarde ammontavano nella sala.
Tutto questo Egli aveva, e meno l’amava
d’un’Elfica Fanciulla che una volta danzava;
per più bella del Crepuscolo che vien,
una figlia Egli ebbe, Lúthien.


I, II

Volteggiar non potrebbero gambe di agilità pari
sulla verde Terra, sotto gli Astri dai volti chiari;
di più gentil bellezza una fanciulla la Vita non potrebbe abbracciar,
dall’Alba al Tramonto, dal Sole fino al Mar.
Eran blu come i cieli d’Estate le sue vesti,
ma grigi come la Sera erano i suoi occhi desti;
ornate, erano, con fiori d’oro senza nome,
ma come Obra nella Notte erano le sue chiome.
Come ali d’uccello volavano i suoi piedi,
il suo ridere più liminoso dei Giorni lievi;
l’esile Salice, la Canna al Vento cantante,
un prato fiorito fragrante,
la splendente Luce su degli Alberi le Foglie,
la voce dell’Acqua, più di queste meraviglie
eran la sua Beatitudine e Bellezza,
la sua Gloria e la sua gentil Grazia;
e Lei il Re più cara avrebbe data
di Mano o Cuore o Luce degli Occhi incantata.


I, III

Nel mezzo del Beleriand vivevano,
mentre gli Elfi col loro Potere la Terra vegliavano,
nei folti boschi del Doriath e la vegetazione:
di quella Via pochi avevan trovato la direzione,
le mura di foresta pochi avevan osato passare,
o le danzanti ed attente foglie far vibrare
con naso di segugi, abili nel cacciare,
con cavallo, o corno, o piede Mortale.
Al Nord v’era la Terra del Terrore,
ove conducevano solo sentieri d’Orrore,
su colline d’ombra fredde e desolate,
che la Taur-na-Fuin a lungo avea tormentate,
là dove si celava la Notte Oscura,
che mai vide Giorno, Stella o Luna;
al Sud la grande Terra che inesplorata restava;
all’Ovest l’antico Oceano che imponente mugghiava,
ampio e selvaggio, innavigato e dalle sponde mai trovate;
all’Est in cime blu erano innalzate,
nel Silenzio avvolte, in un velo fermo,
le Montagne del Mondo Esterno,
al di là della fitta Foresta scura,
Biancospino e boschetto, Salice e radura,
i cui rami sospesi col nido giocondo,
erano Antichi quando era Giovane il Mondo.


I, IV

Là Thingol nelle Mille Caverne,
le cui pallide porte il Fiume bagna, ferme,
Esgalduin, come dalle Fate vien chiamato;
in tanti un’alto salone, da torce illuminato,
abitava un’oscuro e nascosto Re,
Signore delle foreste e delle brughiere;
accuminata la sua spada, alto il suo elmo,
il Re del Faggio, Quercia ed Olmo.


I, V

Là Lúthien, l’esile Fanciulla aggraziata,
danzava nella valletta e nella radura erbata,
e Musica allegramente, chiara e sottile,
volteggiava pe’i sentieri, la più gentile
che Uomo Mortale avesse mai udito,
più dolce del cantar dell’uccello invaghito.
Lunghe eran le foglie e l’erba era verde,
quando Daeron con le sue dita scarne,
come Luce del Giorno sciolta nell’Oscurità,
una musica raminga dolcemente suonò,
fluteggiando d’Incanto, cantando d’Amore
per l’Elfica Figlia di Thingol del Doriath Signore.


I, VI

Là l’arco era curvo ed il dardo ratto,
il Daino come illusione si dileguava lesto,
ed orgogliosi destrieri dalle criniere intrecciate,
con rilucenti morsi e redini argentate,
fuggevoli andavan nella Notte dalla Luna rischiarata,
rondini rapide come un freccia in volo scoccata;
un soffiar ed un suono di campane,
una caccia nascosta in valli mai piane.
Là canzoni eran composte ed oggetti dorati,
e coppe d’argento e gioielli impensati,
le Epoche infinite delle Lande Fatate
sul Beleriand volavano, pacate,
fino a quel mite Giorno lontano,
quando, sotto il Sole, molti Prodigi iniziarono.


I, I

V’era un Re nei giorni antichi:
prima che gli Uomini della Teraa vedessero i siti
il suo potere era sulla caverna scura,
la sua mano sopra valle e radura.
Come Luna i suoi scudi splendevano,
d’accuminato acciaio le sue lance fendevano,
lavorata era la sua corona di grigio argento,
i suoi stendardi catturavano le Stelle del Firmamento;
ed argentee le sue trombe trillavano,
sotto le Stelle ogni cosa sfidavano;
abbracciava il suo regno, l’icanto
dove gloria e potere, indicibile quanto,
dall’ivoreo trono esercitava, solenne,
in aule di pietra dalle mille colonne.
Lì berillio, perla e pallide opalie,
e metallo lavorato come dei pesci le maglie,
scudo e corsaletta, ascia e spada,
e barluginanti alabarde ammontavano nella sala.
Tutto questo Egli aveva, e meno l’amava
d’un’Elfica Fanciulla che una volta danzava;
per più bella del Crepuscolo che vien,
una figlia Egli ebbe, Lúthien.


I, II

Volteggiar non potrebbero gambe di agilità pari
sulla verde Terra, sotto gli Astri dai volti chiari;
di più gentil bellezza una fanciulla la Vita non potrebbe abbracciar,
dall’Alba al Tramonto, dal Sole fino al Mar.
Eran blu come i cieli d’Estate le sue vesti,
ma grigi come la Sera erano i suoi occhi desti;
ornate, erano, con fiori d’oro senza nome,
ma come Obra nella Notte erano le sue chiome.
Come ali d’uccello volavano i suoi piedi,
il suo ridere più liminoso dei Giorni lievi;
l’esile Salice, la Canna al Vento cantante,
un prato fiorito fragrante,
la splendente Luce su degli Alberi le Foglie,
la voce dell’Acqua, più di queste meraviglie
eran la sua Beatitudine e Bellezza,
la sua Gloria e la sua gentil Grazia;
e Lei il Re più cara avrebbe data
di Mano o Cuore o Luce degli Occhi incantata.


I, III

Nel mezzo del Beleriand vivevano,
mentre gli Elfi col loro Potere la Terra vegliavano,
nei folti boschi del Doriath e la vegetazione:
di quella Via pochi avevan trovato la direzione,
le mura di foresta pochi avevan osato passare,
o le danzanti ed attente foglie far vibrare
con naso di segugi, abili nel cacciare,
con cavallo, o corno, o piede Mortale.
Al Nord v’era la Terra del Terrore,
ove conducevano solo sentieri d’Orrore,
su colline d’ombra fredde e desolate,
che la Taur-na-Fuin a lungo avea tormentate,
là dove si celava la Notte Oscura,
che mai vide Giorno, Stella o Luna;
al Sud la grande Terra che inesplorata restava;
all’Ovest l’antico Oceano che imponente mugghiava,
ampio e selvaggio, innavigato e dalle sponde mai trovate;
all’Est in cime blu erano innalzate,
nel Silenzio avvolte, in un velo fermo,
le Montagne del Mondo Esterno,
al di là della fitta Foresta scura,
Biancospino e boschetto, Salice e radura,
i cui rami sospesi col nido giocondo,
erano Antichi quando era Giovane il Mondo.


I, IV

Là Thingol nelle Mille Caverne,
le cui pallide porte il Fiume bagna, ferme,
Esgalduin, come dalle Fate vien chiamato;
in tanti un’alto salone, da torce illuminato,
abitava un’oscuro e nascosto Re,
Signore delle foreste e delle brughiere;
accuminata la sua spada, alto il suo elmo,
il Re del Faggio, Quercia ed Olmo.


I, V

Là Lúthien, l’esile Fanciulla aggraziata,
danzava nella valletta e nella radura erbata,
e Musica allegramente, chiara e sottile,
volteggiava pe’i sentieri, la più gentile
che Uomo Mortale avesse mai udito,
più dolce del cantar dell’uccello invaghito.
Lunghe eran le foglie e l’erba era verde,
quando Daeron con le sue dita scarne,
come Luce del Giorno sciolta nell’Oscurità,
una musica raminga dolcemente suonò,
fluteggiando d’Incanto, cantando d’Amore
per l’Elfica Figlia di Thingol del Doriath Signore.


I, VI

Là l’arco era curvo ed il dardo ratto,
il Daino come illusione si dileguava lesto,
ed orgogliosi destrieri dalle criniere intrecciate,
con rilucenti morsi e redini argentate,
fuggevoli andavan nella Notte dalla Luna rischiarata,
rondini rapide come un freccia in volo scoccata;
un soffiar ed un suono di campane,
una caccia nascosta in valli mai piane.
Là canzoni eran composte ed oggetti dorati,
e coppe d’argento e gioielli impensati,
le Epoche infinite delle Lande Fatate
sul Beleriand volavano, pacate,
fino a quel mite Giorno lontano,
quando, sotto il Sole, molti Prodigi iniziarono.


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